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mercoledì 12 maggio 2021
 
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Massimo Galli: "Il metro di distanza non basta con la variante inglese. Teniamo alta la guardia"

29/04/2021  In una conferenza streaming con il Collegio Ghislieri di Pavia, Massimo Galli fa il punto su varianti e pandemia: "Se vacciniamo lentamente e lasciamo circolare il virus, ci esponiamo al rischio di mutazioni resistenti. L'indiana? Non sappiamo ancora. La scelta di aprire è decisione politica, i numeri non rassicurano"

È un Massimo Galli più professorale, quello che il 28 aprile 2021 si è collegato all’aula virtuale del Collegio Ghislieri di Pavia con studenti universitari e cittadinanza, per fare il punto su pandemia e varianti, in apparenza meno spumeggiante di quello che risponde senza peli sulla lingua in Tv. Non per questo è meno chiaro e diretto, anzi. Slide, ricerche e numeri alla mano, è persino più convincente, perché è lì, tra i numeri, che si capisce la portata e il fondamento delle sue preoccupazioni, ancorate a una concretezza di dati duri che il grande pubblico fatica ad afferrare in poche parole, ma che parlano senza possibilità di essere piegati alle esigenze del momento. Rigore scientifico puro, niente a che fare con il presunto pessimismo cosmico, che tanti gli attribuiscono. Un’etichetta che con ogni evidenza, nonostante le spalle robuste, gli pesa e non gli piace.

«Al momento in cui parliamo», esordisce, «abbiamo in Italia 448.000 positivi. La pandemia ha causato fin qui in Italia oltre 120.000 morti, sono più di quanti ne abbiano contati gli Stati Uniti nella guerra del Vietnam. Mostra una slide che raffronta la situazione del 4 maggio 2020, quando si riaprì dopo il primo lockdown, con quella attuale: «Allora», spiega «avevamo circa 100.000 casi accertati, che verosimilmente in proiezione nella realtà erano mezzo milione in prevalenza concentrati al Nord, ora sono poco meno di mezzo milione i positivi accertati e sono sparsi in tutto il Paese. C’è stata una lenta flessione di casi positivi dal primo aprile, ma non è una curva che scende in picchiata. Tra il 12 e il 18 aprile l’incidenza era di 144 casi ogni 100.000 abitanti in Lombardia, di 230 ogni 100.000 in Campania». Che cosa questo voglia dire è presto spiegato: «Il messaggio forte e chiaro è che abbiamo ancora un sacco di virus che gira per il Paese. Quando vado a rivedere i dati complessivamente – i dati del mio sconcerto perché vedo discrepanze tra i dati del Ministero della Salute e quelli dell’Iss, il che significa che diverse Regioni hanno un problema serio nella comunicazione dei dati – mi chiedo chi ha calcolato i calcoli di chi dice di essersi assunto un rischio calcolato? Non la cabina di regia, se leggo quello che ha scritto il 23 aprile – legge un lungo passo da cui si evince che è chiara la consapevolezza che i casi sono ancora troppi per garantire un efficace tracciamento per il contenimento dei focolai -.L’esperienza ci dice che il sistema a colori ha dimostrato ovunque limiti evidenti, anche perché abbiamo assistito a un tiro alla fune tra centro e periferia per ottenere aperture il più rapidamente possibile, senza attendere che i dati in decrescita si consolidassero. Il risultato è stato sempre risalita e nuova pressione sulle terapie intensive. Il calcolo per uscire dai guai si fonda sulla campagna vaccinale. Si prevedeva una somministrazione di 500.000 dosi giornaliere dal 14 aprile ma non ci siamo arrivati. Sul portale del Ministero una proiezione parla di immunità di gregge all’80 per cento per il 15 settembre».

A proposito del piano di approvvigionamento delle dosi, osserva: «Come quanto previsto ancora sul sito del Ministero è in corso di cambiamento? Vorrei risposte più precise. La realtà nuda e cruda è che abbiamo inoculato 19 milioni di dosi, raggiungendo con una dose 30 persone su cento. L’Inghilterra, con una popolazione di poco superiore alla nostra, ha somministrato 30 milioni di dosi più di noi raggiungendo 70 persone su 100. Considerato che la vaccinazione completa si ha con due dosi, gli unici messi davvero bene sono gli israeliani con 120 dosi su 100 abitanti. Noi abbiamo coperto con due dosi appena 5 milioni di persone. Nonostante questo gli inglesi stanno riaprendo con molta cautela e dicono chiaramente di aspettarsi altri morti. Negli Stati Uniti dove ci sono 69 milioni di vaccinati completi e 69 dosi inoculate ogni 100 abitanti, in oltre 20 stati hanno visto un aumento dei contagi del 10 per cento appena allentante le restrizioni. Alla luce di tutto questo mi chiedo: il rischio che ci stiamo prendendo noi è “calcolato” in base ai numeri o in base a considerazioni sociopolitiche?»

Quando si entra nel vivo del tema “varianti” il discorso si fa più tecnico, le slide più fitte, ma ci sono tante cose che anche l’uomo della strada può capire: «La variante inglese è ora dominante in Italia. Ora sappiamo il perché: contagia di più rispetto alla prima con cui ci siamo confrontati nel 2020, ha il 50% di efficienza di trasmissione in più e contagia molto di più bambini e ragazzi. Sappiamo anche che è più letale: 1.64% in più. Anche con questa incide l’età: i più anziani rischiano di più; incide anche la carica virale, più è alta più si rischia. A fronte di tutto questo: i protocolli con il metro di distanza al chiuso scritti nel 2020 non sono più adeguati: neppure il metro e mezzo basta, servirebbero almeno un metro e 80 o 2 metri. So di giocarmi un altro pezzo di popolarità ma non posso non dire che questo è un evidente problema per tutti gli spazi chiusi inclusa la scuola».

Si parla molto in questi giorni di variante indiana: «è evidente che in India è successo qualcosa, che cosa combina questa variante non lo sappiamo ancora. Ma i Cdc americani hanno classificato le varianti in tre categorie: “di interesse”, “Preoccupanti”, “gravi”. Già la prima categoria mostra una lieve ma significativa riduzione della risposta agli anticorpi. Con la variante brasiliana e sudafricana, 3 su 4 degli anticorpi monoclonali e del plasma iperimmune accantonato (che ricordiamolo possono avere successo solo in una piccola precisa precisa finestra di fase precoce della malattia) non funzionano. Questa dal punto di vista terapeutico è una malattia ancora orfana o almeno in affido temporaneo: non abbiamo ancora una terapia certamente efficace».

Una complessa spiegazione su studi di laboratorio mostra che quando il virus incontra ostacoli nella popolazione immunizzata, se lasciato circolare, tende a sviluppare varianti più efficienti: questo spiega perché sarebbe importante ridurre la circolazione evitando troppi contatti tra le persone mentre si vaccina, il più in fretta possibile. Serve a ridurre il rischio che si sviluppino nuove varianti resistenti: «Più è lungo il tempo delle vaccinazioni, più si lascia circolare il virus nel frattempo, più si dà al virus l’opportunità di mettere su una mutazione utile a sviluppare varianti resistenti, più siamo nei guai».

La conclusione è inevitabile: «Questa pandemia non si risolve in un solo Paese mettendo i gendarmi alle frontiere, serve uno sforzo globale e il mondo non sta dando buona prova di sé. Quanto a noi, in un Paese che ha aperto prima di poterselo permettere, dobbiamo tenere la guardia molto alta: se non la tiene il Governo, la tengano gli operatori sanitari e i cittadini che vogliono starsene fuori dai guai».

 
 
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