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lunedì 13 luglio 2020
 
Nuovi Santi
 

Matteo Farina, il 18enne che stupì per la sua fede durante la malattia, è venerabile

07/05/2020  Colpito a 13 anni da un tumore al cervello diceva: «Dobbiamo vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma non nella tristezza della morte, bensì nella gioia di essere pronti all’incontro con il Signore». Tra gli altri venerabili, anche due sacerdoti italiani: Francesco Caruso (1879-1951) dell’arcidiocesi di Catanzaro-Squillace e Carmelo De Palma (1876-1961), dell’arcidiocesi di Bari-Bitonto

Tre sacerdoti e una ragazza - uno dei quali, ordinato dopo la vedovanza, è il padre della giovane - tutti vissuti tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del secolo scorso. E anche un ragazzo della cosiddetta "generazione X", Matteo Farina, il più giovane, scomparso il 24 aprile 2009.

Con l’udienza di mercoledì al cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, Papa Francesco ha riconosciuto per decreto l’eroismo delle virtù cristiane di questi Servi di Dio, ora appellati come Venerabili.

Un “infiltrato”, capace di “entrare silenzioso come un virus”. Sembra strano, in epoca di pandemia, che questo possa essere stato l’obiettivo di un probabile futuro santo. Matteo Farina se lo era posto, diventare un giovane in grado di contagiare i coetanei con l’amore di Dio, che definiva “una malattia senza cura”. Perché  Matteo era un ragazzo con una grande fede, e come tutti coloro che hanno una grande fede aveva voglia di trasmetterla ai più vicini. Muore a 18 anni. Da quando ne ha 13 combatte con un tumore al cervello. Una lotta uguale a quella di tutti i malati, operazioni alla testa e chemio e speranza di farcela. In Matteo brilla però la luce di chi fin da piccolo – assieme a mamma Paola, papà Miky e alla sorella maggiore Erika – ha preso familiarità col Vangelo, che per tutti, e soprattutto per Matteo, è un libro da leggere ogni giorno e ogni giorno vivere. Integrato ma cristiano È un tipo mite e affabile ma i suoi compagni di scuola, gli amici, sanno che quando scoppierà un litigio le parole migliori per fare pace saranno quelle di Matteo. Lo ribattezzano, con stima, il “moralizzatore” proprio perché non perde occasione per fare riferimento a Dio nelle cose di tutti i giorni. In una pagina del suo diario di 15.enne scrive: “Mi piacerebbe riuscire ad integrarmi con i miei coetanei senza essere però costretto a imitarli negli sbagli. Vorrei sentirmi più partecipe nel gruppo, senza però dover rinunciare ai miei principi cristiani. È difficile. Difficile ma non impossibile”.

La malattia lo costringe a viaggi in Germania e a lunghe convalescenze che lo restituiscono alla vita “normale” con intatta la voglia di vivere della sua età. Il cancro scava anche nella sua anima, la rende essenziale come ogni esperienza di dolore. Matteo si affida a Dio in tutto e per tutto e quando la medicina con lui si arrende negli ultimi giorni di vita si offre per la salvezza delle anime e la conversione dei peccatori. Muore il 24 aprile 2009 nella sua Brindisi anche se era originario di Avellino dove era nato il 19 settembre 1990.

Gli altri venerabili italiani di Catanzaro e Bari

Gli altri venerabili italiani sono don Francesco Caruso, dell’arcidiocesi di Catanzaro-Squillace, nato a Gasperina (Catanzaro) il 7 dicembre 1879 e ivi morto il 18 ottobre 1951: fu parroco e rettore del Seminario, una figura di grande rilievo nella Chiesa calabrese della prima metà del Novecento; insieme a lui don Carmelo De Palma, dell’arcidiocesi di Bari-Bitonto, nato a Bari il 27 gennaio 1876 e ivi morto il 24 agosto 1961, che ricoprì vari incarichi sia come canonico presso la Basilica di San Nicola sia in diocesi, fu ammirato per la sapienza e ha lasciato scritti di grande ricchezza spirituale.

Conchita, la giovane spagnola che visse con fede la tubercolosi

  

Molto giovane è anche Maria de la Concepción Barrecheguren y García, originaria di Granada, in Spagna, dove nasce nel 1905. Conchita, come viene chiamata, vive come Matteo Farina una vita intensa di fede e impegno – insegna catechismo, aiuta i poveri, prega molto il Rosario – che a un certo punto, verso i 21 anni incrocia la strada con una malattia fatale per l’epoca, la tubercolosi, che la porta alla morte nel 1927. Conchita è figlia di un altro Venerabile della Chiesa, Francisco Barrecheguren, un caso quasi unico di uomo sposato, padre, vedovo, e infine sacerdote. Nato nel 1881, custodisce la figlia di cui presto si diffonde la fama di santità quindi, dopo la morte della moglie, si dedica alla preghiera entrando nella Congregazione dei Redentoristi. A contatto con novizi più giovani di lui, vive la formazione con grande umiltà. Si spegne a Granada nel 1957.

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