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Mi chiamo Mario e ho il morbo di Alzheimer

19/09/2014  È intitolato “Mi chiamo Mario” il servizio che il fotografo Giovanni Mereghetti ha realizzato, dedicandolo a suo suocero affetto da Alzheimer. A corredo dei suoi emozionati scatti un altrettanto emozionante testo.


Mi chiamo Mario e ho il morbo di Alzheimer.

Che ore sono? Dove siamo? Questa sera ho mangiato la pastasciutta, il salame, due bistecche, una mela, un mandarino e un’arancia.

Forse sono in un ospedale, anzi, di sicuro sono in un ospedale. Non mi sbaglio. Ci sono i soffitti alti, ma il cielo non si vede. Mio nipote mi accarezza la mano e mi fa le coccole. E’ bello, mi rilassa. Non riesco a dormire, la mia mente vaga nei ricordi. Che ore sono? Chi c’è in quel letto? Dai andiamo a casa.
Mi chiamo Mario, da giovane facevo il commerciante di pelli. Mi fai vedere le tue scarpe? Belle, sono le Clarks. Se sono comode stai bene e non hai problemi. Sono comode?

Chi c’è in quel letto? Che ore sono? Quanto tempo impieghi ad andare a casa?

Mi fa male la mano. Gli infermieri mi hanno messo un ago con il rubinetto dove più volte al giorno inseriscono il liquido delle flebo. Mi stanno curando. Forse.
Sto pensando di morire. Però se mi giro verso sinistra c’è la finestra e vedo la strada oltre il muro di cinta dell’ospedale. Devo lottare, ne vale la pena. Fuori c’è la vita che mi aspetta.
Oggi doveva venire il mio amico Paolo, ma non si è visto. Perché non è venuto?
C’è un silenzio irreale nei corridoi del reparto di medicina, gli infermieri stanno cenando. Ma poi, dopo il digestivo, si scatenerà il caos come ogni sera: giocheranno a palla nei corridoi e non si riuscirà a dormire.

Che ore sono? Chi c’è in quel letto? Quanto tempo impieghi ad andare a casa?

Quanti anni hai? Secondo me ne hai già trentatre. Dai vai a casa che hai la faccia stanca. Domani devi andare a scuola. Io non sono stanco. Voglio dormire ma non riesco.

Che giorno è oggi? E’ la vigilia di Natale. Un giorno come un altro. Andiamo a casa?

Mi hanno messo un’altra boccetta di liquido trasparente, una flebo. Non ho gli occhiali ma riesco a leggere ugualmente i caratteri capovolti che descrivono il contenuto: NaCl.
Il tempo in questa stanza dalle pareti azzurro cielo non passa mai. Riguardo il dosatore della flebo. A occhio cade una goccia ogni secondo. Faccio passare il tempo contando le gocce: una due, tre, quattro, cinque… Ogni sessanta gocce passa un minuto. Per un’ora ce ne vogliono tremilaseicento, di gocce. Dicono che queste gocce mi faranno guarire. Non è vero. Ogni goccia scandisce solo il ritmo del tempo. Proprio come le lancette dell’orologio. E’ come se ogni goccia che cade nel cilindretto del dosatore, sotto il tubicino in gomma trasparente, mi portasse via un po’ del tempo che mi resta da vivere. Il mio tempo è legato a un liquido che entra nelle mie vene. Una sorta di pozione magica che allunga la vita. Ma non un elisir di miglior vita.

Che ore sono? Chi c’è in quel letto? Quanto tempo impieghi ad andare a casa?

Ho sentito dire che da questa malattia non se ne esce. Mi hanno detto che il morbo di Alzheimer è una demenza degenerativa invalidante che colpisce gli anziani di età superiore ai 65 anni. Non tutti però.
Ad oggi non esiste ancora una valida terapia e l’impatto emotivo che ricade sulle persone vicine ai malati, la rendono una delle patologie a più grave impatto sociale. Del resto, per come è strutturata la nostra società, non c’è spazio per chi non può più “dare”. Eppure quando ero giovane ho sempre dato il mio contributo. Mi sento come una vecchia locomotiva, ho perso anche la forza di sbuffare. Mi sto lasciando andare al mio destino, inerme, senza vedere il futuro dopo il prossimo tramonto.
Il tempo che ha cancellato inossidabili imperi e la storia passata, ora sta distruggendo le mie cellule celebrali. Non so quante ne ho ancora. Se penso significa che almeno una funziona ancora. Ma cosa penso?

Che ore sono? E’ finita la guerra?

Se l’età media avanza significa che i malati di Alzheimer saranno sempre di più. Pare che in tutto il mondo si spendono circa 700 miliardi di dollari all’anno per curarci. Una stima statistica, secondo Lancet, dice che nel 2030 la malattia potrà aumentare dell’85%, facendo divenire la spesa per la cura un grave carico economico a livello mondiale.
Nonostante questo, la ricerca scientifica sulla demenza è gravemente sotto finanziata.
Al momento non esistono ancora farmaci o interventi psicosociali che guariscano o blocchino la malattia. La cura dell’Alzheimer è ancora ai primi passi. Eppure era il 1901 quando lo psichiatra tedesco Alois Alzheimer, intervistando una paziente, scoprì questo morbo.
Dicono che le pillole che mi danno migliorano la qualità della mia vita e rallentano il decorso delle fasi iniziali e intermedie della malattia.

Che ore sono? Quando andiamo a casa?

Ma cosa c’è in queste pasticche? Perché il cielo non è più azzurro? Perché sento le voci lontane e stonate? Perché nella mia casa è entrata la nebbia? Perché sento il mondo scoppiare?
Il cuore mi batte veloce. Anche il respiro è più veloce. Dove sono i miei cari.

Mi chiamo Mario.

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