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Mercalli: "Non abbiamo un pianeta di riserva"

31/05/2015  Al Festival Biblico la lectio magistralis del climatologo. "La nostra società deve mettersi a dieta".

Luca Mercalli, a sinistra, durante la lectio magistralis al Festival biblico (foto R. Gobbo).
Luca Mercalli, a sinistra, durante la lectio magistralis al Festival biblico (foto R. Gobbo).

Il creato si è fatto sentire ieri sera, proprio mentre Luca Mercalli citava il diluvio di biblica memoria. «Questo bel frastuono ci fa vedere ancora chi comanda», ha detto il noto sociologo, intervenuto al Festival Biblico per una lectio magistralis su “Il clima ci cambia?”. Sollecitato dalle domande del giornalista Antonio Carnevale, Mercalli ha illustrato al pubblico vicentino un panorama piuttosto inquietante, perché «non c'è un pianeta di riserva». E non è solo un problema di clima, ci sono questioni come l'acidificazione degli oceani, il buco dell'ozono, lo squilibrio dei cicli dell'azoto e del fosforo, la carenza di acqua dolce, il consumo del suolo, le deforestazione nelle zone tropicali e la cementificazione nei Paesi occidentali, la perdita della biodiversità, particolarmente grave, perché è irreversibile, e poi c'è l'inquinamento, «che ci preoccupa di più, perché influisce subito sulla nostra salute. Mangio, bevo, respiro materiali tossici, mi viene il cancro, la grande epidemia dei nostri tempi» Quindi, arriviamo al clima, con una concentrazione di CO2 nell'atmosfera, come mai prima era accaduto. «È come avere l'esame del sangue con la glicemia su valori insostenibili. O ci si mette a dieta, oppure è diabete sicuro».

Se si è arrivati a questa situazione, è anche perché per tanto tempo non si è voluto vedere. «I primi studi sulla CO2 risalgono al 1897, poi il mondo è stato impegnato sulle grandi guerre, ma dagli anni '50 in poi la questione era nota. Nel 1972 è stato pubblicato il Rapporto sui limiti della crescita, che però ha sancito la conoscenza scientifica, ma non quella culturale. Non si è voluto cambiare rotta. C'è una forma di resistenza a decidere di occuparci dei problemi ambientali in maniera decisa, forse perché è difficile per ciascuno di noi capire quali sono i rischi, oppure perché lo si considera un problema che si può rimandare. Quando abbiamo cominciato ad usare le energie fossili - che, è indubbio, ci hanno cambiato la vita in bene - non abbiamo voluto capire che quel progresso avrebbe avuto un prezzo».

Mercalli ha offerto qualche via d'uscita. «Intanto, togliamoci dalla testa il vizio della crescita. Se non viene fatto questo fondamentale passaggio culturale, non c'è futuro. Poi cominciamo con l'abbattere lo spreco - ha detto -. Nell'Europa occidentale lo spreco vale circa il 30 per cento di tutto ciò che facciamo, dal cibo, all'energia, agli oggetti, ai rifiuti.

Lo spreco è stupido, serve solo a chi vende, ma l'ambiente, la società ne hanno un danno. Interrogarci se davvero vale la pena buttare quell'oggetto, se possiamo rendere la nostra casa più efficiente, se non si possa anche andare a piedi qualche volta, produce immediatamente un valore positivo, senza fatica, eppure non lo facciamo, anche per pigrizia. Le nostre case sono dei colabrodi energetici. Chi ha usato gli incentivi statali per migliorarle? Una minoranza. Eppure questo “riparare” sarebbe anche una fonte di lavoro almeno per i prossimi vent'anni. Dobbiamo sempre domandarci qual è il lato “B” delle nostre azioni, perché dentro ogni oggetto ci sono  l'energia, la plastica, il trasporto. Decidere di andare in vacanza ai Caraibi è diverso che decidere di andare qui sull'Altopiano di Asiago».

Alla domanda se la scuola abbia un ruolo importante nell'educazione dei giovani, il climatologo ritorna sulla mancanza di tempo. «Certo, ma i danni sono già in corso. Non possiamo aspettare. Qualsiasi azione di rispetto ambientale, produrrebbe un vantaggio a noi ora, e poi naturalmente ai nostri figli, nipoti, e alle future generazioni. Ma non è una questione di spendersi solo per un'etica del futuro.

Già oggi nel mondo ci sono popolazioni sofferenti a causa dei danni ambientali. Nel Pacifico ci sono tre piccoli atolli corallini in corso di evacuazione, perché minacciati dall'oceano che sta salendo. Gli abitanti sono diventati dei profughi climatici, costretti ad emigrare definitivamente dalla loro terra, a chiedere asilo politico altrove, penso che sia un grande dolore. Come se dovesse essere evacuata Venezia, che è uno dei bersagli più fragili che abbiamo qui in Italia. Si prevede che nel 2050 saranno 250 milioni i profughi climatici nel mondo. Molti dei migranti che arrivano sui barconi, fuggono per il clima, che magari non è la prima causa, ma agisce da detonatore di altri problemi: la mancanza di riconoscimento di diritti, lo sovra sfruttamento delle risorse locali, il land grabbing, che scaccia intere popolazioni dalle loro terre. Magari la fame è indotta da una siccità, elemento che ha fatto traboccare il vaso, ma dietro ci sono ben altre questioni».

Interessante potrà essere la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, prevista per dicembre a Parigi, che sancirà un protocollo vincolante per tutti i 194 Paesi del pianeta. Obiettivo: rimanere tra i 2 e i 3 gradi di aumento della temperatura entro il 2100 che, rispetto ai 5 previsti se manteniamo i comportamenti attuali, significa ridurre il danno a metà. È poco? È tanto? È già qualcosa, perché non si possono fare rivoluzioni tecnologiche in una notte. Ma se si arrivasse davvero all'aumento previsto di 5, 6 gradi, sarebbe un mondo buono per i dinosauri, non per noi. Perciò, facciamo di tutto perché non avvenga. Quello che mi preoccupa è che passeranno anni prima che le nuove regole vengano applicate, mentre la fisica non fa sconti, non aspetta i negoziati fra gli stati».

Uno degli ostacoli ad un'inversione di tendenza è che si ragiona sempre in termini economici. «Non si può sempre calcolare tutto in termini di Pil. Ci sono questioni sulle quali vale di pena di impegnarsi per motivi etici. La qualità della vita non è cosa di poco conto. Non sarà un caso se gli Stati Uniti, Paese del progresso per eccellenza, è anche il Paese dove si consuma la maggior quantità di ansiolitici. Le cose giuste vanno fatte perché ci si sente intimamente soddisfatti di averle fatte. Questa parte di soddisfazione non ha prezzo, e noi dobbiamo nutrirci anche di questo, perché se siamo solo dei freddi calcolatori, riduciamo la nostra vita a ben poca cosa. Mentre il valore etico è nutrimento per il nostro animo».

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