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venerdì 06 dicembre 2019
 
giornata mondale dei poveri
 

Il Papa: «I poveri ci portano dritti a Dio»

17/11/2019  «Sono loro», dice Francesco durante la Messa a San Pietro, «a farci comprendere cosa passa e cosa resta e che Dio è amore. Sono il tesoro della Chiesa. Ci dischiudono infatti la ricchezza che non invecchia mai, quella che congiunge terra e Cielo e per la quale vale veramente la pena vivere: cioè l’amore»

 

In Basilica arrivano alla spicciolata con il loro vestito migliore. I poveri di Roma partecipano alla messa voluta da papa Francesco per la terza Giornata mondiale a loro dedicata. Nei giorni scorsi hanno preso parte al concerto in cappella Sistina, sono stati visitati dal presidio medico allestito vicino al colonnato e sono attesi, al termine della celebrazione, nell’aula Paolo VI per il pranzo. Insieme con loro ci sono anche volontari e operatori e rappresentanti delle numerose realtà caritative che li assistono quotidianamente.

«I poveri», dice Bergoglio durante l'omelia, «sono preziosi agli occhi di Dio perché non parlano la lingua dell’io: non si sostengono da soli, con le proprie forze, hanno bisogno di chi li prenda per mano. Ci ricordano che il Vangelo si vive così, come mendicanti protesi verso Dio. La presenza dei poveri ci riporta al clima del Vangelo, dove sono beati i poveri in spirito. Allora, anziché provare fastidio quando li sentiamo bussare alle nostre porte, possiamo accogliere il loro grido di aiuto come una chiamata a uscire dal nostro io, ad accoglierli con lo stesso sguardo di amore che Dio ha per loro. Che bello se i poveri occupassero nel nostro cuore il posto che hanno nel cuore di Dio! Stando con i poveri, servendo i poveri, impariamo i gusti di Gesù, comprendiamo che cosa resta e che cosa passa».

E quello che resta è Dio, come suggerisce il brano del Vangelo del giorno. «Il Dio vivo, infinitamente più grande di ogni tempio che gli costruiamo, e l’uomo, il nostro prossimo, che vale più di tutte le cronache del mondo».

Il Papa ricorda che quando Gesù, mentre si lodava il tempio di Gerusalemme, ammonisce che non «rimarrà pietra su pietra» di quel grande edificio sacro quando profetizza che «la salda certezza del popolo di Dio sarebbe crollata» e «lascia che crollino delle certezze, mentre il mondo ne è sempre più privo» in realtà ci dice «che a crollare, a passare sono le cose penultime, non quelle ultime: il tempio, non Dio; i regni e le vicende dell’umanità, non l’uomo. Passano le cose penultime, che spesso sembrano definitive, ma non lo sono». I nostri grandi templi, i terremoti, le guerre, per noi sono cose da prima pagina, «ma il Signore li mette in seconda pagina» e ci invita a non cedere a due tentazioni.

La prima è quella della fretta, che ci fa lasciare indietro chi ha il passo più lento, i poveri. «Per Gesù non bisogna andare dietro a chi dice che la fine arriva subito, che “il tempo è vicino”. Non va seguito, cioè, chi diffonde allarmismi e alimenta la paura dell’altro e del futuro, perché la paura paralizza il cuore e la mente. Eppure, quante volte ci lasciamo sedurre dalla fretta di voler sapere tutto e subito, dal prurito della curiosità, dall’ultima notizia eclatante o scandalosa, dai racconti torbidi, dalle urla di chi grida più forte e più arrabbiato, da chi dice “ora o mai più”. Ma questa fretta, questo tutto e subito non viene da Dio. Se ci affanniamo per il subito, dimentichiamo quel che rimane per sempre: inseguiamo le nuvole che passano e perdiamo di vista il cielo. Attratti dall’ultimo clamore, non troviamo più tempo per Dio e per il fratello che ci vive accanto».

In questa fretta dà fastidio «chi rimane indietro. Ed è giudicato scarto: quanti anziani, quanti nascituri, quante persone disabili, poveri ritenuti inutili. Si va di fretta, senza preoccuparsi che le distanze aumentano, che la bramosia di pochi accresce la povertà di molti». L’antidoto alla fretta è la perseveranza che significa «andare avanti ogni giorno con gli occhi fissi su quello che non passa: il Signore e il prossimo».

Il secondo inganno è la tentazione dell’io, mentre il cristiano dovrebbe sempre usare il tu non seguendo, «cioè, le sirene dei suoi capricci, ma il richiamo dell’amore, la voce di Gesù. E come si distingue la voce di Gesù? “Molti verranno nel mio nome”, dice il Signore, ma non sono da seguire: non basta l’etichetta “cristiano” o “cattolico” per essere di Gesù. Bisogna parlare la stessa lingua di Gesù, quella dell’amore, la lingua del tu. Parla la lingua di Gesù non chi dice io, ma chi esce dal proprio io». Una tentaizone, quelal dell’io, che si annida anche in chi fa del bene, ma che lo fa «per esser ritenuto bravo; dono, ma per ricevere a mia volta; aiuto, ma per attirarmi l’amicizia di quella persona importante. Così parla la lingua dell’io. La Parola di Dio, invece, spinge a una “carità non ipocrita”, a dare a chi non ha da restituirci, a servire senza cercare ricompense e contraccambi». Il Papa invita ciascuno a chiedersi se «io aiuto qualcuno da cui non potrò ricevere? Io, cristiano, ho almeno un povero per amico?».

E ricorda che sono i poveri a farci comprendere cosa passa e cosa resta, a farci comprendere che Dio è amore. «Il povero che chiede il mio amore mi porta dritto a Lui. I poveri ci facilitano l’accesso al Cielo: per questo il senso della fede del Popolo di Dio li ha visti come i portinai del Cielo», dice Francesco. «Già da ora sono il nostro tesoro, il tesoro della Chiesa. Ci dischiudono infatti la ricchezza che non invecchia mai, quella che congiunge terra e Cielo e per la quale vale veramente la pena vivere:  cioè l’amore».

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