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Melloni: papa Francesco non è un film

26/12/2014  Lo storico del cristianesimo commenta le parole del pontefice ai curiali: non si tratta di una semplice riforma organizzativa. il Papa ha finito di leggere la relazione dei tre cardinali sulla riforma della Curia e sta per cambiare il volto della Chiesa.

“Una prima assoluta. Non esiste nulla del genere nella storia del pontificato”, commenta lo storico della Chiesa Alberto Melloni, uno dei maggiori studiosi del Concilio, dopo aver letto con attenzione il testo del discorso del pontefice al personale della Curia vaticana. “Forse possiamo ritrovare qualcosa in San Pier Damiani e nel vescovo di Lincoln Roberto Grossatesta. Davanti alla Curia Grossatesta  questo prelato vissuto nel Medioevo fece un discorso feroce: voi, disse ai curiali, non vi occupate delle pecore ma solo della lana. Ma in generale mai il papato aveva fatto una cosa del genere. Quello di papa Francesco è stato un discorso drammatico. Di cui bisogna cogliere lo spessore”.
- Perché lo definisce drammatico?
“I due anni passati dall’elezione sono serviti al Papa non per attuare atti di cosmesi riformatrice ma per una sorta di Tac spirituale al centro della Chiesa. Una diagnostica spietata, a bene vedere”.
Il pontefice elencando le quindici malattie della Curia lo ha fatto in accordo con altri membri della Chiesa? I mass media, soprattutto quelli laici, tendono a descrivere come una sorta di angelo solitario piombato sul Colle del Vaticano…
“Il Papa non è solo in questa sua riforma. Non del tutto. Il contesto in cui ha inserito quel discorso e il tono spirituale delle sue parole fanno intendere che alla fine di questi due anni Francesco ha finito di leggere la relazione dei tre cardinali emeriti che gli ha consegnato papa Benedetto a Castelgandolfo”.
Il materiale custodito in quello scatolone bianco che si vede nelle foto con i due pontefici riuniti a Castelgandolfo, durante il loro primo incontro?
“Esattamente. Tra l’altro mi viene in mente che uno dei tre porporati emeriti, il cardinale Raffaele Farina, è uno studioso di Grossatesta”.
Quel documento, importantissimo, è avvolto nella riservatezza più totale, almeno finora.
“Sì ma qualcosa si può certamente intuire, perché i vizi della Curia hanno tra i 400 e i 500 anni, quando sono giovani, altri sono ancora più antichi. Ma il punto è un altro: dalle parole del pontefice, da quell’elenco delle quindici malattie, il Papa ha deciso non di fare il capo del sindacato dei curiali ma di fare il suo dovere di vescovo, parlando con parole franche, a volte ruvide...
E’ quella che in termini ecclesiali si definisce parresia, la “libertà di dire tutto” molte volte invocata da Francesco, la libertà di parlare e la franchezza del giudizio ai fini del bene comune e spirituale…
“La parresia, certo, ma anche qualcosa di più direi. Io vi leggo una sferzata mai vista. La sua opera di riforma della Curia romana non è un’agenda organizzata, non si tratta di aggregare un dicastero e di scioglierne un altro, di mettere una congregazione in più qua e una in meno là. La ragione per cui la riforma tarda è che il pontefice non vuole limitarsi a questo. La riforma della Curia deve nascere da una conversione radicale. In questo senso papa Francesco ha posto un metro di giudizio su cui tutti i curiali saranno pesati”.
Forse non solo i curiali, in fondo quelle parole parlano anche alla Chiesa e a noi tutti, come sostiene tral’altro il giornalista e scrittore Gramellini…
“Certamente. E quindi il discorso di Francesco sposta la questione a tutti vescovi del mondo. Perché non è che le curie diocesane in fondo abbiano problematiche spirituali e organizzative diverse dalla Curia vaticana. E’ come se Francesco dicesse: cari curiali di tutto il mondo, c’è uno standard spirituale di adeguamento. E a guardar bene non esiste alcun vizio di Curia che non sia un vizio di noi cristiani e in fondo degli uomini in generale. Tutto questo evita quello che io chiamo il rischio film”.
Rischio film?
“Il timore che Francesco venga percepito come un bellissimo film sul cristianesimo, una bella favola, da guardare, applaudire, per poi continuare a fare quel che ci pare. In realtà quel che Francesco chiede non è un’adesione ideologica a un certo tipo di governo della Chiesa ma un’autentica missione, a cominciare dai vescovi, di trasmissione del Vangelo. Prendiamo le quindici malattie elencate. Non è un discorso di moralismo curiale. E’ il Santo Evangelo la misura di tutto. In questo Francesco ha posto l’asticella parecchio alta”.

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