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martedì 22 giugno 2021
 
LA GIORNATA
 

Massimo Cirri: "La radio ai tempi del Covid? Un mezzo agile che unisce solitudini forzate"

12/02/2021  Il 13 febbraio è la giornata mondiale della radio. Abbiamo scelto di celebrarla con le riflessioni di Massimo Cirri, voce storica di Caterpillar alla radio e psicologo nella vita. Ecco che cosa ci ha raccontato a cavallo tra i suoi due mestieri

Massimo Cirri (nella foto con Laura Troja) è la voce storica di Caterpillar su Radio 2, ma nella vita per molto tempo ha fatto lo psicologo al centro di salute mentale. Una doppia veste che lo rende perfetto per celebrare la giornata mondiale della radio che cade in un 13 febbraio particolare: al termine di un anno di grandi solitudini, di smarrimento, di distanziamento fisico, di “casalinghitudine” forzata non ancora finito, nel quale, dicono i dati, la radio sta vivendo un'eterna giovinezza.

L’Istat ha detto che radio è stata, con la Tv, la principale compagnia per le persone confinate in solitudine in questo anno difficilissimo. Un mezzo semplice e antico ci sta aiutando a fronteggiare un dramma che per il nostro secolo è nuovo?

«Mi sembra che, sì, la radio abbia tenuto e interpretato meglio della Tv quello che è successo soprattutto per la prima parte della pandemia, quando di colpo è capitata una cosa mai vista e milioni di persone si sono trovate a stare a casa. La radio è un mezzo agile, noi di Radio2 trasmettavamo ciascuno da casa propria con un dispositivo grande come una scatola da scarpe. Il fatto che fossimo a casa come milioni di ascoltatori ci ha messo nella condizione di una risonanza comunitaria. La Tv ha cominciato a farlo, ma all’inizio con le immagini ha dovuto fare più fatica per ricovertirsi in modalità covid, anche se adesso ci siamo abituati a vedere il virologo che si collega da casa con sullo sfondo una improbabile scenografia di salotto con vasi cinesi. La radio ha dimostrato di sapersi adattare subito».

Qual è stato l’aspetto più difficile?

«All’inizio la mancanza di strumenti culturali per interpretare quello che stava accadendo, ma la dinamica del mezzo ha aiutato».

Vi siete fatti un’idea, attraverso l’interazione con gli ascoltatori, di che cosa le vostre voci in radio abbiano rappresentato in un anno di distanziamento fisico forzato?

«Credo che abbiamo rappresentato un po’ di più quello che la radio è da sempre: un antidoto al dolore della solitudine. La solitudine quando non è cercata, lo dice l’Organizzazione mondiale della sanità, è un fattore di aggravamento di qualsiasi sofferenza, malattia, stato di disagio. La radio riesce ancora a farti sentire parte di qualcosa. Non per caso nel linguaggio comune ti dicono: “Mi fate compagnia”. Sarà un’espressione logora, ma in questo tempo di forzato isolamento, dice che la radio ti tiene in un legame: sia che l’ascolti, sia che la lasci in sottofondo mentre stai in cucina, ti dà una dimensione familiare. Nello specifico io sono fiero del fatto che ogni sera abbiamo provato a raccontare un pezzettino della vita di un operatore sanitario: ci tenevo molto, per restituire qualcosa a questo milione e mezzo di persone che abbiamo applaudito per qualche giorno, ma che abbiamo anche bistrattato prima e dopo. Mi piace che la radio in questo sia uno strumento di gratitudine sociale. Parlando con loro capisci che il sistema in fondo sta reggendo grazie al capitale umano».

Lei ha una doppia veste: psicologo e voce radiofonica. Il contatto con il popolo della radio che cosa le ha restituito della psicologia del Paese?

«La stanchezza di tutti, soprattutto in questi mesi, ma anche un pezzetto di voglia di cambiamento in positivo, l’auspicio che non si torni semplicemente alla normalità di prima, perché c’è la presa di coscienza del fatto che quella normalità ha prodotto anche le premesse di questo disastro: ho avvertito il desiderio che da questo momento difficile si possa uscire come corpo sociale, come visione del futuro, un po’ più in equilibrio con le cose del pianeta. E poi la speranza naturale di poter tornare a fare cose normali».

Azzardiamo una domanda più personale: Massimo Cirri ha ammesso in passato che parlare alla radio il pomeriggio è stato anche uno sfogo “terapeutico” dopo le mattine passate ad ascoltare il dolore degli altri come psicologo del servizio pubblico. È capitato di nuovo, la radio è stata salutare per lei anche in questo momento?

«Sì, ha continuato a essere un po’ terapeutica. Confesso una cosa: nel primo periodo ho avuto paura che saremmo morti tutti, che fosse la fine. Ne parlavo con Ilaria Capua, che provava a tranquillizzarmi: “Ma no, non è detto”. Mia moglie mi diceva: “Sei paranoico”. Uscivo in bicicletta, andavo in Rai e cercavo di farmela passare. A fine maggio abbiamo intervistato un rianimatore di Niguarda, si celebrava lo svuotamento della rianimazione Covid. Gli ho chiesto se avesse mai avuto la mia stessa paura. Mi ha risposto che no, in genere, no, una volta però tornando da un turno di domenica, parlando con la moglie, ha ammesso che invece qualche volta, in effetti, quel timore finisse tutto “a schifio” l'aveva attraversato. Lì ho pensato più concretamente alle nostre solitudini, alla nostra finitezza. Poi non vai in radio a dirlo. Ma tante persone anziane ci raccontano quello che provano con le parole della guerra di quando erano bambini: poi sappiamo che non lo è, ma ha risonato dentro di noi con quelle parole perché non ne avevamo di adatte a descrivere quello che ci stava capitando. Poi, siccome, per esorcizzare la morte, bisogna anche ridere: in radio abbiamo scherzato, sulla paura di morire di fame, sul saccheggio dei supermercati, lasciando però le penne lisce».

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