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Mennea, «Quel ragazzo con le ali che volava tra i vicoli di Barletta»

21/03/2014  Un anno fa ci lasciava il grande atleta pugliese. Nei ricordi del suo primo allenatore la stoffa di un campione dentro e fuori la pista d'atletica.

Un anno senza Pietro Mennea. Significa il ricordo struggente di un campione intramontabile che ha scritto pagine gloriose dell’atletica e dello sport italiano e mondiale, attraverso le sue imprese epiche e i suoi indimenticabili trionfi. È il ritornare indietro nella memoria del tempo, quando nella sua Barletta cominciò a intravedere l’alba di una carriera che poi sarebbe diventata esaltante e ricca di successi. Sudore, fatica, spirito di sacrificio, forza di volontà: un continuo gettare il cuore oltre l’ostacolo per raggiungere e conquistare traguardi impensabili.

Quel ragazzo longilineo dal fisico esile, ma dall’animo pugnace, scattante come un ghepardo e veloce come una saetta, fece breccia nei pensieri e nell’intuito del professore Francesco Mascolo che fu il primo allenatoremaestro di Mennea. «Tutto avvenne nella primavera del 1966», ricorda Mascolo, 75 anni. «Io ero insegnante di educazione fisica e tecnico specializzato di atletica. Allenavo i ragazzi dell’Avis Barletta. Un bel giorno vidi Pietro che correva per le strade della città vecchia.
Oltre a giocare a calcio, era un marciatore. Rimasi colpito, durante alcuni esercizi di corsa, dal suo scatto: andava come un treno e lasciava tutti dietro. Dissi tra me e me: questo è un velocista puro. Avevo bisogno di un elemento per completare la staffetta 4x100.
Così gli proposi di cambiare specialità. Lui accettò senza batter ciglio. Da lì cominciò la splendida avventura di Pierino che poi sarebbe diventato il mito che tutti abbiamo applaudito».

Un piccolo campione

  

Allenamenti durissimi, intensi. Eppure l’intrepido giovane Mennea affrontava anche le sedute più impegnative con grande determinazione, senza mai lesinare energie. «Aveva temperamento e grinta da vendere oltre a un’innata passione per lo sport», sottolinea Mascolo. «Le doti straordinarie e il suo talento erano lì sul punto di esplodere. Noi dell’Avis, allora presieduta da Ruggero Lattanzio, lo aiutammo a crescere sia sotto il profilo tecnico sia fisico. Un lavoro prezioso di tutto lo staff che fu fondamentale per la sua maturazione. Io lo seguivo e lo guidavo durante gli allenamenti. Per lui ero un secondo padre. Lo portai anche da un dentista per curare alcune carie in modo da non avere problemi nell’alimentazione. Giorno dopo giorno mi accorgevo che stavo forgiando un piccolo campione».

Mai un attimo di sosta, correndo a perdifiato verso quell’orizzonte che sembrava schiudersi come un fiore in primavera. La cosa più incredibile è che l’astro nascente stava sbocciando in una città, Barletta, dove non c’era una pista di atletica. «Il vecchio e glorioso stadio Lello Simeone era la nostra casa», racconta Mascolo. «Sul campo in terra battuta disegnavamo le corsie mentre utilizzavamo le curve del velodromo all’interno dell’impianto (sono visibili ancora oggi, ndr) per preparare la staffetta.
Pietro, che allora aveva 15-16 anni, si allenava con scrupolo e meticolosità due-tre ore al giorno sia al mattino sia al pomeriggio, perfino durante le feste, a Natale e Pasqua. Aveva un chiodo fisso: gareggiare e vincere.
Per potenziare la muscolatura lo portavo sulla sabbia delle nostre spiagge. Ma, soprattutto, ci metteva l’anima quando s’inerpicava con la sua proverbiale accelerazione lungo la tortuosa salita di piazza Marina, nel cuore della città vecchia. I suoi miglioramenti erano costanti anche perché spesso a scuola durante le lezioni si allenava con il professor Alberto Autorino, che insegnava educazione fisica all’Istituto tecnico Cassandro dove Pietro si era iscritto per diventare ragioniere».

La molla dell'emulazione

  

Le prime gare ai Campionati studenteschi, le prime vittorie su 80 e 300 metri. «I tempi erano già straordinari. Il primo posto ai Campionati italiani allievi di Ascoli fu incredibile. In quell’occasione Pietro conobbe Vittori.
Ma l’emozione più forte la provai quando, ai Campionati regionali allievi nel settembre del ’68 a Molfetta, vinse sia nei 300 sia nella staffetta battendo il superfavorito De Giorgi. Quel giorno dissi: è nata una stella».
Qualche settimana più tardi, Pietro Mennea sembrò scrutare nel suo futuro: la vittoria di Tommy Smith nei 200 alle Olimpiadi di Città del Messico fece scattare in lui la molla dell’emulazione. Il professor Mascolo seguì da vicino Mennea fino al ’72. «Dopo tante mie insistenze Carlo Vittori verso la fine del 1971 decise di portarlo al Centro sportivo federale di Formia. Alle Olimpiadi di Monaco condivisi con lui la gioia per la medaglia di bronzo nei 200. La mia felicità fu immensa per il record del mondo a Città del Messico, ma anche per l’oro di Mosca nel 1980».

Un esempio di solidarietà

Pietro Mennea aveva anche una fede incrollabile. Francesco Mascolo conosceva bene la sua spiritualità: «Era cattolico praticante. Prima di ogni gara si faceva il segno della croce e pregava la Madonna dello Sterpeto, il santo patrono di Barletta. Era molto devoto della Madonna dell’Arco di Pomigliano e dopo le Olimpiadi di Monaco andò a far visita al santuario su invito di monsignor Reginaldo Addazi, suo appassionato tifoso, che era stato arcivescovo di Barletta. Pietro è stato sempre un esempio di solidarietà.
Ha aiutato molta gente.
Quando tornava in città, tra una gara e l’altra, andava a far visita in forma privata ai malati terminali che chiedevano di poterlo incontrare per una parola di conforto, per un sorriso. Aveva davvero un cuore grande». Che cosa le manca di Pietro ora che non c’è più? Gli occhi del professor Mascolo si fanno lucidi: «La sua schiettezza e la sua umanità. Era un atleta vero, autentico, caparbio, indomabile, combattivo. Ha lasciato un vuoto incolmabile. Vorrei tanto che in suo onore venisse realizzato a Barletta un centro sportivo federale per l’atletica, affinché i nostri giovani seguendo il suo esempio possano fare questo sport in maniera competitiva. Credo che da lassù anche lui ne sarebbe contento».

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