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venerdì 10 luglio 2020
 
Il documento
 

Marta Cartabia: "La Costituzione è bussola anche nell'emergenza"

28/04/2020  La prima relazione annuale di Marta Cartabia, prima donna Presidente della Corte Costituzionale, ribadisce la scelta consapevole del modello italiano che affronta le fasi critiche senza leggi speciali

«Il nuovo anno è stato aperto da una contingenza davvero inedita e imprevedibile, contrassegnata dall’emergenza, dall’urgenza di assicurare una tutela prioritaria alla vita, alla integrità fisica e alla salute delle persone anche con il necessario temporaneo sacrificio di altri diritti. La nostra Costituzione non contempla un diritto speciale per lo stato di emergenza sul modello dell’art. 48 della Costituzione di Weimar o dell’art. 16 della Costituzione francese, dell’art. 116 della Costituzione spagnola o dell’art. 48 della Costituzione ungherese. Si tratta di una scelta consapevole». Sono alcune delle parole fondamentali contenute nella Relazione annuale relativa al 2019 della Presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, prima donna a ricoprire quel ruolo, entrata in carica lo scorso 11 dicembre.

Una relazione insolita, perché deve dare conto dell’attività trascorsa in un momento particolare per la Repubblica, con molte attività e diritti “sospesi”. «Nella Carta costituzionale», prosegue Marta Cartabia, «non si rinvengono clausole di sospensione dei diritti fondamentali da attivarsi nei tempi eccezionali, né previsioni che in tempi di crisi consentano alterazioni nell’assetto dei poteri. La Costituzione, peraltro, non è insensibile al variare delle contingenze, all’eventualità che dirompano situazioni di emergenza, di crisi, o di straordinaria necessità e urgenza, come recita l’articolo 77 della Costituzione, in materia di decreti-legge. La Repubblica ha attraversato varie situazioni di emergenza e di crisi– dagli anni della lotta armata a quelli più recenti della crisi economica e finanziaria – che sono stati affrontati senza mai sospendere l’ordine costituzionale, ma ravvisando al suo interno gli strumenti idonei a modulare i principi costituzionali in base alle specifiche contingenze».

Contingenza vuole, tra l’altro, che questo fatto senza precedenti per la sua portata dal Dopoguerra, intervenga in un momento in cui la Consulta aveva avviato un percorso di «apertura verso l’esterno», per certi versi avviato da in precedenza da Sabino Cassese che con il suo saggio Dentro la Corte aprì al pubblico cessato il mandato di giudice costituzionale il sacrario della Consulta. Si citano il documentario sulla situazione carceraria, Viaggio in Italia. La Corte costituzionale nelle carceri, prodotto da Rai cinema e Clipper Media, per la regia di Fabio Cavalli; l’uscita verso le scuole; ma anche il nuovo modo di comunicare le sentenze, anticipando le motivazioni e il percorso decisionale in uno stringato comunicato diffuso contestualmente al dispositivo di sentenza, in modo da ridurre nei limiti del possibile lo iato che sempre più separa i tempi dell’informazione – sempre più veloci – e i tempi del diritto, che viaggiano per altri percorsi.

Il ripercorrere l’anno giudiziario, che ha visto la Corte impegnata tra l’altro nella delicata sentenza Cappato, è l’occasione per ribadire il ruolo guida della Costituzione come «bussola nell’emergenza», ma anche per auspicare nel pieno rispetto del principio cardine della «separazione dei poteri», la leale collaborazione tra Corte e legislatore «sfruttando appieno i canali di comunicazione formali previsti dall’ordinamento ed eventualmente rinnovarli e arricchirli, anche alla luce delle esperienze straniere» e una «stringente cooperazione tra varie istanze giurisdizionali in materia di tutela dei diritti fondamentali». Con un occhio particolare, al diritto penale e dell’esecuzione penale con l’obiettivo della «piena realizzazione della finalità rieducativa della pena richiesta dall’articolo 27 della Costituzione».

Un paragrafo a parte, molto attuale in questi giorni di emergenza è dedicato al conflitto di competenza Stato-Regioni e al pericolo che il ricorso alla Corte diventi strumento di pressione politica: «Sul piano dei rapporti Stato-Regioni», si legge nella sintesi della Relazione, «occorre prendere atto che in un numero significativo di casi, specie in ambito finanziario, la Corte richiama le parti al rispetto di una leale collaborazione istituzionale. A volte, tale collaborazione manca, altre volte arriva troppo tardi: mi corre l’obbligo di osservare che molti giudizi di legittimità in via principale portati all’esame della Corte dallo Stato o dalle Regioni, si risolvono con la cessazione della materia del contendere o l’estinzione del giudizio, in seguito a modifiche apportate alla normativa impugnata durante la pendenza del giudizio, spesso all’esito di negoziazioni tra Stato e Regioni. Ciò è accaduto ben 35 volte nel 2019. La Corte non può che rallegrarsi se, dopo che è sorta una controversia tra Stato e Regioni, si riesce a trovare una composizione politica dell’antinomia, in nome della collaborazione mancata in precedenza. Tuttavia, questo sistema presenta alcune disfunzioni: il giudizio davanti alla Corte finisce per essere utilizzato come uno strumento di pressione in vista di ulteriori valutazioni ed eventuali accordi, con un inutile cospicuo investimento di tempo, energie e risorse da parte della Corte».

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