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giovedì 09 dicembre 2021
 
Medio Oriente
 

«In Siria una catastrofe umanitaria. Su Idlib speriamo regga l'accordo»

05/10/2018  Il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco denuncia la tragedia. La situazione rimane tesa nell'area di Idlib: «Dovunque mancano le medicine, è ora che le armi tacciano. Il Papa È pronto a venire»

La guerra in Siria sembra infinita. Chi non è morto sul campo di battaglia continua a morire ogni giorno per mancanza di cure, soprattutto bambini e anziani. A Idlib, nel Nord-Ovest del Paese, l’ultima roccaforte dei ribelli nella loro guerra contro Assad, si combatte ancora. Il cardinale Mario Zenari non s’arrende. Di questo conflitto ha vissuto orrori ed errori. Gli ultimi nove anni li ha trascorsi come nunzio apostolico a Damasco. Ovunque lo chiamino, in Italia e in Europa dove pure abbondano le fake news su questa guerra, snocciola numeri agghiaccianti di quella che definisce la «peggiore catastrofe umanitaria dell’Occidente dopo la Seconda guerra mondiale: 12 milioni di persone, metà della popolazione, non hanno più una casa. Gli sfollati interni sono più di 6 milioni, quasi altrettanti (5,6 milioni) nei Paesi vicini. Un milione e mezzo sono feriti, molti dei quali in maniera permanente». La Fondazione Masi ha deciso di premiare il cardinale, veneto di Villafranca di Verona, con il Premio internazionale Grosso D’Oro Veneziano.

«Ho accettato per sostenere il progetto “Ospedali aperti” avviato un anno fa», spiega, «questo riconoscimento è per i martiri siriani: donne abusate, vedove sole, bambini orfani. Sono loro le prime vittime di questo conflitto». Gli ospedali cattolici coinvolti nel progetto sono tre: due a Damasco, l’ospedale italiano gestito dalle suore salesiane di Maria Ausiliatrice e quello francese delle Suore di San Vincenzo de’ Paoli, e il St. Louis di Aleppo delle Suore dell’Apparizione. 

Il campo profughi di Atimah, presso Idlib, dove si continua a combattere (Immagini nell'articolo: Reuters)

LA SITUAZIONE IN SIRIA: IL CARDINALE MARIO ZENARI RISPONDE ALLE NOSTRE DOMANDE

  

Com’è nato questo progetto?

«La sanità è al collasso. Il 54% degli ospedali e centri sanitari pubblici, secondo l’Oms sono chiusi o parzialmente funzionanti. Visitando i tre

Ci sono segnali di rinascita?

«A Damasco, Aleppo e Homs molti bambini hanno ripreso ad andare a scuola perché non piovono bombe. Il conflitto è attutito. Però temo che non si sia ancora arrivati all’ultimo capitolo. Adesso c’è Idlib».

Il presidente della Russia Putin e quello turco Erdogan hanno annunciato un accordo per creare una zona cuscinetto demilitarizzata in questa provincia e separare così i soldati del Governo siriano dalle forze ribelli.

«Il tentativo di questo accordo è positivo, naturalmente la gatta scottata dall’acqua calda ha paura anche dell’acqua fredda. Si sono viste tante iniziative che poi sono naufragate, vedremo se reggerà».

Ma Assad non ha il diritto a combattere i terroristi? A Idlib l’ala Hayat Tahrir al-Sham, la costola siriana di Al Qaeda, ha più di 10 mila combattenti e controlla circa il 60% del territorio.

«Le rispondo con le parole dell’ex segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon. In linea di principio sì, ha tutto il diritto, però questo va fatto secondo il diritto umanitario internazionale che per prima cosa prevede la protezione dei civili. Non si può gettare il bebè con l’acqua sporca e il bebè, in questo caso, sono 3 milioni di siriani che vivono a Idlib. Se c’è un attacco frontale il rischio è molto grande per i civili. Però le Chiese cristiane, in questa tragedia enorme, hanno una grande opportunità».

Quale?

«Essere come Betlemme, nel significato ebraico di “casa del pane”. Ho toccato con mano la riconoscenza di tanti musulmani che vengono curati nei nostri ospedali. Una famiglia arrivata da Raqqa mi ha detto: “Vi consideriamo infedeli e invece voi ci curate e aiutate”. Dopo gli aspri combattimenti di fine giugno a Dara’a e Quneitra, che hanno causato più di trecentomila sfollati, una giornalista tedesca che è andata sul posto mi ha raccontato di aver visto due chiese piene di donne musulmane. Gli ha chiesto perché si fossero rifugiate lì e loro hanno risposto: “Perché qui dai cristiani ci sentiamo protette”. La carità è l’arma più efficace. Ma senza giustizia, ha detto Carla Del Ponte, non ci sarà mai pace in Siria».

 
 
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