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venerdì 24 settembre 2021
 
MAZARA DEL VALLO
 

«Ci aggrappiamo alle parole di papa Bergoglio per non perdere la speranza»

20/10/2020  La commozione dei familiari dei 18 pescatori siciliani arrestati in acque internazionali da milizie armate il primo settembre scorso e ricordati da Jorge Mario Bergoglio all'Angelus di domenica 18 ottobre. I tanti risvolti di una dolorosa vicenda.

«Non ho visto la diretta, ma quando il video di papa Francesco che ha ricordato mio padre e gli altri pescatori è stato rilanciato sul gruppo Whatsapp di noi familiari mi sono commossa e ho ricevuto un po’ di conforto», Ilaria Trinca, 25 anni, è la figlia di Michele Trinca, il comandante del peschereccio Antartide, detenuto in una prigione in Libia insieme ad altri 17 pescatori di Mazara del Vallo dal primo settembre.  Ilaria che vive a Novara dove studia Farmacia è rientrata a Mazara del Vallo per stare vicino alla famiglia, alla mamma Paola e alla sorella Margherita. Insieme, racconta a Famiglia Cristina,  davanti a quel video hanno sentito la dolcezza e la forza delle parole che il Santo Padre ha pronunciato ieri al termine dell’Angelus per ricordare i pescatori siciliani rapiti mentre svolgevano il loro lavoro in acque internazionali.

«Desidero rivolgere una parola di incoraggiamento e di sostegno ai pescatori fermati da più di un mese in Libia e ai loro familiari» ha detto il Papa che dopo un momento di silenzio ha proseguito. «Affidandosi a Maria, stella del mare, mantengano viva la speranza di poter riabbracciare presto i loro cari. Prego anche per i diversi colloqui in corso a livello internazionale affinché siano rilevanti per il futuro della Libia. Fratelli e sorelle è giunta l’ora di fermare ogni forma di ostilità, favorendo il dialogo che porti alla pace e alla stabilità del paese. Preghiamo insieme per i pescatori e per la Libia, in silenzio». 

Parole di conforto «che ci fanno vedere la luce in fondo al tunnel», aggiunge Marika Calandrino, 27 anni, moglie di Giacomo Giacalone, 32 anni, capitano del peschereccio Anna Madre, altra nave della flotta di Mazara coinvolta, ma che è riuscita a fuggire e a fare ritorno nel porto siciliano: «Ho sentito mio marito l’ultima volta per telefono la mattina del 1 settembre, stesso giorno del sequestro. Non lo vedo da agosto e oggi non ho più sue notizie, se non dai giornali.  Voglio sapere come sta, dove si trova adesso», racconta Marika, mamma di Gaia, che ha un anno e due mesi.  «La nostra piccola avverte la mia agitazione e cerca il papà, ogni giorno la guardo negli occhi per trovare la forza. Ci aggrappiamo alle parole del Papa per trovare uno spiraglio di speranza».

Sono ormai trascorsi 50 giorni da quando diciotto pescatori di Mazara del Vallo con i rispettivi pescherecci, l’Antartide e la Medinea, si trovano in prigione in Libia dopo essere stati fermati da milizie armate a 38 miglia da Bengasi, al confine con il Golfo di Sirte.  Tratto di mare rivendicato dalle varie autorità libiche sin dai tempi di Gheddafi nel 1973. L’accusa per i pescatori di Mazara del Vallo è di aver pescato nelle loro acque interne. Ma la rivendicazione libica sul Golfo di Sirte, che qui nel 1999 autoproclamò, una zona economica esclusiva, non è stata mai riconosciuta né dall’Europa né dalla comunità internazionale.

Non è la prima volta che i pescatori siciliani subiscono questo tipo di trattamento da parte delle milizie libiche. Esposti a minacce armate, dopo il rilascio, in cui vengono privati di gran parte delle attrezzature di bordo, vengono obbligati al pagamento di cauzioni e all’acquisto del proprio pescato. «Prima le navi della Marina Militare ci difendevano, adesso da qualche anno non c’è più una zona di sorveglianza per la pesca», spiega Leonardo Gancitano, armatore dell’Antartide: «Quella barca è per noi una famiglia, lì c’è tutto il sudore e il lavoro di mio padre. Nel nostro equipaggio ci sono quattro siciliani, due senegalesi, due tunisini e due indonesiani. Sono dei professionisti e per noi sono tutti italiani. Ora abbiamo paura e vogliamo delle risposte».

Il 16 settembre i familiari dei pescatori mentre stavano protestando al porto di Mazara hanno ricevuto una telefonata da Pietro Marrone, il comandante del peschereccio Medinea: «Era spaventato, ci diceva di andare a Roma e di farci sentire», aggiunge Marco Marrone, l’armatore del peschereccio sotto sequestro. I familiari si sono quindi incatenati simbolicamente davanti a Montecitorio.

Secondo quanto riferito dalle più autorevoli agenzie di stampa internazionali sulla vicenda dei pescatori di Mazara del Vallo sarebbe intervenuto il generale Khalifa Haftar che avrebbe proposto all’Italia uno scambio di prigionieri. I 18 pescatori di Mazara per quattro cittadini libici, calciatori di professione, accusati della strage avvenuta il 15 agosto del 2015 nel Canale di Sicilia. Quel giorno morirono 49 migranti per asfissia mentre si trovavano chiusi nella stiva del peschereccio che li trasportava dalla spiaggia di Zuara. I corpi furono poi trasferiti nel mercantile norvegese Siem Pilot e messi all’interno di una cella frigo che toccò il porto di Catania insieme ai migranti sopravvissuti nello sbarco del 17 agosto dello stesso anno.

Da quel Ferragosto del 2015 il quadro geopolitico nel Mediterraneo è mutato. L’Italia ha stretto accordi con il governo di Tripoli per controllare “i flussi migratori”, agevolando attraverso l’invio di unità navali la creazione della guardia costiera libica che opera in una zona Sar (ricerca e soccorso) libica che spesso si sovrappone e si confonde con la zona riservata alla pesca.  I pescatori di Mazara del Vallo sono quindi più che legittimati a dire che i “libici“ si sono presi il Mediterraneo. Un giorno prima del sequestro delle due imbarcazioni e dei 18 pescatori di Mazara del Vallo, il ministro degli Esteri aveva incontrato a Tripoli Fayez al Serraj, presidente del Governo di accordo nazionale, l’unico riconosciuto dall’Onu.

 

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