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giovedì 21 novembre 2019
 
 

Nozze in calo? Una tendenza in atto da tempo

13/11/2014  Secondo l'Istat il matrimonio è ancora in calo. Una tendenza iniziata nel 1972 che tra il 2008 e il 2013 si è velocizzata in modo esponenziale (il 4.5% di unioni in meno ogni anno). Sono soprattutto le prime nozze tra italiani ad aver subito il contraccolpo maggiore. Ci si sposa sempre meno e si opta per la convivenza. Perché? Pietro Boffi del Cisf ci aiuta a capire.

 «I dati Istat sul matrimonio in Italia, pubblicati ieri, confermano una serie di tendenze in atto già da tempo». A riconoscerlo è Pietro Boffi, ricercatore del Cisf (Centro Internazionale Studi Famiglia) di Milano, che analizza con attenzione i numerosi risultati dell’indagine statistica. «Il calo dei matrimoni è iniziato nel 1972. Possiamo dire che da allora è stato costante. Dal 2008 al 2013, tuttavia, si è assistito a un fenomeno inaspettato: la tendenza alla diminuzione si è velocizzata in modo esponenziale. Più precisamente, si è quadruplicata (il 4.5% di unioni in meno ogni anno), arrivando nel 2013 sotto la soglia dei 200.000 matrimoni celebrati (194.057). Sono soprattutto le prime nozze tra italiani ad aver subito il contraccolpo maggiore. Ci si sposa sempre meno».

Il Report Istat fornisce tabelle dettagliate e resoconti accurati. Ma la comprensione di quello che sta accadendo necessita di chiavi di lettura adeguate: «Senza fare troppi giri di parole, credo che i giovani italiani abbiano qualche problema con il matrimonio», prosegue il sociologo esperto di legami familiari. «Sono portati a posticipare questa scelta, a rinviarla più possibile. Perché? Potremmo dire che scelgono meno il matrimonio perché passano sempre più tempo da “non sposi”, o vivendo troppo a lungo in casa dei genitori oppure strizzando l’occhio alla convivenza, tra l’altro in netta crescita». Di primo impatto, questi atteggiamenti potrebbero essere ricondotti agli effetti della crisi economica che sta investendo il nostro Paese: meno posti di lavoro e meno reddito sarebbero gli artefici del “freno” nel progettare una vita insieme. Secondo l’esperto, tuttavia, questo è vero fino a un certo punto: «Il calo dei matrimoni non può dipendere solo dai problemi di natura economica. Certo, la crisi ha il suo ruolo, è innegabile. Ma anche l’andamento socio-culturale reclama la sua responsabilità. Il fattore economico e il fattore culturale vanno di pari passo. L’uno influenza l’altro. Da una parte si osservano giovani con una scarsa propensione a intraprendere questa scelta, dall’altra vi è un contesto sociale e politico che dedica scarsa attenzione e cura alle nuove generazioni. La popolazione giovanile è ai margini: gli viene chiesto poco, gli viene dato poco e, di conseguenza, da loro si ottiene poco. Chiaro sintomo di uno squilibrio tra le generazioni e di una classe dirigente troppo “adulta” che tiene stretta a sé il potere rispetto alla media europea».  

Un’ultima annotazione sul rapporto tra matrimonio civile e religioso: «Secondo le analisi dell’Istat, le prime nozze celebrate tra italiani secondo il rito religioso sono diminuite (105.806) e, parallelamente, sono aumentate quelle civili (39.765). Tuttavia, la percentuale delle nozze religiose resta ancora molto elevata. Si registra, quindi, ancora un forte attaccamento ai valori tradizionali della fede. Attaccamento che andrebbe custodito da un’attenta cura pastorale e una promozione costante dei principi del matrimonio cristiano».

E gli ultimi sviluppi legati alla pratica del “divorzio breve”? Possono incidere negativamente sullo scenario attuale? «Indubbiamente, questa semplificazione procedurale getta un’ulteriore ombra negativa sull’istituzione matrimoniale» precisa Pietro Boffi. «Mortifica qualsiasi tentativo di ripensamento e/o ricongiunzione della coppia in crisi, riducendo il vissuto, la storia, gli affetti e il legame a uno scambio qualunque, a una contrattazione “veloce” di quanto si intende ormai chiuso definitivamente. Una sorta di “archiviazione” rapida di un “pezzo” della propria esistenza».

Allo stesso tempo, però, occorre guardare con onestà alle ragioni che si nascondono dietro questo provvedimento: «Finora quanto si è fatto per valorizzare il tempo che intercorreva tra la separazione e la sentenza definitiva del divorzio? Con molta probabilità, la prospettiva della legge sul divorzio ha avviato e consolidato negli anni una certa mentalità: quando una coppia giunge a un certo punto  di “rottura”, dove la crisi relazionale ha preso il sopravvento e i coniugi conoscono solo il linguaggio del conflitto o quello della fretta di “sciogliere” consensualmente il rapporto, tutto è ormai segnato: letteralmente si arriva a comportarsi come se non ci fosse più nulla da fare. E la domanda potrebbe essere ribaltata: è la “brevità” il vero problema o, piuttosto, l’assenza di cura di quel legame che si vuole a tutti i costi vedere terminato?».

 
 
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