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mercoledì 15 luglio 2020
 
analisi
 

Migranti, tutto il potere alla Libia. E l’Italia (con l’Ue) resta a guardare

05/06/2020  Malta e il governo di Al-Sarraj hanno firmato un accordo che di fatto significa rispedire queste persone nei campi di tortura libici. L’Europa e l’Onu sulla gestione dei flussi migratori non esistono. E il nostro Paese, per contare qualcosa, dovrebbe dotarsi di una politica estera adeguata

Da lungo tempo, ormai, la sorte dei migranti in Italia ha, dal punto di vista informativo, un unico attento tutore: Avvenire. Non stupisce, quindi, che proprio dal quotidiano della Cei giunga l’ennesima, preoccupante rivelazione: il Governo di Malta (Paese Ue) e quello della Libia (inteso come governo di Al-Sarraj, l’unico riconosciuto a livello internazionale) hanno firmato un memorandum d’intesa per creare, a Tripoli e La Valletta, centri di coordinamento dei pattugliamenti congiunti che i due Paesi svolgeranno per intercettare i barconi dei migranti. Di fatto, Malta e Libia si prendono in carico il Canale di Sicilia (unico limite, le acque territoriali italiane di fronte a Lampedusa), con Malta che s’impegna a potenziare la guardia costiera libica chiedendo, allo scopo, ulteriori fondi all’Unione Europea.

In pratica, una riedizione assai più cinica dell’accordo firmato con Al-Sarraj nel 2017 dal nostro premier Gentiloni (con Minniti ministro degli Interni). Perché l’accordo italiano, se non altro, si preoccupava anche della situazione al confine meridionale della Libia, quello con il Niger, da cui arriva la gran parte dei migranti che poi finiscono nei campi di detenzione o tentano la sorte sui barconi. Quelli sopravvissuti ai deserti e ai trafficanti africani, naturalmente. Mentre questo patto Libia-Malta ha un unico obiettivo: rispedire in Libia i migranti trovati in mare.

La notizia ci dice molte cose, alcune già note. Che la solidarietà e la concertazione tra i Paesi Ue, sulla gestione dei flussi migratori sono inesistenti. Anzi: questo è il regno dell’ipocrisia. Già nel novembre 2017, per fare un esempio, cioè pochi mesi dopo l’accordo Gentiloni-Al-Sarraj, il presidente francese Macron definiva “crimine contro l’umanità” ciò che avveniva nei campi di raccolta libici. Nello stesso tempo, però, Macron forniva armi e aiuti al generale ribelle Haftar che controllava il confine Sud della Libia, l’uomo cioè che regola l’afflusso dei migranti dall’Africa subsahariana e incassa gran parte dei proventi del traffico di esseri umani.

La notizia ci conferma, anche, che non c’è Onu o Unione Europea che, finora, abbia saputo intervenire con efficacia su quanto avviene tra le due rive del Mediterraneo. D’altra parte, dall’Operazione “Mare Nostrum” del 2014 (premier Enrico Letta), una delle più grandi operazioni di soccorso dell’era moderna (ci diede una mano, con una nave, solo la Slovenia) all’Operazione “Porti Chiusi” del 2018 (ministro degli Interni Salvini), passando per la decisione della Germania di accogliere i soli profughi siriani nel 2015 (cancelliera Angela Merkel), le decisioni forti sono sempre venute dai singoli Stati. E quindi, per conseguenza, l’Italia deve attrezzarsi a gestire una posizione geografica speciale che, rispetto ai flussi migratori, la vedrà sempre più esposta degli altri Paesi.

Bisogna dotare il nostro Paese di una politica estera adeguata

Tutto questo significa una cosa sola. E cioè: se vogliamo alleviare le sofferenze di una parte dei migranti che ogni giorno rischiano la vita nei campi libici e nel Mediterraneo, dobbiamo sostenere e ampliare le iniziative umanitarie già in atto, dai salvataggi in mare ai corridoi umanitari alla presenza delle Ong nei campi stessi.

Ma se vogliamo anche solo avvicinarci alla soluzione del problema, dobbiamo riscoprire la politica e, in particolare, dotare il nostro Paese di una politica estera adeguata. La Libia è diventata un enorme centro di transito e tortura dei migranti perché l’Onu ha fallito l’obiettivo di stabilizzare il Paese dopo la cacciata di Muhammar Gheddafi. E l’Onu ha fallito perché, alle concretissime richieste d’aiuto di Al-Sarraj (che l’Onu peraltro considera l’unico interlocutore accettabile) e agli intrighi dei diversi Paesi (Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia, Arabia Saudita, Algeria e poi anche Russia e Turchia), ha risposto solo con una valanga di inutili parole.

L’Italia non ha le forze per agire da sola su un fronte ampio e complesso come la Libia, né ha interesse a prodursi in fughe avventurose rispetto all’Unione Europea e alle istituzioni internazionali. Ma in questi ultimi anni è successo l’esatto contrario: l’Italia, che per la questione dei migranti (oltre che per gli interessi petroliferi) è in prima linea rispetto alla Libia, è stata di fatto espulsa dal novero dei Paesi che della Libia decidono le sorti. Questo aiuterà i migranti? Farà sparire i campi di detenzione? Farà affondare meno barconi? Ovviamente no.

La storia, il peso economico e la posizione strategica nel Mediterraneo impongono al nostro Paese di avere una politica estera e di esercitarla. Non a dispetto delle, o contro le, istanze multinazionali di cui facciamo parte ma a tutela rispetto ai loro sempre possibili fallimenti. Come fanno, appunto, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna e tanti altri Paesi. Altrimenti rassegniamoci a essere rappresentati da altri, nel bene quando va bene e nel male quando va male. Sperando che questo “altri”, Onu, Ue o Nato che sia, sia disposto a curare anche i nostri interessi.

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