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Israele-Palestina
 

Marwan Barghouthi, il Mandela palestinese

04/08/2014  Dal 1967 i palestinesi arrestati sono stati più di 800 mila, ovvero il 20% della popolazione, il 40% degli uomini: quasi ogni famiglia ha avuto persone arrestate e 73 prigionieri sono stati uccisi a causa delle torture. Un nodo delicato, quello dei prigionieri palestinesi, tanto che è una delle ragioni del fallimento della mediazione tentata da John Kerry. Perciò è nata la campagna per la liberazione di Marwan Barghouthi, uomo-simbolo per il popolo palestinese (ma considerato un terrorista da Israele).

Una delle cause che ha portato al fallimento delle ultime trattative tra Israele e Palestina, guidate dal segretario di stato americano John Kerry, è stata la questione dei prigionieri palestinesi. Proprio per loro, da alcuni mesi è in atto una campagna internazionale di sensibilizzazione, nata il 27 ottobre scorso. In Italia, a portarla avanti è Luisa Morgantini, ex vicepresidente del parlamento europeo e ora presidente di Assopace Palestina, da sempre portabandiera della causa palestinese in Europa e nel mondo intero.

Amica di Vittorio Arrigoni, Luisa Morgantini lo cita per spiegare le origini della campagna: «Vittorio ricordava spesso la frase di Mandela che diceva: “La Palestina è la questione morale del nostro tempo”». E, in effetti, Nelson Mandela ha sempre avuto a cuore la causa palestinese, che spesso paragonava alla lotta contro l'apartheid in Sudafrica. Ai suoi funerali, fra i tantissimi capi di Stato e di governo, Israele era assente.

Racconta Luisa Morgantini: «Prima di morire, Mandela ha voluto lanciare tramite il suo amico di sempre, Ahmed Kathrada, la campagna per la liberazione di Marwan Barghouthi e dei prigionieri palestinesi proprio dalla cella di Robben Island in cui fu detenuto per vent'anni. Io ho avuto la fortuna di essere presente, quel giorno. È stato emozionante. Per la mia generazione, che ha fatto battaglie e campagne contro l'apartheid in Sudafrica, è un segno fortissimo. Chi di noi allora avrebbe immaginato che nel '90 ci sarebbe stata la pace e Mandela sarebbe stato non solo liberato, ma sarebbe divenuto presidente?».

L'idea di lavorare su questo tema era nata partendo dalla considerazione che i palestinesi sono spesso descritti come numeri: un tot di morti, un tot di feriti. Ma sono cifre, senza storie. «Cercavamo un simbolo, un volto per uscire dall'anonimato del dramma palestinese e abbiamo pensato a Barghouthi. Ahmed Karthrada è andato da lui in carcere, spiegandogli la nostra idea. Barghouthi ha accettato, ma a una condizione: “Fate una campagna, ma non solo per me, fatela pure col mio nome, ma per tutti i prigionieri palestinesi”».

Ma chi è Marwan Barghouthi e perché è stato scelto proprio lui? Arrestato il 15 aprile 2002, da allora è detenuto in un carcere di massima sicurezza ed è stato condannato a 5 ergastoli e 40 anni di carcere. È da sempre una delle voci palestinesi più autorevoli ed ascoltate. «Abbiamo scelto lui perché ha un peso, perché ha scelto di appoggiare l'accordo di Oslo, perché crede sia possibile coesistere nel reciproco rispetto e nella sicurezza per entrambi i popoli. E poi è sempre stato per l'unità palestinese: quando nel 2006 Hamas ha vinto le elezioni, che l'Unione Europea  e il mondo avevano voluto ma di cui poi hanno rifiutato l'esito, Marwan con altri prigionieri stese un documento in 21 punti che riaffermava l'unita del popolo palestinese. È una figura di unità e pace, ciò fa di lui un simbolo. Tutte le forze politiche, dalle più moderate fino a Hamas e persino al Jihad hanno firmato il documento per la sua liberazione. Barghouthi è detenuto con prove inconsistenti ed è stato decine di giorni in isolamento. Durante il processo, ha contestato l'autorità del tribunale che lo giudicava, come fece anche Mandela a suo tempo».

I numeri che Luisa Morgantini snocciola sono impressionanti: dal '67 (data d'inizio dell'occupazione) i palestinesi arrestati sono stati più di 800 mila, ovvero il 20% della popolazione, il 40% degli uomini: quasi ogni famiglia ha avuto persone arrestate e 73 prigionieri sono stati uccisi a causa delle torture. «L'ultimo in ordine di tempo è un giovane di 30 anni, con moglie incinta di 4 mesi, arrestato con l'unica accusa di aver tirato delle pietre e morto in carcere a causa di percosse e torture, mentre Israele parla di infarto».

«Negli ultimi mesi», prosegue Morgantini, «nonostante i negoziati che erano in corso, Israele ha arrestato molti difensori dei diritti umani e continuato a far incursioni notturne. Oggi i detenuti sono 5224, di cui 476 all'ergastolo e 183 in detenzione amministrativa, una pratica che permette di procrastinare l'arresto ogni 6 mesi senza conoscere il capo d'accusa. Decine di persone sono rimaste per anni in prigione senza nemmeno sapere il perché: un orrore giuridico e umano. Non solo: oggi sono detenuti 210 minorenni, di cui 28 sotto i 16 anni».

Secondo l'associazione israeliana B'Tselem, dal 2000 sono 6 mila i bambini e ragazzini rimasti feriti, di cui molti resi invalidi; 10 mila minori sono passati dalle carceri israeliane e oltre 1.500 sono rimasti uccisi. Numeri che non comprendono gli ultimi tragici fatti. Oltre il danno, la beffa: «A ogni fermo di ragazzini, gli israeliani fanno pagare ai genitori delle multe. Le multe che i palestinesi pagano sono continue e le carceri in cui vengono detenuti sono pagate in buona parte proprio con i soldi palestinesi».

La campagna per Marwan e gli altri prigionieri palestinesi ha sponsor d'eccezione, tra cui sei premi nobel, da Jimmy Carter a Desmond Tutu, e viene sostenuta in oltre trenta Paesi. In Italia si chiede alle municipalità e alle istituzioni di aderire, di fare mozioni per la libertà e di dare la cittadinanza onoraria a Marwan Barghouthi: il primo a farlo, lo scorso aprile, è stato il comune di Palermo, dove a riceverla c'era la moglie Fadwa Barghouthi. L'ambasciata israeliana ha protestato per il gesto, accusando la municipalità di dare la cittadinanza onoraria a un “terrorista”.

In Francia sono già 40 i comuni che hanno compiuto questo gesto simbolico, che, insieme ad altre forme di adesione alla campagna, può diventare uno strumento di pressione internazionale per la liberazione di Marwan e degli altri detenuti.

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