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domenica 25 settembre 2022
 
 

Media e identità femminile

19/05/2011  I recenti episodi di cronaca, hanno riacceso l’interesse culturale circa l’attuale rappresentazione della donna nei media.

Le recenti vicende riguardanti le frequentazioni femminili del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, le affollate manifestazioni di piazza delle donne italiane per riaffermare la propria dignità e la riapertura del dibattito sull’immagine della donna hanno riacceso i riflettori sulla rappresentazione della figura femminile da parte dei media. Fra vecchi stereotipi e nuove identità trasversali, essa non si è ancora affrancata da una rappresentazione ampiamente subalterna rispetto all’universo maschile, né tantomeno da una connotazione strumentale che ancora troppo spesso rappresenta la donna come oggetto di piacere agli occhi degli uomini.


Una sintetica ricognizione sull’immagine prevalente in alcuni comparti della produzione mediatica consente di evidenziare gli eccessi nella direzione di cui sopra e di ribadire la necessità di un radicale cambio di atteggiamento. I settori della pubblicità, dell’informazione e dello spettacolo sono quelli in cui maggiormente emergono le distorsioni dell’immagine femminile.

Seducente, ammaliante, generalmente poco vestita o completamente nuda: è la donna in pubblicità, una figura che continua a essere connotata secondo modelli ancorati ad antichi pregiudizi di genere. Tra quelle che occupano le pagine delle riviste patinate, la pubblicità della moda è una delle più invasive. L’identità femminile che essa propone ha conosciuto una profonda trasformazione, con un incremento dell’attenzione verso modelle sempre meno anonime e sempre più capaci di diventare personaggi. Delle top model più famose si sa tutto, abitudini, affetti, difetti e manie ed entra in gioco un meccanismo di reciproco beneficio: la pubblicità guadagna dalla notorietà di queste donne e loro, grazie alla fama acquisita, possono chiedere cachet di tutto rispetto o guadagnarsi ruoli in altri settori dello show business.

Caratteristica peculiare delle campagne pubblicitarie dedicate alla moda è l’attenzione al corpo della donna, con il risultato che la presentazione dei capi d’abbigliamento – che dovrebbero essere l’oggetto privilegiato del messaggio – cede il passo a un insistito voyeurismo sulle forme fisiche delle protagoniste. In taluni casi l’identità sessuale femminile è fortemente esaltata da una connotazione erotica che poco lascia all’immaginazione, in altri è altrettanto fortemente travisata da rappresentazioni giocate sull’ambiguità estetica.

In generale, qualunque sia il prodotto pubblicizzato, è evidente la tendenza a rappresentare la figura femminile non come soggetto che ha la funzione di presentare l’oggetto in questione, ma come vero e proprio emblema di esso; la donna non è più colei che offre e “garantisce” ciò che viene proposto, ma diventa lei stessa l’oggetto da conquistare. Nei prodotti per l’uomo, la rappresentazione della donna oggetto, metafora del desiderio, è decisamente prevalente. Gli esempi più eclatanti si riscontrano nella pubblicità di automobili, in cui l’accostamento tra il mezzo e la donna insiste spesso su un rapporto parallelo di seduzione e fascino con l’auto che assume caratteristiche maschili e attrae la donna, o con lei che incarna l’auto come oggetto del desiderio maschile.

La connotazione strumentale emerge con evidenza in tutti i messaggi in cui si sfrutta la nudità femminile in maniera ammiccante e seducente. Se il ricorso al nudo può essere parzialmente giustificato quando si reclamizzano prodotti di bellezza o per la salute del corpo, esso è assolutamente gratuito quando serve a lanciare, per esempio, un’acqua minerale oppure un paio di scarpe sportive. Frequente è anche l’accostamento fra il nudo femminile e i gioielli o gli oggetti di un certo valore. Non è questione di vacuo moralismo, ma la domanda sorge spontanea: a che cosa serve mostrare un corpo svestito nella pubblicità di oggetti che con la nudità nulla hanno a che fare?

Oltre all’immagine dominante della donna oggetto, vi sono altre due connotazioni dell’identità femminile che, pur in misura nettamente inferiore, si ritrovano nelle inserzioni commerciali: la donna “angelo del focolare” e la donna emancipata. La raffigurazione della donna come padrona di casa, brava moglie e madre amorevole, viene generalmente accostata ai prodotti che hanno a che fare con la vita domestica, presentati come indispensabili per l’armonia coniugale e familiare.

Peraltro, la frequente immagine di mamme e mogli sorridenti, già truccate e pettinate a dovere fin dal risveglio, è tanto affascinante quanto lontana dalla realtà concreta. La donna in carriera, capace di superare qualunque presunta inferiorità di genere e di affiancarsi in tutto e per tutto all’uomo, è rappresentata come capace di assumere finalmente ruoli di primaria importanza all’interno della società. Ma anche questa immagine sembra frutto in larga misura di una costruzione culturale che non trova piena corrispondenza nella realtà.

La donna patinata e seducente scompare bruscamente nell’informazione, genere in cui prevale invece la connotazione della donna vittima o addolorata. I recenti casi di Sarah Scazzi e di Yara Gambirasio, adolescenti scomparse e ritrovate assassinate, come tutti i casi di aggressione a sfondo sessuale di cui le cronache purtroppo abbondano, presentano figure femminili inermi o incapaci di difendersi dall’aggressività altrui, fino al punto di pagare con la morte.

Nei servizi di cronaca nera compaiono quasi sempre le madri e le mogli addolorate per la perdita di figli o mariti. È quasi automatico, tanto quanto intollerabile, il “riflesso condizionato” dei giornalisti che di fronte a una tragedia vanno a interpellare la sventurata donna di turno, per chiederle: «Cosa prova in questo momento?».

Le vicende legate all’inchiesta dei magistrati milanesi sul giro di donne che hanno abitualmente frequentato la casa di Arcore di Silvio Berlusconi hanno riempito le pagine dei giornali e i servizi dei telegiornali di una pletora di giovani disposte loro per prime a offrirsi come merce in cambio di benefici economici e professionali. Lasciando all’autorità giudiziaria il compito di riscontrare ed eventualmente punire gli eventuali reati, non si può non evidenziare una tendenza dei media a rappresentare queste giovani come una massa dotata di grande forza d’urto e grande impatto anche in termini sociali.

Se da un lato è squallido vedere larghissimi spazi informativi occupati da questa rappresentazione, dall’altro è drammaticamente sconvolgente prendere atto del fatto che molte donne giovani, interpellate sull’argomento, hanno dichiarato che in fondo potrebbe anche valere la pena di vendere il proprio corpo e la propria dignità in cambio di qualche sicurezza materiale e lavorativa. Molto meno appetibili per le testate informative sono, evidentemente, tutte le altre donne, quelle capaci di studiare, lavorare e affermarsi senza scorciatoie ma a prezzo di fatica e sacrificio.

Nonostante alcune di loro abbiano raggiunto posti di responsabilità e di rilievo (si pensi a Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, a Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, alle donne ministro del Governo) l’identità delle donne “normali” resta completamente in ombra rispetto alla presenza esorbitante di vallette o veline dell’intrattenimento che, sconfinando dall’ambito strettamente spettacolare che le ha lanciate, sono diventate protagoniste del panorama informativo non certo in virtù delle loro buone azioni o della loro specchiata moralità. Nel mezzo della polarizzazione fra la donna della cronaca nera e la soubrette pronta a vendersi per fare carriera si colloca il filtro delle anchorwoman, ovvero delle giornaliste che, con la loro presenza in video, ci ricordano che le donne possono anche aver studiato e aver fatto buone carriere. 
I direttori delle testate giornalistiche sono quasi tutti uomini, ma esempi come quello di Concita Di Gregorio, direttrice dell’Unità, o di Bianca Berlinguer, direttrice del Tg3, sono interessanti e lasciano ben sperare.

Di evidenti segnali di inversione di tendenza si può parlare anche rispetto a una parte delle produzioni televisive più recenti destinate al versante dell’intrattenimento. Se, da un lato, rimane ben radicato lo stereotipo della valletta bella e muta a fianco del presentatore (quasi sempre maschio) di turno, dall’altro in alcuni casi le donne sono riuscite ad affermarsi come protagoniste assolute di trasmissioni di successo.

Nei talent show e nei reality show più gettonati dal pubblico lo scettro del comando è saldamente in mani femminili. Simona Ventura è da anni la padrona di casa all’Isola dei famosi, come lo è la domenica pomeriggio su Rai 2 a Quelli che… il calcio. Lo stesso ruolo ha Alessia Marcuzzi al Grande Fratello, mentre a completare il protagonismo femminile domenicale si aggiungono Federica Panicucci a Domenica Cinque e Lorella Cuccarini a Domenica In.

Fra le signore del piccolo schermo, che hanno uguagliato e talvolta superato gli uomini, fa ormai storia il caso di Maria De Filippi, comandante in capo di Amici, Uomini e donne e C’è posta per te. Anche Antonella Clerici, pur nel suo stile domestico e confidenziale, è a modo suo una donna dominatrice (televisivamente parlando). Si tratta di ruoli e di trasmissioni capaci di conquistare larghe fasce di pubblico e di sancire, in questo modo, il potere televisivo di figure forti che, però, non hanno definitivamente soppiantato le vallette.

Queste ultime continuano a essere largamente presenti, chiamate a esibirsi in vesti succinte e con scarso (o nullo) diritto di parola. “Veline”, “schedine” e “meteorine” sono soltanto alcuni esempi delle molteplici declinazioni specifiche di queste presenze, poco utili ai fini dello svolgimento delle trasmissioni in cui compaiono ma piacevoli all’occhio (soprattutto maschile).

Ballerine, attrici e soubrette hanno costumi di scena molto audaci e le inquadrature indulgono sui loro corpi in maniera spudoratamente voyeuristica. Poco importa, dal punto di vista mediatico, quanto siano professionali o capaci di svolgere il pur modesto compito affidato loro. Il requisito fondamentale è la bella presenza, sempre più frequentemente ritoccata con interventi di chirurgia estetica ad hoc.

La donna del varietà televisivo italiano, dunque, è identificata prevalentemente con il suo corpo, abbondantemente esposto e lungamente seguito dallo sguardo ravvicinato della telecamera. L’estetica complessiva di questo tipo di presenza è quella caratteristica dell’avanspettacolo, e anche per questo il livello complessivo dei programmi di intrattenimento risulta mediocre. 
Se nei reality della donna si sottolineano soprattutto la spregiudicatezza e la furbizia, nei programmi di intrattenimento ne viene sfruttata la tendenza all’esibizionismo, non di rado indirizzata verso lo stereotipo della “bad girl”, la cattiva ragazza capace di ottenere successo o vantaggio economico e personale grazie alla spregiudicatezza nell’uso del proprio corpo.

Il settore televisivo che può restituire alla donna qualche tratto del suo reale ruolo sociale è, quasi paradossalmente, quello della fiction. Sceneggiatori e registi delle produzioni di maggiore successo sembrano essere riusciti a intercettare i tratti principali del cambiamento sociale che ha interessato l’universo femminile negli ultimi lustri.

Si colgono evidenze di questo sforzo sia nella scelta come protagoniste delle storie di donne professioniste (medici o commissari di polizia) o di donne dalle qualità umane eccezionali, sia nella tendenza a evidenziare gli aspetti tipici della sensibilità femminile nel mondo lavorativo. Sono frequenti le figure di protagoniste capaci di corroborare la specifica competenza professionale con il tipico intuito femminile e con quella capacità di cogliere le pieghe dello lo stato d’animo altrui che permette loro di essere ancora più credibili nell’assunzione di responsabilità.

Come abbiamo avuto modo di constatare nei paragrafi precedenti, nella rappresentazione mediatica dell’identità femminile la connotazione della donna oggetto, nelle sue varie forme, è ancora piuttosto dominante. In base a come tutti i mezzi di comunicazione ne parlano, le donne italiane sono diventate più smaliziate e aggressive rispetto alla possibilità di emergere o di ottenere benefici, grazie a un uso sapiente della loro avvenenza e della loro femminilità. E l’immagine femminile veicolata dai media risulta ancora troppo fortemente condizionata dagli stereotipi legati all’identità, di facile presa della donna oggetto.

Certamente sono necessarie iniziative valide per la promozione di una corretta cultura della comunicazione sulla donna, attenta alla sua specificità, consapevole della sua complessità, rispettosa del suo diritto alla non discriminazione. In questa direzione, può essere utile rafforzare l’autoregolamentazione che, pure, non manca all’interno dei media, in particolare nei comparti della pubblicità, dell’informazione e dello spettacolo televisivo, cui si è fatto ampio cenno in questa sede; tale rafforzamento è da intendersi soprattutto nella direzione di una più efficace azione di vigilanza e di controllo rispetto alle norme che già esistono, non nella preoccupazione di aggiungere ulteriori carte a quelle in vigore.

È anche possibile un uso dei media – e della televisione in modo particolare – che consenta di valorizzare l’immagine della donna e di rafforzarne una corretta rappresentazione. E non bisogna dimenticare che tutti noi, in quanto spettatori, ascoltatori, lettori o internauti, siamo i primi a dover pretendere dai media verità e correttezza nella connotazione dell’immagine femminile nei suoi vari ruoli, senza accontentarci di stereotipi tanto efficaci quanto strumentali e degradanti.

 
 
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