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Accoglienza
 

Migranti fotosegnalati: ecco come cambia l'accoglienza in Italia

02/10/2014  Una semplice circolare del ministero degli Interni, finora “ad uso interno”. Segnerà la fine di una prassi iniziata proprio all’indomani della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013: la mancata foto segnalazione che bloccherebbe gli immigrati al primo approdo europeo. Per il nostro sistema d’accoglienza sarà il collasso definitivo.

«Alcuni Paesi europei lamentano con crescente insistenza il mancato fotosegnalamento di numerosi migranti che, dopo essere passati in Italia proseguono il viaggio nei Paesi del nord Europa». Lo si legge nero su bianco alla seconda pagina di una circolare interna emanata dal Ministero dell'Interno nella prima metà di settembre, per ora rimasta ad uso interno. L'Europa chiama, il Viminale risponde: più avanti si legge che «lo straniero deve sempre essere sottoposto a rilievi fotodattiloscopici e segnaletici». In questa frase c'è l'ammissione che finora non è andata così. I migranti dalle coste del Sud si sono spostati in Italia e poi in Europa in cerca di asilo politico. Ma quest'esodo non è consentito dal regolamento Dublino III secondo cui il primo Paese che accoglie è quello che si deve prendere carico dell'asilo.

Questa circolare è uno spartiacque. Segna la fine di un'anomalia cominciata dopo il naufragio del 3 ottobre: una tragedia da 366 morti e 20 dispersi. Un anno fa l'indignazione per la sorte dei migranti si è portata appresso il lancio della missione di salvataggio Mare Nostrum e l'inizio della pratica del mancato fotosegnalamento. Una prassi fuori dalle convenzioni europee ma che rispondeva alle esigenze dei numeri e alla volontà dei migranti di lasciare l'Italia. La parentesi è durata fino a quest'ultima circolare. Con le loro impronte inserite nel database di Eurodac, la banca dati sui migranti d'Europa, la legge li inchioda nel Paese dove per primi hanno ricevuto accoglienza. Solo lì potranno chiedere asilo.

Milano è stata la Lampedusa del Nord. Dal 18 ottobre 2013, data in cui per la prima volta un gruppo di profughi siriani è stato avvistato in stazione Centrale, la città è un crocevia di migranti. Ad oggi sono transitate dal capoluogo lombardo più di 38 mila persone. Quattro-cinque giorni di permanenza, poi via verso Svezia e Germania. «Se i profughi siriani ed eritrei sono costretti a fermarsi in città, non possiamo accoglierli», dichiara l'assessore alle politiche sociali del Comune di Milano, Pierfrancesco Majorino commentando la nuova circolare del Ministero. «Siamo di fronte ad una ambiguità spaventosa», aggiunge. «Non si capisce se la fotosegnalazione verrà fatta solo nei luoghi di sbarco o anche a Milano. E non si sa come vogliano gestire l'accoglienza».

Ai centri milanesi si teme il collasso. Il terzo settore in questo anno a fatica è riuscito a tenere coordinato con il Comune un percorso di accoglienza rapida. «Non siamo pronti a tenere per mesi i profughi qui», confessa Alberto Sinigallia, presidente della onlus Fondazione Progetto Arca, che gestisce in tutto circa 500 posti. «Siamo molto preoccupati perché nessuno si è degnato di avvisarci», rincara don Virginio Colmegna della Casa della Carità, uno dei promotori del tavolo di accoglienza milanese.

A Milano il sistema "post-circolare" manca ancora di un tassello fondamentale. Da metà settembre si attende la riapertura del vecchio Centro di identificazione ed espulsione di via Corelli, chiuso dall'inizio del 2014 a seguito di 5 incendi appiccati per protesta dagli ospiti. A partire dalla metà di ottobre dovrebbe trasformarsi in un centro di accoglienza e smistamento migranti da circa 400 persone. In pratica, tutti i migranti fotosegnalati dovrebbero prima passare da Corelli. A Bologna un esperimento simile è cominciato ad agosto. Può davvero diventare un modello per l'accoglienza? Di certo la vecchia gestione dei Cie è stata un disastro, come spiega anche la Commissione del Senato sui diritti umani: degli 11 previsti, 5 sono aperti e altri 2 sono destinati ad altro. E allora sarebbe utile cambiare sistema. Senza dover aspettare ancora una volta una tragedia.

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