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domenica 16 giugno 2024
 
 

Melato: questo mio dolore vi sarà utile

11/01/2013  Riproponiamo un'intervista del 2010 all'attrice mentre stava per andare in scena con il capolavoro teatrale di Marguerite Duras. E spiegava come le debolezze diventano forza.

Mariangela Melato è un’attrice poliedrica, riscuote successi in teatro, cinema e Tv alternando generi diversi (dalla commedia alla tragedia al musical).
Ulteriore conferma della sua versatilità è il monologo autobiografico della grande scrittrice francese Marguerite Duras Il dolore, ambientato alla fine della Seconda guerra mondiale, che porta in tournée a Genova, Napoli e Roma.
L’attrice fa rivivere l’ansia di una donna (la stessa autrice) in attesa di notizie del marito deportato a Dachau, poiché ritiene che «in un momento difficile come il nostro bisogna confrontarsi con la sofferenza umana, anche se magari il pubblico vorrebbe evasione».

– Cominciamo dall’inizio. Lei non è figlia d’arte. Com’è che finì su un palcoscenico?

«La mia famiglia era di estrazione proletaria, nessuno di noi era mai andato a teatro, era un mondo che non conoscevamo; al limite mio padre mi portava al cinema, di cui era appassionato. Il desiderio di dedicarmi allo spettacolo è nato da una mia voglia di ribellione alle regole della famiglia di un tempo la cui massima aspirazione era che la figlia trovasse un buon impiego, molto tranquillo e normale, magari in banca. Da bambina avevo forti insicurezze, ma anche una grande fantasia con la quale volevo emergere, essere diversa e superare tutta la mia riservatezza e tutta la mia fragilità. Il mio sogno segreto era stare su un palco e parlare davanti ad altri che mi ascoltassero, per vincere la timidezza».

- La scuola di teatro è stata importante?

«Se si vuole fare un mestiere con professionalità occorrono buone basi, ma la recitazione è un’arte speciale: non basta studiare, ci vuole un cuore, una sensibilità, doti che nessuna scuola ti può insegnare. Bisogna imparare dal nostro modo di vivere e anche dalle nostre debolezze. Più siamo fragili e insicuri, più tocchiamo la sensibilità degli spettatori. Noi attori siamo privilegiati e pratichiamo un mestiere meraviglioso, ma dobbiamo lavorare molto sul nostro carattere e sopportare molti sacrifici, soprattutto se si è donna».

– Perché? Più difficile trovare una parte?

«I ruoli femminili sono meno numerosi: se in un testo ci sono venti uomini, al limite c’è una sola donna e, se non si è disponibili subito, ci sono mille altre disposte a prendere quel ruolo. Per fare l’attrice bisogna essere toste poiché, nonostante il femminismo, ci sono molte rivalità femminili, anche se io sono circondata da colleghe che mi stimano e mi vogliono bene».

– Com’è il rapporto con i registi?

«Sono stata particolarmente fortunata o particolarmente testarda perché mi sono sempre fatta scegliere da registi che mi piacevano. Il regista è l’occhio critico che mi vede come non mi posso guardare io, è come un’altra parte di me di cui ho bisogno quando lavoro. Molte giovani attrici mi chiedono di dirigerle come regista, ma a me piace recitare con una persona che mi guida poiché voglio sforzarmi di migliorare sempre. Anche in questa intervista mi sono sforzata di parlare molto, nonostante, come le ho detto prima, io sia nata timida».

Da Famiglia Cristiana n. 16/2010

 
 
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