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giovedì 18 aprile 2024
 
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Migranti, dall'urlo silenzioso delle bare senza nome a una nuova speranza

08/10/2023  Il 7 ottobre s'è svolto a Lampedusa un convegno organizzato da "Famiglia Cristiana" a 10 anni dal naufragio che costò la vita a 368 persone. Occorre uno sguardo condiviso per lavorare insieme. Intanto, nel cimitero sei salme attendono una degna sepolture. Il commento del direttore e condirettore

di Stefano Stimamiglio e Luciano Regolo

«Provare lutto per la morte di chi non abbiamo mai visto implica una parentela vitale fra l’anima loro e la nostra. Per uno sconosciuto gli sconosciuti non piangono». Queste parole della poetessa statunitense Emily Dickinson (1830-1856) accolgono i visitatori all’ingresso del cimitero di Lampedusa, dove quando si spegne la ribalta mediatica sull’ultima strage del Mediterraneo non entra quasi nessuno. Parole che rimbombano nel cuore quando si entra nell’obitorio, una stanzuccia senza neppure una finestra. Dentro sei bare di “senza nomi”, due bianche di bimbi la cui vita è stata spezzata come la speranza delle loro madri di trovare un futuro lontano dall’orrore da cui fuggivano.

L’olezzo è forte, perché queste bare attendono da un po’ (una addirittura da fine agosto) di essere imbarcate verso un cimitero che voglia accoglierle. L’ispezione dei corpi è stata condotta sul nudo asfalto, perché non c’è un locale adatto. Ecco, la capacità di rompere la globalizzazione dell’indifferenza, come ci sprona a fare di continuo papa Francesco, comincia dal saper piangere per questi sconosciuti. Ce ne rendiamo conto subito, pregando davanti a quelle bare, che silenziose, dicono più di tanti discorsi o di passerelle e proclami vari. 

La notte del 3 ottobre 2013, attorno alle 3,15, un’imbarcazione si rovesciò al largo dell’Isola dei Conigli, presso Lampedusa. Portava un carico di circa 600 persone, quasi tutti di origine eritrea. Furono recuperati 368 cadaveri, anche tra quelli tanti rimasero senza nome. Gli altri vennero salvati da diverse imbarcazioni militari e civili, in situazioni drammatiche. Da allora altre centinaia di migliaia di migranti africani, in fuga dalla guerra, dalla fame e dall’oppressione di regimi disumani, sono arrivati sulle nostre coste. Moltissimi altri, senza numeri certi, sono stati inghiottiti dalle onde del Mediterraneo, diventato da Mare nostrum, come lo chiamavano i Romani, a Mare mortuum, come ha detto recentemente il Papa a Marsiglia, invitando tutti noi ancora una volta a lottare contro l’indifferenza che sta assopendo i nostri cuori e le nostre menti.

Cosa fare? Intanto parlarne e farne parlare, tutti insieme, istituzioni, protagonisti del volontariato, gente comune, Chiesa, media, cercando di concentrarci non su un “fenomeno” ma sui “volti” e le biografie di questi fratelli e sorelle che raggiungono le nostre coste in condizioni di estrema precarietà. Noi di Famiglia Cristiana ci siamo resi interpreti di questo bisogno chiamando a raccolta a Lampedusa lo scorso 7 ottobre diversi esponenti di quei mondi per dare un segno che solo insieme possiamo rendere il nostro vivere più umano, in Italia e nel pianeta tutto.

E poi agire, ancora una volta insieme, in rete, per elaborare progetti culturali e iniziative concrete per rispondere con il cuore e con l’anima a uno dei segni dei tempi che mostra, come ha detto il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo emerito di Agrigento, che il mondo sta cambiando, che ci piaccia o no. Se questa è la prospettiva emersa nel viaggio di Francescoi a Marsiglia, in cui si è parlato anche di una “teologia del Mediterraneo”, non può che essere anche la nostra. L’ha auspicato lo stesso Montenegro, che ci ha richiamati tutti a coinvolgere i giovani in questo progetto culturale, «perché fra poco il mondo sarà in mani loro».

E da Lamepdusqa, da quello che il cardinale ha chiamato un “simbolico ombelico” della fraternità può venire un forte sprone a iniziative che vadano oltre le parole, raccogliendo il messaggio di quel «viaggio che Papa Francesco ha iniziato qui a Lampedusa 10 anni fa, e non ha mai interrotto, perché ogni volta parla di poveri e migranti sperando che qualcosa cambi».

Anche il cardinale Jean Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia, che, trattenuto dagli impegni del Sinodo a Roma, ha mandato un suo messaggio, di incoraggiamento a tavoli di confronto e iniziative, nello spirito che ha segnato questo nostro incontro lampedusano, delegando il suo vicario episcopale monsignor Alexis Leproux a illustrare progetti che vanno nella medesima direzione nell’arcidiocesi di Marsiglia, altro crocevia di popoli. Uno di questi prevede un’assemblea di vescovi, giovani e professionisti del Mediterraneo che lavori insieme.

Noi di Famiglia Cristiana, da soli non potremmo farcela, ma unendoci con tutta la stampa “di buona volontà” siamo pronti a raccogliere l’invito per dare un senso al sacrificio di tante vite e costruire una nuova speranza.…

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Il sesto continente in cammino. I migranti sulla stampa italiana
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