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giovedì 25 luglio 2024
 
 

Michele Placido: perché ho girato il mio film in Francia

26/04/2013 

Un classico polar, teso e asciutto, in cui il thriller fa da sfondo all’amara caratterizzazione dei personaggi. Il cecchino è l’ultima pellicola in arrivo dalla Francia, in uscita nelle sale italiane da mercoledì 1° maggio. Nulla di nuovo, verrebbe da dire, pensando ai recenti successi francesi sui nostri schermi. Un titolo per tutti: la commedia Quasi amici. Oltralpe Le guetteur (questo il titolo originale) è stato visto da quasi mezzo milione di spettatori ed è stato già venduto in 21 Paesi. Scorrendo poi il cast, tanto di cappello: Daniel Auteuil, Mathieu Kassovitz, Olivier Gourmet. Ma quando lo guardo cade sul nome del regista, un soprassalto di sorpresa: è Michele Placido. Per la prima volta lei è andato a girare un intero film all’estero. E per di più in lingua straniera. Vuol dire che il cinema italiano è in agonia? “Significa che in Italia è diventato impossibile girare film di genere. Di qualsiasi genere. Penso a com’era il nostro cinema negli anni Settanta: dopo il neorealismo c’era stato il boom della commedia all’italiana, ma si facevano anche tanti western, polizieschi, gialli e perfino horror. Penso, certo, ai film di Sergio Leone ma anche a quelli di Sergio Corbucci, Dario Argento o Mario Bava. Oggi invece ci si limita a reiterare commediole che si riducono in realtà a canovacci comicaroli. Io volevo raccontare questa storia poliziesca in cui i personaggi, buoni e cattivi, sprofondano pian piano in una riflessione sui recessi dell’animo umano. Dove i confini che separano bene e male sono spesso impalpabili. L’ho girato in Francia perché là mi hanno offerto di farlo, grazie al successo che avevo avuto con Romanzo criminale”. Come di recente hanno fatto prima Tornatore (La migliore offerta) e poi Salvatores (Educazione siberiana), lei è andato a girare all’estero un film di respiro internazionale. E’ così che si reagisce alla crisi? “Certo non cedendo alla tentazione di ripiegarsi su sé stessi, evitare rischi e limitarsi al minimo sindacale. Occorre rilanciare puntando alla qualità. Anche se è vero che oggi da noi è difficile fare cinema mentre in Francia…”. Ecco, ci spieghi: perché in Francia è più agevole realizzare un film? “Non è questione di esterofilia o di sciovinismo. Bisogna guardare in faccia la realtà: da sempre la Francia è più accorta di noi nel promuovere la cultura sotto ogni sua forma. Oltralpe la si definisce eccezione culturale, che poi si traduce non in un singolo intervento legislativo, ma in un vero sistema istituzionale che riversa nella cultura, e perciò nel cinema, il denaro che da essa viene prodotto. Lo Stato francese non butta via i soldi dei contribuenti, fa solo in modo che il settore sia in grado di autofinanziarsi. Come? Una percentuale degli incassi di un film deve per legge essere reinvestita nel settore. Poi ci sono i benefici fiscali per i privati che investano in produzioni cinematografiche: tax shelter e tax credit sono strumenti efficaci inventati proprio in Francia. C’è il sostegno per l’esercizio delle sale. Per non parlare della tassa che i film americani pagano per essere distribuiti in Francia e che, come bilanciamento, va a finanziare la cultura francese. Ma c’è di più: la Tv è obbligata a mandare in onda i film francesi in prima serata. Provvedimenti che favoriscono non solo la fruizione del prodotto, ma anche la conoscenza da parte del pubblico. In Italia basterebbe copiare la legislazione francese”. Sono anni che se ne parla, però nessun Governo lo ha fatto, di qualsiasi colore politico fosse. Secondo lei, come si spiega questa latitanza? “Perché a certa politica fa comodo tenere al guinzaglio il cinema e più in generale tutta la cultura. Per esempio, meglio per chi governa gestire una televisione innocua, o addirittura asservita, piuttosto che dover far fronte a punti di vista critici. E quale miglior guinzaglio della mancanza di soldi?”.

Non le sembra di essere troppo duro? “Niente affatto. Dura di comprendonio, piuttosto, è la classe politica italiana: la più ignorante rispetto a tutti gli altri Paesi europei. Salvo rare eccezioni, i nostri politici non leggono, non amano l’arte, non conoscono la musica e il teatro, non vanno al cinema. Il ministro Ornaghi non si è visto né sentito e prima di lui c’era stato Bondi, forse il peggiore di tutti. Per il governo Monti, alla prova dei fatti, la cultura è risultata l’ultimo dei problemi”. Non ripone speranze neanche nell’imminente prossimo Governo? “Uno dei pochi uomini di cultura del Palazzo è proprio il presidente Giorgio Napolitano. Mi auguro che vigili su questo nuovo Governo e sulla scelta del ministro che dovrà guidare le sorti dei nostri beni culturali. Io gli suggerirei qualcuno che conosca bene di che cosa si parla, non il solito nome pescato col bilancino dei partiti. Nanni Moretti sarebbe un colpo di genio!”. Secondo i dati diffusi da Anica e Anec (le associazioni che riuniscono produttori e distributori) nel primo trimestre del 2013 si è registrata una flessione del 5% del mercato sala rispetto all’analogo periodo del 2012. E il 2012 era già stato un annus horribilis per il cinema italiano con una flessione del 10% degli spettatori e un meno 8% di incassi. Siamo al de profundis o il nostro cinema ce la farà a risollevarsi? “Io non sarei così pessimista. Si tratta di una contingenza negativa, certo, ma già in passato si era dato per spacciato il cinema italiano che poi, invece, è riuscito a risollevarsi. Magari, nella prossima stagione usciranno un paio di commedie comiche che faranno sfracelli al botteghino e tutti lì a parlare di rinascita. E’ un problema strutturale, più serio di questi alti e bassi ciclici: chi ci governa si deve mettere in testa che ci vuole una nuova legislazione del settore. E soprattutto che la cultura non è un costo piuttosto una risorsa”. Lei tornerà a girare i suoi film in Italia? “Veramente il successo che Il cecchino ha avuto in Francia ha già spinto il mio produttore d’Oltralpe a propormi un’altra pellicola. Le riprese, però, ci potrebbero essere soltanto il prossimo anno. Nel frattempo, questa estate girerò un piccolo film, senza l’aiuto di finanziamenti pubblici, riunendomi in cooperativa con alcuni attori romani di un teatro off e mettendo in scena un testo che s’intitola Prima di andar via. Una tipica famiglia italiana, riunita attorno al tavolo per la cena, che inizia una discussione che poi prosegue per tutta la notte. Un figlio che dice alla madre, al padre e alle sorelle che lui se ne va via di casa per sempre. Depressioni, solitudini e mancanze d’affetto faranno esplodere le contraddizioni. E’ la parabola del Paese, anche se in Italia non si usa raccontare il pessimismo. Il mio nome servirà a sostenere questi cinque attori meravigliosi, che nessuno conosce. Si dice che le difficoltà aguzzano l’ingegno. Nel cinema è ora di rimboccarsi le maniche”.

 
 
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