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mercoledì 19 gennaio 2022
 
LA CELEBRAZIONE
 

Il Papa ai cattolici: "Perseverate nel dialogo con i musulmani"

31/03/2019  Il Papa saluta la comunità cattolica per la quale ha celebrato messa e lascia loro il compito di "continuare a collaborare per rendere visibile la fraternità universale".

Diecimila persone di 60 nazionalità. Sono arrivati da ogni angolo del Marocco i fedeli che partecipano alla messa di Papa Francesco nel complesso sportivo Principe Moulay Abdellah, a Rabat. Una comunità composta in gran parte da stranieri, un «piccolo gregge», come aveva detto Bergoglio incontrando i religiosi, le religiose, i consacrati e il Consiglio ecumenico delle Chiese. A loro, Francesco, salutando il Marocco, lascia una missione: «Perseverare sulla via del dialogo con i nostri fratelli e sorelle musulmani e a collaborare anche perché si renda visibile quella fraternità universale che ha la sua fonte in Dio. Possiate essere qui i servitori della speranza di cui il mondo ha tanto bisogno».

Parla in spagnolo, il Papa, durante la messa. Lingua che tutti capiscono in Marocco, assieme all’arabo e al francese.

Bergoglio spiega il Vangelo del figliol prodigo e ricorda che il padre non corre solo incontro al figlio «atteso e desiderato» che era andato via e tornato. Il padre si mette a correre anche per l’altro figlio. «Per questo esce anche incontro a lui per invitarlo a partecipare alla festa. Però, sembra proprio che al figlio maggiore non piacessero le feste di benvenuto; non riesce a sopportare la gioia del padre e non riconosce il ritorno di suo fratello». Il figlio maggiore, nella sua incapacità a «partecipare alla festa, non solo non riconosce suo fratello, ma neppure riconosce suo padre. Preferisce l’essere orfano alla fraternità, l’isolamento all’incontro, l’amarezza alla festa. Non solo stenta a comprendere e perdonare suo fratello, nemmeno riesce ad accettare di avere un padre capace di perdonare, disposto ad attendere e vegliare perché nessuno rimanga escluso, insomma, un  padre capace di sentire compassione».

In questa parabola il Papa rivede ciò che succede anche adesso,  quello che chiama «il mistero della nostra umanità». Se, da un lato, infatti c’è la festa per il figlio ritrovato, dall’altra c’è «un certo sentimento di tradimento e indignazione per il fatto che si festeggiava il suo ritorno», e anche «l’irritazione e la collera per il fatto di fare spazio a chi non era degno né meritava un tale abbraccio». È quello che avviene nelle nostre comunità «e persino all’interno di noi stessi».

Una tensione che parte da Caino e Abele e che fa chiedere, «chi ha il diritto di rimanere tra di noi, di avere un posto alla nostra tavola e nelle nostre assemblee, nelle nostre preoccupazioni e occupazioni, nelle nostre piazze e città?». Una domanda fratricida, che ripete: «Sono forse il custode di mio fratello?».

Divisioni, scontri, aggressività, conflitti «che percuoteranno sempre le porte dei nostri grandi desideri, delle nostre lotte per la fraternità e perché ogni persona possa sperimentare già da ora la sua condizione e dignità di figlio».

Il Papa ricorda che il Padre vuole che «tutti i suoi figli prendano parte alla sua gioia; che nessuno viva in condizioni non umane come il suo figlio minore, né nell’orfanezza, nell’isolamento e nell’amarezza come il figlio maggiore. Il suo cuore vuole che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità».

Ci sono molte circostanze che alimentano «la divisione e il conflitto; sono innegabili le situazioni che possono condurci a scontrarci e a dividerci. Non possiamo negarlo. Ci minaccia sempre la tentazione di credere nell’odio e nella vendetta come forme legittime per ottenere giustizia in modo rapido ed efficace. Però l’esperienza ci dice che l’odio, la divisione e la vendetta non fanno che uccidere l’anima della nostra gente, avvelenare la speranza dei nostri figli, distruggere e portare via tutto quello che amiamo».

Per questo occorre «contemplare il cuore del Padre» per riscoprirci «ogni giorno come fratelli. Solo a partire da questo orizzonte ampio, capace di aiutarci a superare le nostre miopi logiche di divisione, saremo capaci di raggiungere uno sguardo che non pretenda di oscurare o smentire le nostre differenze cercando forse un’unità forzata o l’emarginazione silenziosa».

E, infine, dopo aver ribadito che «invece di misurarci o classificarci in base ad una condizione morale, sociale, etnica o religiosa, possiamo riconoscere che esiste un’altra condizione che nessuno potrà cancellare né annientare dal momento che è puro dono: la condizione di figli amati, attesi e festeggiati dal Padre», ricorda anche che la parabola evangelica presenta un finale aperto: «Vediamo il padre pregare il figlio maggiore di entrare a partecipare alla festa della misericordia. L’Evangelista non dice nulla su quale sia stata la decisione che egli prese. Si sarà aggiunto alla festa? Possiamo pensare che questo finale aperto abbia lo scopo che ogni comunità, ciascuno di noi, possa scriverlo con la sua vita, col suo sguardo e il suo atteggiamento verso gli altri». Il cristiano sa, conclude il Papa, «che nella casa del Padre ci sono molte dimore, e rimangono fuori solo quelli che non vogliono partecipare alla sua gioia».

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