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Mia moglie è in una struttura. Io non lo accetto

02/03/2017  «Spero che lei non abbia mai provato cosa vuol dire staccarsi da una persona dopo 62 anni di vita in comune. Capirebbe il motivo per cui vado dalla psicologa, cosa vuol dire toccare le cose di tutti i giorni e sapere che lei non è più in grado di riconoscerle e non potrà più usarle»

Caro don Antonio, sono un vostro abbonato da almeno cinquant’anni. Dopo quattro anni di fidanzamento, il 9 febbraio 1959 mi sono sposato. Con mia moglie abbiamo avuto tre figli e una vita abbastanza normale, pur nelle difficoltà. Purtroppo, da un anno lei è ospite in una struttura, per motivi di ingestibilità. Il 20 di gennaio, tornando dalla psicologa della struttura dopo uno dei vari incontri, poiché non riesco ad accettare questa situazione nonostante le evidenze dicano che diversamente non si può fare, ho letto la lettera del n. 4 di Famiglia Cristiana dal titolo “I disabili chiedono di stare in famiglia”. E chi è che accetta volentieri di lasciare la sua casa, compreso il disagio psicologico dei familiari?

Le vorrei chiedere, allora, alcune cose. Prima di tutto spero che lei non abbia mai provato direttamente cosa vuol dire staccarsi da una persona dopo 62 anni di vita in comune. Capirebbe con esattezza il motivo per cui vado dalla psicologa, cosa vuol dire toccare le cose di tutti i giorni e sapere che lei non è più in grado di riconoscerle e che non potrà più usarle. Dove sono tutti questi supporti finanziari descritti nella lettera? Quando mia moglie è ricoverata per un certo periodo di tempo in ospedale, ti fanno una trattenuta dall’assegno di accompagnamento. Proprio quando ne avresti più bisogno poiché devi pagare di tasca tua le assistenze.

Questa è una piccola sintesi della nostra situazione. Mi ha colpito anche la lettera nel n. 6 di quella signora che denuncia l’assoluta mancanza di un prete nel momento in cui aveva maggiore necessità. Anch’io vivo in un paese della provincia di Padova e nel momento del bisogno non ho avuto una parola di conforto, anche se mia moglie e io abbiamo sempre frequentato la parrocchia e nel passato tutti e due abbiamo insegnato catechismo. Due circostanze mi hanno particolarmente amareggiato.

La prima a luglio dell’anno scorso, quando, invitato a un pranzo, avevo alla mia sinistra il parroco che ha parlato con il nostro ospite di un viaggio che doveva fare all’estero per confrontarsi anche con altre religioni; la seconda, l’11 settembre, quando, dopo la Messa per il cinquantesimo anniversario di matrimonio di due nostri carissimi amici, sono andato a pranzo con loro e c’era anche il nostro parroco. In tutte e due le circostanze mi ha solo degnato di un ciao, ma con me non ha speso una parola. Per Natale mi ha lasciato nella cassetta della posta un biglietto dicendomi che era passato per farmi gli auguri. Vorrei ricordargli che gli auguri di Natale sono una cosa importante, ma che un anno è fatto di altri 364 giorni e quindi tutte quelle belle parole dei simposi che sono stati fatti a Verona e a Rimini sono come tante altre cose all’italiana, in cui si parla tanto ma alla fine chi è nel bisogno, sotto tutti i punti di vista, deve fare a pugni con la realtà di tutti i giorni, altroché tutta quella solidarietà sbandierata.

Vorrei, infine, ringraziare quelle persone, anche se non sono parroci, che puntualmente si recano a tenere un po’ di compagnia a mia moglie.

SERGIO

Caro Sergio, grazie per la tua lettera, che mette in rilievo un aspetto che forse non era evidente nell’intervento pubblicato sul n. 4. È vero, i disabili e in generale tutti coloro che soffrono e hanno bisogno di aiuto, chiedono di stare in famiglia. Chi non lo vorrebbe? A volte, però, questo è impossibile. E allora è necessario che le persone siano ospitate in strutture adatte, in un ambiente umano e accogliente. In ogni caso, è necessario che le istituzioni si facciano carico e diano il necessario supporto alle famiglie, anche dal punto di vista economico. Peraltro, spesso è più conveniente offrire il proprio supporto lasciando le persone nella propria casa. In breve, la lettera del n. 4 e quella di questa settimana vogliono stimolare le istituzioni perché diano il necessario sostegno alle famiglie anche nell’assistenza ai disabili e a chi è in stato di necessità. È un segno che mostrerebbe che il nostro è davvero un Paese civile, dove nessuno viene lasciato a sé stesso.

Aggiungo poi, caro Sergio, una parola sull’amarezza che provi e che traspare dalle tue parole. Posso immaginare, infatti, cosa vuol dire staccarsi da una persona con cui hai condiviso tutto per 62 anni. Capisco anche il tuo desiderio di una parola di conforto, di partecipazione, anche dal parroco. In casi come il tuo ci si sente davvero soli e il mondo sembra crollarci addosso. Non è facile accettare una situazione come la tua. Ti dico solo di farti forza, di non scoraggiarti, perché l’amore verso tua moglie è ancora vivo. Per questo soffri tanto. Ma è proprio adesso che questo amore si può manifestare fino in fondo. Un amore, come leggiamo nella formula del matrimonio, che rimane fedele sempre, «nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia». Ti ricordo nella preghiera, insieme con tua moglie, e chiedo al Signore che ti dia la sua forza ogni giorno.

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