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giovedì 24 giugno 2021
 
 

Messico, l'inferno del narcotraffico

06/06/2013 

Un tempo era la Colombia. Oggi il Messico. Il narcotraffico, piaga scavata nel tessuto sociale ed economico dell'America latina e centrale - come documenta Saviano nel suo libro - , sta trascinando il Messico nel baratro. La Colombia, insieme a Perù e Bolivia, rimane il principale produttore mondiale di cocaina. Ma negli ultimi anni il potere delle Forze armate rivoluzionarie (Farc), i gruppi guerriglieri colombiani legati al narcotraffico, si è inesorabilmente sfaldato, anche a seguito della guerra lanciata dall'ex presidente Uribe, che aveva messo la questione sicurezza nazionale tra le sue priorità. Già nel 2008 il gruppo aveva subìto un pesante colpo con l'uccisione del suo leader, Manuel Marulanda, detto "Tirofijo",  e nel 2010 è stata la volta del numero due, il "Mono Jojoy", famigerato in tutta l'America latina.

Tra Governo e guerriglieri ormai da mesi è in corso un impegnativo e controverso processo di pace all'Avana (Cuba), che dovrebbe mettere la parola fine a un conflitto interno durato per mezzo secolo. E solo pochi giorni fa le due parti hanno raggiunto un fondamentale accordo sulla riforma agraria, la questione all'origine della nascita della Farc e del sanguinoso conflitto. L'accordo prevede un piano di sviluppo economico-sociale delle aree rurali, con la concessione di terre ai contadini. Inoltre il Governo si impegna a costruire servizi e infrastrutture nelle zone agricole. In questi anni la Colombia ha compiuto enormi passi avanti sul piano della sicurezza e della stabilità interna. Sta puntando sul turismo e su una rinnovata immagine del Paese che lo svincoli dal riferimento diretto alla droga e al narcotraffico.

Ora, il vero inferno del narcotraffico in America latina è il Messico. Porta d'accesso agli Stati Uniti, verso cui è diretta la maggior parte dei traffici, in questo Paese i cartelli della droga hanno conquistato un potere sterminato, tanto da avere sottoposto al loro diretto controllo vaste aree del territorio nazionale.  Per il Governo messicano - prima quello di Felipe Calderon, adesso del suo successore Enrique Peña Nieto, insediatosi a dicembre del 2012 - si tratta di una questione di Stato, di una guerra da combattere con il pugno di ferro.

Un conflitto efferato, sanguinoso, che devasta soprattutto le zone di frontiera, lo Stato di Chihuahua, al confine col Texas: qui, Ciudad Juarez è conosciuta come una delle città più pericolose del mondo. Dal 2006 la violenza dei narcos ha lasciato sul campo quasi 70mila vittime (tra i morti e le persone scomparse nel nulla, fra cui bambini e tantissime donne), vittime degli scontri tra i diversi cartelli che si contendono la gestione e il controllo dei traffici internazionali, soprattutto verso gli Usa. Gli omicidi spesso vengono compiuti in modo particolarmente macabro e spettacolare - ad esempio lasciando i cadaveri deturpati e mutilati lungo le strade, appesi ai cavalcavia, per renderli visibili a tutti - come monito per chi si azzardasse a ostacolare le attività illegali di un dato gruppo. I cartelli attualmente attivi sarebbero dodici, ma ad essi se ne sono aggiunti altri più piccoli, nati dalla frantumazione di quelli maggiori. Il panorama dei cartelli, dunque, è diventato particolarmente complesso, una sorta di mosaico di gruppi maggiori e minori, difficile da definire e circoscrivere.

Della guerra dei narcos anche i giornalisti sono vittime. Così, oggi, i media nazionali sono sempre meno disposti a raccontare lo scempio del narcotraffico, per paura delle ritorsioni. E le denunce passano soprattutto attraverso l'opera volontaria e coraggiosa dei blogger che, attraverso la Rete, cercano di rompere il silenzio e far conoscere l'inferno dei messicani al resto del mondo.

 
 
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