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domenica 28 novembre 2021
 
 

Mine, le armi vigliacche

06/01/2012  Nel 1997, il Trattato di Ottawa. Nel 2008, la Convenzione di Oslo. Mine antiuomo e bombe a grappolo (cluster bombs) sono al bando. Chi riconosce le norme e chi no. Chi smina e chi muore

Una serie di mine ritrovate e disinnescate. Foto: Reuters.
Una serie di mine ritrovate e disinnescate. Foto: Reuters.

Uccidono, feriscono, infestano per anni il terreno con semi di morte, costringono comunità intere a vivere nel terrore e paralizzano le già fragili economie dei Paesi più poveri. Sono le munizioni antipersona, armi di distruzione di massa 'al rallentatore', che non riconoscono tregue, cessate-il-fuoco o tratti di pace e mietono vittime soprattutto tra i civili anche anni dopo essere state sepolte o sparate, restando attive anche molto tempo dopo la fine dei conflitti.

Di queste armi  fanno parte le vecchie mine, che esplodono quando vengono calpestate, e gli ordigni di nuova generazione, come le micidiali cluster bombs, ancora più difficili da neutralizzare: grandi contenitori sganciati dagli aerei e pieni di piccole bombe, molte delle quali si conficcano nel terreno restando inesplose.

Uno sminatore all'opera. Le mine antipersona, così come le munizioni (bombs) lanciate o sparate dentro un contenitore (cluster) saturano aree normalmente abitate da civili. Colpiscono soprattutto donne, bambini e contadini. Foto: Reuters,.
Uno sminatore all'opera. Le mine antipersona, così come le munizioni (bombs) lanciate o sparate dentro un contenitore (cluster) saturano aree normalmente abitate da civili. Colpiscono soprattutto donne, bambini e contadini. Foto: Reuters,.

Nonostante siano bandite dalle norme internazionali, le mine antipersona continuano a essere largamente usate in molte aree del mondo. In gioco ci sono interessi miliardari, economie di interi Paesi che prosperano grazie all'industria bellica. Non è un caso se la lista degli Stati più riluttanti all'abolizione di questi armamenti include grandi potenze come Stati Uniti, Cina, India e Israele. Eppure, anche se tra tante resistenze, negli ultimi vent'anni la comunità internazionale ha fatto passi avanti di importanza vitale.

Il trattato sulla messa al bando delle mine antipersona, firmato a Ottawa nel 1997, e la più recente convenzione di Oslo sulle cluster bombs sono due conquiste storiche, tappe fondamentali verso il disarmo umanitario, cui sta aderendo un numero sempre crescente di Stati. Ma bisogna vigilare, perché c'è sempre chi cerca di rimettere in discussione questi testi o di piegarli ai propri fini. 

Nel 2010 4.191 persone in 60 Paesi sono state vittime di mine, cluster bombs e altri residui bellici; almeno 1.155 persone sono morte e 2.848 sono rimaste ferite. Questi gli ultimi dati del "Landmine Monitor", un osservatorio realizzato dalla "Campagna internazionale per la messa al bando di mine e munizioni cluster". Numeri che, per ammissione dello stesso osservatorio, sono sicuramente inferiori (e di molto) rispetto alla realtà: riportano solo i casi documentati, ma le vittime reali sono ben di più  e i territori maggiormente colpiti sono proprio quelli dove è più difficile raccogliere e trasmettere i dati. Un quadro incompleto, dunque, ma già sufficiente per trarre conclusioni: il 75% delle vittime sono civili e di queste il 43% sono bambini.

Tra gli Stati maggiormente infestati ci sono l'Afganistan, messo in ginocchio da dieci anni di guerra, la Colombia, dilaniata dai conflitti tra l'esercito regolare e le milizie Farc, il Pakistan, che pur non essendo formalmente in guerra resta uno dei punti caldi dell'Asia meridionale, e la Cambogia, che conserva ancora le ferite dei genocidi degli anni '70 e dove in tempi recenti sono tornati a spirare venti di guerra. Nel 2010 le vittime afgane accertate sono 1.211, di cui 469 bambini; in Cambogia si ha notizia di 286 vittime, tra cui 80 bambini. 

Alcuni contenitori che "ospitavano" munizioni: una volta liberate a qualche metro da terra e cadute al suolo, le cluster bombs si trasformano di fatto in mine persona. Foto: Reuters.
Alcuni contenitori che "ospitavano" munizioni: una volta liberate a qualche metro da terra e cadute al suolo, le cluster bombs si trasformano di fatto in mine persona. Foto: Reuters.

Numeri agghiaccianti e tuttavia già molto ridimensionati rispetto ad alcuni anni fa. Nel 2001 l'osservatorio "Landmine Monitor" stimava per quell'anno un numero di vittime compreso tra 15.000 e 20.000. A fine anni '90 si parlava di circa 26.000 nuovi casi ogni anno. Molta strada è stata fatta, dunque. Dal '97 a oggi la lista dei Paesi aderenti al trattato di Ottawa si è allungata in modo considerevole: attualmente comprende 158 Stati, circa l'80% delle Nazioni del mondo.

E  il rapporto "Landmine Monitor" 2011 contiene un dato che fa ben sperare: nel 2010 le azioni contro le mine sono state finanziate da 31 donatori per un totale di 480 milioni di dollari: un risultato finora mai raggiunto. D'altra parte moltissimo resta ancora da fare.  Tra il 2010 e il 2011 Paesi come Israele, la Birmania e la Libia hanno fatto uso massiccio di munizioni antipersona e 72 Paesi sono stati definiti a rischio mine. Un po' in tutto il mondo le condizioni delle vittime continuano a essere durissime. Ai danni fisici e alle difficoltà economiche si aggiungono i pregiudizi culturali. Infatti se i combattenti feriti in battaglia possono, pur nella tragedia, contare sul sostegno di una comunità che li riconosce come eroi, i civili mutilati dagli incidenti sono lasciati soli, messi ai margini, a volte perfino dalle loro famiglie, e visti come un peso.   

In quel giorno molte campane suonarono a festa. Era il primo marzo 1999: entrava ufficialmente in vigore la Convenzione internazionale sulla messa al bando delle mine antipersona, firmata a Ottawa (Canada) il 3 dicembre 1997. A distanza di quindici anni quel trattato conserva qualcosa di rivoluzionario: a tutti gli Stati membri proibisce di usare, produrre, commerciare mine antipersona e impone anche la distruzione di quelle presenti negli arsenali.


Un risultato che ai diplomatici pareva pura utopia è divenuto realtà grazie alla mobilitazione della società civile di tutto il mondo, sensibilizzata dalla Campagna internazionale contro le mine (che proprio nel '97 vinse il Premio Nobel per la pace). Negli anni '90 l'Italia era uno dei primi tre produttori mondiali di mine. Per arrivare alla messa al bando di queste armi è stato necessario svegliare l'opinione pubblica, intraprendere un percorso lungo, affascinate quanto accidentato e controverso. 

«E' stato faticosissimo, soprattutto nella fase iniziale», racconta Nicoletta Dentico, fondatrice della Campagna italiana. «Ricordo ancora come un incubo la conferenza che si svolse a Roma nel dicembre del '93: c'erano più relatori che invitati. In quegli anni parlare di mine era un tabù: si procedeva a fatica, tra l'ostilità delle lobby produttrici, la durezza dei confronti in Parlamento e la reticenza di gran parte della stampa».

Eppure la Campagna riuscì a farsi strada, conquistando un sostegno trasversale: vi aderirono 40 associazioni con orientamenti diversissimi, dalla Caritas All'Arci. L'apporto del mondo cattolico fu decisivo. «Quasi ogni sera c'erano dibattiti nei circoli, nelle associazioni, nelle parrocchie di tutta Italia. La gente non era sorda al problema, ma reagiva, voleva impegnarsi, voleva che la realtà cambiasse. Sentirmi parte di questo cammino è stato e resta per me un dono, un privilegio straordinario».

Quel che resta di una cluster bomb. Foto: Reuters.
Quel che resta di una cluster bomb. Foto: Reuters.

L'onda della Campagna contro le mine non si è arrestata, ma prosegue tuttora in 90 Stati del mondo. «In molti Paesi – spiega Dentico – la messa al bando delle mine è anche una palestra di democrazia e una scuola di formazione politica, che porta a superare i contrasti interni. Questo vale soprattutto per i territori in cui l'intervento delle Nazioni Unite è più difficile, dal Laos alla Mongolia, dal Somaliland al Sahara Occidentale».


Non solo: a Ottawa si è aperta la strada verso nuovi orizzonti. Infatti il trattato sulle mine (cui recentemente ha dichiarato di voler aderire anche la Finlandia, ultima Nazione europea che opponeva resistenza) è servito da modello per un analogo testo sulle cluster bomb, la Convenzione di Oslo, firmata nel dicembre 2008 dopo un iter relativamente rapido. Attualmente il documento conta 111 Stati firmatari e 66 membri (l'Italia lo ha ratificato a metà settembre). Nuove sfide, nuove speranze, ma anche nuovi problemi. «Le lobby militari e gli Stati produttori di armi non sono rimasti a guardare – spiega Giuseppe Schiavello, attuale direttore della Campagna Italiana contro le mine - Oggi la loro strategia consiste soprattutto nel partecipare ai lavori col proposito di ostacolarli o ritardarli»". 

L'ultimo tentativo è recentissimo e ha come registi principali i diplomatici statunitensi. La nazione guidata dal premio Nobel per la pace Obama finora non ha aderito a nessuna convenzione sulle armi antipersona. Pochi giorni fa, al meeting degli Stati membri del trattato di Ottawa tenutosi a Phnom Penh (Cambogia), gli Usa hanno dichiarato di voler rivedere la loro posizione riguardo alle mine (un dato che sembra incoraggiante). Peccato che, a metà novembre, durante i lavori tenutisi alle Nazioni Unite di Ginevra, gli stessi Usa abbiano cercato di indebolire fortemente la Convenzione di Oslo con un  "sesto protocollo" che, se approvato, avrebbe reintrodotto alcuni tipi di cluster bomb. Ma c'è di più: la manovra statunitense aveva l'appoggio di vari Stati membri del trattato di Oslo, Italia compresa. Insomma, è andata in scena una specie di 'schizofrenia diplomatica collettiva', un'operazione che, fa notare Schiavello, "rischiava di diventare un precedente giuridico pericolosissimo e compromettere i risultati preziosi ottenuti col lavoro di anni". 

Grazie all'intervento di 50 Paesi e al coinvolgimento delle reti umanitarie internazionali, la proposta è stata bloccata e ha incassato un risoluto no: ambasciatori Usa "deeply disappointed" ("profondamente delusi"), respiro di sollievo delle Ong. Nessun risultato, dunque, è acquisito una volta per tutte. Ora la Campagna Italiana contro le Mine ha davanti nuovi obiettivi ambiziosi: "Stiamo lavorando perché il trattato sulle cluster diventi una conquista sempre più condivisa – spiega Schiavello - Inoltre vogliamo sostenere il disegno di legge sul 'disinvestment' che impedirebbe alle banche di supportare le aziende coinvolte nella produzione di mine e munizioni cluster". Il ddl è stato presentato in Senato, ma la sua discussione è ferma da un anno e mezzo.

Foto: Reuters.
Foto: Reuters.

«Al momento dell'esplosione l'onda d'urto è di circa 6.000 metri al secondo, la temperatura arriva a 4.000 gradi e il rumore è di molto superiore a quanto l'orecchio umano possa sopportare. Tutto questo in un tempo infinitesimale: un quattromillesimo di secondo. Ecco cosa succede quando una persona mette il piede su una mina». Non c'è posto per retorica o attenuanti nelle parole di chi, come Nino Sergi, fondatore di Intersos, ha incontrato le persone mutilate dalla guerra, ha parlato con i familiari delle vittime.


Intersos è un'organizzazioni umanitaria attiva in tutto il mondo, soprattutto nelle aree di conflitto, a sostegno delle popolazioni in pericolo. Lo sminamento è una delle sue vocazioni prioritarie. «Fin dal '92, anno della nostra fondazione, siamo venuti a contatto con questa gravissima realtà – racconta Sergi – Anche quando le guerre finiscono, finché un territorio resta minato parlare di pace è impossibile. Ogni giorno si registrano nuove vittime, le strade non sono percorribili, i campi vengono abbandonati a loro stessi. Il solo sospetto della presenza di mine può paralizzare villaggi interi. Così abbiamo capito che questa partita doveva essere la nostra partita: nel '97, dopo aver coinvolto alcune associazioni di militari pensionati, che possedevano le conoscenze tecniche necessarie, abbiamo dato vita alla prima unità di sminamento».

Un mezzo blindato usato nelle azioni di sminamento. Foto: Reuters.
Un mezzo blindato usato nelle azioni di sminamento. Foto: Reuters.

Quando si arriva in un territorio infestato dalle mine bisogna prima di tutto raccogliere dati minuziosi. Spesso le mappe sono inesistenti: ci si basa sulle testimonianze della popolazione, sui racconti degli agricoltori, dei pastori, degli stessi sopravvissuti. Inizia poi lo sminamento vero e proprio: un lavoro lento e molto costoso, che va fatto palmo a palmo, metro quadro dopo metro quadro. Oggi ci sono tecnologie per facilitare le operazioni "ma il sistema manuale resta il più sicuro – spiega Sergi – perché è l'unico che garantisce una totale affidabilità". La bonifica di un territorio circoscritto ad opera delle squadre di sminatori dura solitamente dai 6 agli 8 mesi.

Ma Intersos non si limita a questo. «E' necessario educare la popolazione, istruirla al rischio, fare campagne nelle scuole, soprattutto con i bambini che sono particolarmente esposti. Negli ultimi anni il 60% della nostra attività si è concentrata in questi settori e nell'assistenza a profughi e rifugiati».


Somalia, Cambogia, Colombia, Afganistan, Iraq, Kurdistan, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Libano: questi alcuni dei Paesi dove l'associazione umanitaria ha operato. Non solo: «Nel sud est dell'Angola abbiamo avviato un centro ortopedico per la produzione di protesi e la riabilitazione delle vittime, oggi gestito da personale locale. In certi contesti siamo perfino riusciti a incontrare alcune milizie di guerriglieri, convincendole a smettere di usare le mine». Nino Sergi ha visto decine di situazioni di crisi e toccato con mano la brutalità della guerra. Eppure la sua esperienza non gli impedisce di alzare gli occhi verso un orizzonte di speranza: «Penso che a lungo andare si arriverà a una completa messa al bando delle munizioni antipersona, cluster bomb comprese. Negli ultimi anni si è sviluppata una solida coscienza condivisa: quando c'è una pressione forte dell'opinione pubblica e della comunità internazionale, i governi non possono più far finta di niente».

 
 
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