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lunedì 30 novembre 2020
 
Giorno per la memoria
 

Terrorismo: la Camera ricorda le vittime

09/05/2016  Nella giornata dedicata alle vittime del terrorismo e delle stragi viene lanciata la proposta di un'interdizione perpetua dai pubblici uffici, ma senza altre condanne in cambio della verità sui fatti di cui ancora non si conoscono autori e mandanti. E il figlio di Bazzega ricorda, con il padre, anche il ragazzo che lo uccise.

Ricorda insieme i nomi di Sergio Bazzega, di Vittorio Padovani e di «quel ragazzo di 21 anni che sparò e purtroppo persa anche lui la vita quel giorno: Walter Alasia. Perché, almeno da morti, tutti meritano rispetto». Li ricorda insieme non perché non abbia memoria, Giorgio, ma perché ne ha tanta. Ha quella di suo padre, maresciallo di polizia, che comprava panini per le persone che portava in carcere se sapeva che le cucine dell’istituto di pena erano già chiuse, che si era finto amico di una persona da arrestare per non traumatizzarne la moglie incinta. Che quella mattina del 15 dicembre 1976 non usò la mitraglietta, quando già il suo collega Padovani era a terra colpito a morte, perché sulla linea di tiro c’erano i genitori e il fratello di Walter Alasia. Giorgio Bazzega è il primo a parlare nel giorno che l’Italia dedica “alla memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice”. Parla, tutto d’un fiato, di democrazia e Costituzione, dei valori in cui suo padre credeva. «Quando vedo qualcuno che, dopo aver commesso  degli sbagli, rientra nella società e ne accetta le regole del vivere civile, vedo la vittoria degli ideali di papà: i nostri cari e le loro idee echeggiano e rivivono ogni volta che si dà applicazione pratica ai valori per cui sono morti», dice parlando dallo scranno più alto di Montecitorio. «Non esiste altro modo di onorare la memoria di chi ha dato la vita per la nostra Italia se non tenendo il loro esempio come stella polare nelle decisioni e nelle azioni di ogni giorno. Il nostro dolore deve servire come forza propulsiva per far andare avanti questo Paese e non per tenerlo incatenato a un ricordo cristallizzato nel tempo».

Parla di memoria anche il figlio di Francesco Coco, ucciso dalle brigate rosse l’8 giugno del 1976 insieme con i due agenti di scorta Giovanni Saponara e Antioco Deiana. «La memoria è una materia difficile, ma che tutti dobbiamo conoscere perché non si smette mai di imparare». Ha un approccio diverso da quello di Bazzega, come diverse sono le sensibilità di chi si alterna a ricordare i propri cari. «Sento parlare di perdono», dice, ma è un perdono che io non posso dare e che, in questi 40 anni, d’altra parte, neppure hanno provato a chiedere».

E non ha nessuno da perdonare, invece Lorenzo Conti, il figlio di Lando, sindaco di Firenze, ucciso il 10 febbraio 1986 dalle br-partito comunista combattente. Dopo 30 anni sono rimasti sconosciuti i mandanti e soltanto5 dei 13 terroristi che spararono sono stati arrestati. «Una debacle investigativa » la definisce il figlio lanciando una proposta: verità per impunità. O meglio per una condanna soltanto «per chi decide di dire tutta la verità all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Chiarezza e verità per allontanare anche oggi oscuri personaggi dalle nostre istituzioni».

Piena luce chiede anche Vittorio Occorsio, stesso nome del nonno, magistrato ucciso da ordine nuovo il 10 luglio 1976 mentre indagava sulle trame eversive di destra e sulla massoneria. «Sui quegli anni non c’è ancora una memoria condivisa e non è stata fatta ancora piena luce su quei legami tra destra e poteri occulti su cui mio nonno indagava», dice rivolgendosi soprattutto ai tanti giovani presenti in parlamento. «Stare qui, in questo luogo è una conquista, i valori democratici sono una conquista», continua «per questo non dobbiamo dare spazio all’infiacchimento dello spirito civico, dobbiamo ascoltare il racconto anche se questo racconto pesa come il piombo di quegli anni e prendere sulle nostre spalle il peso dei padri come fece Enea con Anchise».

Il giorno in cui, «le istituzioni abbracciano i parenti delle vittime», la Boldrini conclude il ricordo chiedendo una legge sul reato di depistaggio e un «maggior contrasto alla corruzione, alla illegalità, al malaffare», ma anche una maggiore partecipazione e cittadinanza attiva contro i nuovi pericoli che ci minacciano.  «Se non avete fiducia nella politica e nelle istituzioni prendetele in mano e portatele avanti, ma non abbandonatele», esorta la presidente della Camera. Perché la democrazia non è mai conquistata per sempre.

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