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«Martin Luther King, mio padre»

04/04/2018  Il "sogno" del Nobel per la Pace, ucciso 50 anni fa, raccontato dalla figlia Bernice

(Foto Ansa)
(Foto Ansa)

La memoria è racchiusa in una foto in bianco e nero: una bambina di cinque anni si aggrappa alla madre che la stringe tra le braccia. Ha gli occhi spalancati, fissa davanti a sé smarrita, confusa. È il 9 aprile 1968: quella bambina sta assistendo al funerale di suo padre, assassinato perché difensore dei diritti civili, della parità e dignità degli afroamericani e di tutti gli uomini, della pace contro ogni conŽflitto, a partire dalla cruenta guerra del Vietnam.

Per Bernice King quella foto rappresenta il ricordo più commovente di suo padre. «Ho impresse nella mente le parole di mia madre: “Tuo papà non potrà mai più parlarti, non potrai più ascoltare la sua voce”. Così, quando durante il funerale venne fatto ascoltare l’ultimo discorso pubblico da lui pronunciato, rimasi di stucco: come era possibile che io sentissi la sua voce?».

Il reverendo Martin Luther King, pastore battista di Atlanta e paladino della battaglia per l’uguaglianza, contro ogni forma di discriminazione e di razzismo, aveva pronunciato il suo ultimo discorso il 3 aprile, un giorno prima di essere ucciso con un colpo di fucile mentre si trovava sul balcone del Lorraine Motel di Memphis: “I’ve been to the mountaintop” (sono stato sulla cima della montagna) era un richiamo forte alla protesta civile non-violenta.

Bernice, 55 anni, fi•glia minore del leader afromericano e di sua moglie Coretta Scott, ha assunto la responsabilità di portare avanti l’impegno di suo padre. Pastore battista anche lei, dal 2010 è alla guida del King Center (The Martin Luther King, Jr. center for nonviolent social change King Center), istituzione e memoriale – fondato nel 1968 – attraverso il quale lavora per continuare a diffondere una cultura della non-violenza, a battersi per la difesa dei diritti civili, la promozione dei diritti delle donne, l’educazione delle nuove generazioni alla pace e alla giustizia.

È arrivata in Italia, per la sua prima volta, per ricevere il terzo Premio internazionale per la pace e la non violenza conferito dal Centro internazionale per la nonviolenza Mahatma Gandhi e dal Comune di Monteleone di Puglia (Foggia) con la collaborazione del Centro Gandhi Onlus di Pisa. «Mio padre aveva un sogno», dichiara alla cerimonia di premiazione, «anche io ho un sogno: che il mondo assuma la pace come stella di riferimento. Che in ogni luogo sia rispettato il valore e la dignità di ogni singola persona».

L’impegno per la pace, ricorda, comincia dalle scuole, con l’educazione delle nuove generazioni. E un appello forte alle donne: «Mia madre Coretta diceva che le donne sono l’anima delle nazioni. Dunque, donne, alzatevi».

Bernice King assomiglia a suo padre. Gli stessi occhi, la voce, l’abilità oratoria maturata attraverso i sermoni tenuti nelle funzioni religiose. Non si è mai sposata, non ha figli. Ricorda la sua adolescenza, gli studi di pianoforte, la passione per il canto, gli anni trascorsi a giocare a calcio. Carattere molto poco docile, da ragazzina finiva spesso in litigi accesi con i compagni di scuola.

A soli 17 anni ha affrontato il suo primo impegno pubblico: un intervento sull’apartheid in Sudafrica davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite, al posto di sua madre.

«Quando avevo vent’anni il nome King per me era spesso un peso, sentivo la pressione della responsabilità. Quando entravo in qualche gruppo le persone si rivolgevano a me pretendendo che io avessi una risposta e una soluzione a tutti i problemi. I quegli anni io stavo costruendo la mia identità, cercavo di capire chi fossi». Bernice ha conosciuto suo padre attraverso le parole della madre.

Ed è a lei che dedica il suo ricordo: quando è morta in Messico nel 2006, Bernice era la sola accanto a lei. Ed è grazie a Coretta che suo padre oggi è ricordato e celebrato. Cantante soprano, Coretta diventò attivista ancora prima di lui. Dopo l’uccisione di Martin L. King, prese il suo posto di leader del movimento dei diritti civili in un’epoca in cui il potere era esclusivamente maschile. Se oggi negli Usa ci sono più di millecinquecento scuole che portano il nome di Martin Luther King e più di novecento strade a lui dedicate, lo si deve a lei.

Il 4 aprile ricorre il cinquantesimo anniversario dalla morte del dottor King: «Al King Center di Atlanta», spiega Bernice, «sarà conferito il riconoscimento “Martin Luther King, Jr. Nonviolent Peace Prize” a due difensori della giustizia: Benjamin Ferencz, l’unico avvocato ancora vivente del processo di Norimberga, celebrato dopo la Seconda guerra mondiale per giudicare e condannare i crimini dei leader del nazismo, e Bryan Stevenson, avvocato che si è battuto per rendere incostituzionale il carcere a vita per i ragazzi minorenni.

Alle 18.01, orario esatto in cui mio padre venne colpito a morte, ad Atlanta e in altri luoghi simbolici degli Usa verranno suonati 39 rintocchi di campana, 39 come gli anni di mio padre quando morì. Invitiamo tutta la nazione e il resto del mondo a unirsi a noi in questo gesto.

Il 9 aprile, anniversario del funerale, ad Atlanta si svolgerà la Global march for humanity, un evento che richiamerà gente da tutte le parti della nazione». In un’epoca di muri e barriere, «dobbiamo essere più coraggiosi, determinati e vigilanti», ammonisce. E una rifessione sul suo Paese: «Quella in cui viviamo oggi non è l’America di Trump, è ancora la nostra America. Certo, assistiamo a un’insorgenza di gruppi che instillano odio e paura, ma anche se i media tendono a puntare i ri›ettori su di loro, questi gruppi non rappresentano la maggioranza del Paese. L’America è fortemente polarizzata, ma è ancora ricca di tanti cuori buoni, pronti a portare avanti ideali di pace e di giustizia. Li vediamo ogni giorno, nel Congresso, nelle nuove generazioni, nelle persone con cui lavoriamo e che si rivolgono al King Center. Nonostante tutto, gli americani non hanno dimenticato la lezione del “dottor King”, mio padre».

(Foto in alto: Ansa)

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