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venerdì 19 agosto 2022
 
Imprese di successo
 

L'amarone è buono perché sa di famiglia

18/09/2015  Masi Agricola è la prima azienda italiana produttrice di vino a quotarsi in Borsa. «Un traguardo», dicono Sandro Boscaini e la figlia Alessandra, «reso possibile dall'amore per la nostra terra, la tradizione e il lavoro».

La notizia è che Masi Agricola, nome storicamente legato all’Amarone della Valpolicella, è approdata in Borsa, ed è la prima fra le aziende produttrici di vino italiane a mettere in contatto diretto il mondo dell’uva con quello della finanza.

Una notizia di cui non si coglierebbe il significato restando nell’ambito meramente economico. Non che Masi difetti, in fatto di indicatori economici: parliamo di un’azienda che immette sul mercato 12 milioni di bottiglie l’anno (Amarone, Recioto, la linea Campofiorin...) e che nel 2014 ha fatturato 60 milioni di euro, esportando in 94 Paesi del mondo. La produzione ha il suo cuore nel Triveneto, dove si estende su 553 ettari, ma anche in Toscana (70 ettari) e in Argentina (140 ettari). La competenza del Gruppo tecnico Masi – un’idea innovativa, che sostituisce la gura dell’enologo con un’équipe di esperti in diverse discipline – sostiene tenute storiche, come quelle dei Serego Alighieri (discendenti diretti di Dante!) in Valpolicella e dei Bossi Fedrigotti in Trentino...

UN MATRIMONIO FECONDO. Per capire il senso di questo traguardo, però, bisogna tralasciare il “lieto  fine” – la quotazione in Borsa – e partire dall’inizio della storia: che è una storia di famiglia, di amore per il lavoro e la terra, di qualità umane. «Tutto comincia nel lontano 1772, quando un membro della famiglia Boscaini sposa una Bonaldi, che porta in dote il “Vaio dei Masi”, una piccola valle della Valpolicella da cui ha preso il nome l’azienda», spiega Sandro Boscaini, attuale presidente e amministratore delegato. «Da allora, la proprietà è sempre rimasta nelle mani della famiglia, attraverso sette generazioni non di nobili, ma di gente che le mani nella terra le ha sempre messe».

Accanto a Sandro, a guidare l’azienda ci sono la glia Alessandra, il glio Raffaele, il fratello Bruno e il fratello Mario che, pur impegnato in un’attività in proprio, è socio e consigliere di amministrazione. L’altra figlia di Sandro ha scelto di fare la veterinaria, perché “fare il vino”, in casa Boscaini, non è mai stata un’imposizione, bensì un piacere, una passione e una vocazione.

UN DONO DELLA NATURA. «Qualcuno pensa che denaro e vino siano il diavolo e l’acqua santa», continua Sandro Boscaini, «ma ciò è vero solo quando la finanza prende le redini. Nel nostro caso, è un mezzo per permettere ai nostri valori di rinvigorirsi». Come è accaduto che, partendo dalla Borsa, siamo arrivati ai “valori”? «Il vino è un dono della natura interpretato dall’uomo. Se si forzano i tempi di madre terra, distruggiamo tutto; se invece usiamo le risorse che la  finanza rende disponibili per consolidare la produzione, la sfruttiamo per crescere. Lo slogan “piccolo è bello” non va assolutizzato: solo facendo sistema l’Italia potrà affrontare le sfide che un mercato globale impone».

E il nostro Paese ha infinite “storie” da raccontare, perché ogni bottiglia di vino, come ogni prodotto della tradizione, «è un condensato di terra, è la fotografia della nostra cultura e identità, l’espressione del saper fare della nostra gente, un messaggio che inviamo al mondo intero. Il segreto più prezioso di ogni successo», aggiunge convinto Boscaini, «sta nella capacità di mantenere salda la radice. Il compito di custodire l’identità originaria e di tramandarla è af dato alla famiglia: quando cucina i tortellini mia moglie segue una ricetta di sua madre, che a sua volta segue quella della nonna, ciascuna apportando un tocco personale. Dentro ogni bottiglia di vino che esce dall’azienda sono racchiusi la nostra famiglia, il rapporto con il territorio, l’armonia con l’ambiente e la gente, la coscienza dei limiti, l’apertura all’innovazione».

«Che cosa rappresenterà l’approdo in Borsa, lo vedremo», dice Alessandra, figlia di Sandro, che  fin da bambina ha bazzicato l’azienda con il nonno, scegliendo poi spontaneamente di impegnarsi in essa e oggi è responsabile delle vendite. «Credo sia un bene per la famiglia, perché un ente esterno ci costringerà a migliorarci non tanto in relazione alla nostra identità, ma sulle strategie».

E il ruolo delle donne, nel futuro di Masi, quale sarà? «Il mondo del vino è aperto alle donne, sia perché spesso sono in gioco aziende familiari, sia perché sposa ambiti femminili: l’accoglienza, la tavola, un modo edonistico di gustarlo, la valutazione di come e con chi consumarlo». E le donne possono fare molto per mantenere vitale quel radicamento nell’identità di cui parlava il padre: «Ci hanno insegnato il valore del lavoro nalizzato non all’avere, ma alla nobilitazione di sé stessi. E il lavoro è espressione dell’amore per la nostra terra».

 
 
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