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«L’Italia di oggi ha bisogno di riconciliazione come il Sudafrica dopo l’apartheid»

17/11/2018  Massimiliano Arena, avvocato di strada a Foggia: «Aiutiamo chiunque non può permettersi assistenza legale, dalle vittime della grande crisi, rimasti senza una casa e un lavoro, ai migranti sfruttati dai caporali nel ghetto di Borgo Mezzanone. Siamo un Paese traballante dilaniato dall’odio. C’è bisogno di verità e di investire sugli educatori»

Massimiliano Arena, 46 anni, a Borgo Mezzanone, offre assistenza ai migranti
Massimiliano Arena, 46 anni, a Borgo Mezzanone, offre assistenza ai migranti

Il difensore dei dimenticati è un tipo ottimista. «Il Sud ce la farà, come sempre. Siamo gente tosta, abbiamo irrigato le terre strappandole alla pietra con la tecnica dello “spietramento” che ci hanno copiato gli israeliani portandola nel deserto del Negev». Massimiliano Arena, 46 anni, avvocato di strada, ogni giorno cerca di rimuovere pietre che sono macigni. Soffocano i figli inattesi della grande crisi, passati di colpo da un lavoro a mendicare un pasto. Soffocano gli emarginati che si sono definitivamente arresi all’alcol e alla strada. Soffocano migliaia di migranti che in quella terra di nessuno che è Borgo Mezzanone, quindici chilometri da Foggia, sono sfruttati come animali da caporali senza scrupoli. «Dobbiamo rendere illegale la povertà», disse una volta don Luigi Ciotti. Nell’ufficio degli avvocati di strada della stazione ferroviaria di Foggia, Arena e i suoi colleghi ci provano. Cominciando a riconoscerla e guardarla in faccia. Renzo Piano li chiama rammendi. E accidenti se c’è da rammendare, in questa terra dove gli ultimi si massacrano con i penultimi. Dove le conquiste sindacali di Giuseppe Di Vittorio sono roba da archeologia. Dove lo Stato non ci mette neanche più la faccia. Dove la burocrazia è un mostro vorace che si mangia pure la dignità di chi ha perso tutto.

Massimiliano Arena non si sente un eroe: «L’avvocato di strada», dice, «ha la sua normale attività forense e dedica un po’ del proprio tempo a persone che puzzano, malvestite, che non hanno la forza e il coraggio di entrare in uno studio legale serio. È una persona che riconosce la nobiltà della nostra professione e sebbene nell’immaginario collettivo il mestiere più nobile sia quello del medico, noi serviamo per ridare diritti a chi li ha persi e, da solo, non sa di averli e non riesce a chiederli. Ci sono persone che hanno perso l’assistenza sanitaria. Ma senza la residenza non possono accedere alle cure. Lì interveniamo noi».

Fuori dall’ufficio spesso c’è la coda. Alla scrivania di Arena sfila un’umanità dolente e quanto mai varia. «Gente che per paura o per fuga ha deciso di nascondersi per strada, dove sei visibile e invisibile nello stesso tempo», racconta, «gente che in strada ci è finita e non sa come reagire; migranti regolari, con il permesso di soggiorno, che lavorano nei campi e chiedono di essere pagati dai padroni; gente che ha perso in un colpo solo famiglia, casa e lavoro, magari dopo un divorzio. Con loro è davvero difficile perché fanno fatica ad ammettere il fallimento e a chiedere aiuto. I migranti, invece, una corazza ce l’hanno già perché vengono dall’inferno. La povertà è uno status, l’impoverimento è un cammino verso il precipizio. È molto più difficile aiutare una persona che si è impoverita».

Che Italia è, quella vista dall’avvocato di strada? «Un’Italia traballante che fa acqua da tutte le parti. Noi non siamo la soluzione, ma il termometro che misura la febbre. È un Paese che s’indigna a parole per quei gironi infernali che sono i ghetti dove imperversano prostituzione, sfruttamento, mancanza di acqua, luce, diritti. È un’Italia che va avanti a forza di slogan e che non risolve né i problemi dei migranti né i problemi degli italiani. I poveri hanno una sofferenza “francescana”, lieta, mai urlata. In loro incontro sempre una grande dignità».

Accosta l’Italia di oggi, dilaniata dai conflitti sociali, al Sudafrica del post apartheid: «Ci vorrebbe un Nelson Mandela italiano», dice, «abbiamo bisogno di verità e riconciliazione anche noi. Dobbiamo ricucire le relazioni tra impresa e lavoro e tra scuola e famiglia. La crisi più devastante non è economica ma educativa. Abbiamo bisogno di educatori. Anche l’avvocato può essere un educatore».

Il gruppo degli avvocati di strada di Foggia
Il gruppo degli avvocati di strada di Foggia

«Il caporalato? È cambiato solo il colore della pelle degli sfruttatori»

A Foggia, lo sportello esiste dal 2005 ed è aperto tutti i giorni. Vi si alternano quindici avvocati. Turno fisso il lunedì e poi a chiamata. D’estate, si “trasloca” a Borgo Mezzanone, il ghetto della vergogna, dove Arena con Intersos e altri volontari danno assistenza alle vittime del caporalato: «Non è cambiato nulla, solo il colore della pelle del caporale: prima era bianca, adesso è nera. La legge? Funziona se viene applicata, come tutte le leggi».

Ne ha viste tante, Arena, nel suo peregrinare in giro per il mondo, dall’Africa al Sudamerica. E pensare, come racconta nel bel libro Io, avvocato di strada (Baldini+Castoldi), che s’era fermato all’ultimo miglio prima della laurea in Giurisprudenza. «Era il 1997, mollai a cinque esami dal traguardo. Ad Assisi, durante un ritiro spirituale, incontrai i ragazzi dell’Operazione Mato Grosso. Cercavano un laureato da spedire in Sudamerica. Feci tutto in sette mesi pur di partire. Poi, nel 2005, lessi un’intervista al presidente nazionale degli avvocati di strada, Antonio Mumolo, e dissi: “è fatta, finalmente posso utilizzare i miei studi per aiutare gli altri”».

Arena ha un cruccio e si chiama Michele (nome di fantasia), morto alcolizzato qualche mese fa dopo che alcuni delinquenti gli avevano rubato i dati personali per fare truffe online in mezza Italia: «Si è trovato con una montagna di processi. Non sono riuscito ad aiutarlo, lui si è lasciato andare. La considero una sconfitta personale».

PER SAPERNE DI PIU'

  

Io, avvocato di strada
di Massimiliano Arena

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