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Un cristiano prestato alla politica

07/09/2011  I funerali di Mino Martinazzoli: le parole del vescovo di Brescia Monari, del sindaco Paroli e del giudice costituzionale Frigo.

È commosso il sindaco Adriano Paroli mentre legge, sotto il portico di Palazzo della Loggia, il saluto di commiato davanti al feretro di Mino Martinazzoli. «I tuoi amici direbbero “Caro Mino avremmo bisogno di te anche in questo momento in cui dobbiamo parlare di te. Avremmo bisogno delle tue parole della tua compostezza umana del tuo modo di intendere il dolore e la rinascita». C’è tutta Brescia a dare l’addio a Martinazzoli. Ma tanti sono venuti anche da fuori.

Ci sono gli ex Dc, dalla Bindi a Pierferdinando Casini, a Castagnetti, Marco Follini, Dario Franceschini, Gerardo Bianco. C'è la nuova generazione di politici, con Fabio Pizzul. C’è Pierluigi Bersani, c’è Savino Pezzotta, per citare solo qualcuno. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato una grande corona di fiori con due corazzieri che vegliano la salma prima nel Palazzo comunale e dopo in Duomo durante i funerali officiati dal vescovo monsignor Luciano Monari. Una chiesa strapiena di gente semplice e di autorità. Accanto alla moglie, Giuseppina Ferrari, c'è Gianbattista Groli, quasi un figlio - più di un figlio - per Martinazzoli, le nipoti e il fratello Franco.

«Salutiamo un cristiano sincero», dice il vescovo nell’omelia, «un uomo che ha trovato la sua vocazione nell’impegno politico, che ha speso le sue energie per il bene della nostra città come sindaco e del nostro Paese come ministro e come uomo di partito». Spiega il messaggio delle beatitudini, monsignor Monari, «una parola che Martinazzoli conosceva bene,  che ha mosso e illuminato la sua attività».

E ammonisce i presenti e gli assenti: «Un politico diventa politico autentico quando impara a distinguere il bene di tutti dal bene personale e dal vantaggio della sua parte politica; e diventa politico buono quando sa scegliere ciò che è bene per il paese anche se questo va contro la convenienza personale e del suo partito». «La politica», continua monsignor Monari, «è un’arte complessa e raffinata; non è facile per il disinteresse che si deve creare dentro di sé – la politica mette a contatto coi soldi e col potere e finisce per costituire una continua tentazione; non è facile per la speranza che bisogna mantenere salda in mezzo alle delusioni e davanti allo spettacolo desolante dell’egoismo privato e di gruppo».

«Mino era (ed è) profondamente cristiano, interprete della fede nella sua quotidianità», vuole ricordare il professor Giuseppe Frigo, giudice della Corte costituzionale e amico di lunga data. L'avvocato sottolinea «il suo stile di vita, sobrio, semplice, amava essere (ed essere considerato) un uomo comune, rifuggiva – quasi inorridito – da ogni forma di esibizionismo. Era sempre pronto ad ascoltare, a dialogare, specialmente con i più umili e i più deboli, generoso e comprensivo nei giudizi, alieno dalle facili e sbrigative condanne, ma assolutamente rigoroso e intransigente nel rispetto delle regole. Tra i ricordi più cari che io ho di Mino metto senza alcun dubbio le difese penali che abbiamo fatto insieme, vivendo l’autentico dramma di certi processi, che sono luoghi non ultimi della sofferenza umana».

E ricorda il suo impegno come ministro della Giustizia: «Assunse l’incarico nel 1983. Era il tempo in cui il Paese tentava faticosamente di uscire dalla stagione del terrorismo (non dimentichiamo che Aldo Moro era stato assassinato solo cinque anni prima). Compito primario, delicatissimo (in cui il Ministro della giustizia si trovava in prima linea) era quello di superare la legislazione dell’emergenza (con la quale erano state “bloccate” le riforme della giustizia, specialmente penale) riprendendo l’itinerario di queste riforme. Dare all’Italia una giustizia equilibrata, non più “bellicosa”, ma conforme ai principi e precetti costituzionali era certo un obbiettivo politico-civile, ma anche, per un cristiano, un obbiettivo particolarmente coerente con la propria fede. Mino non esitò. E già nell’estate presentò (e ne ottenne poi un rapido consenso parlamentare) alcuni disegni di legge, particolarmente orientati ad una disciplina più aperta della libertà personale. Poi riavviò la grande riforma, certo di più lungo itinerario, della procedura penale, ricostituendo una commissione diretta a elaborare il testo di una legge di delega al governo per un nuovo codice di procedura penale, con l’abbandono del vecchio processo inquisitorio e l’introduzione nel nostro Paese – primo tra quelli dell’Europa continentale – di un processo accusatorio.

E non si può non ricordare il riconoscimento, dato da Mino, all’opera essenziale dei cappellani, segno di una ben nota attenzione della Chiesa per i carcerati e in particolare per chi era accusato di reati di terrorismo. Disse Martinazzoli: «Da questa attenzione e presenza eravamo aiutati e stimolati, ci ponevano dei problemi e ci chiedevano soluzioni ... e ci rendemmo conto della necessità di introdurre strumenti di graduale riduzione dell’afflittività carceraria, che era stata anche oggettivamente eccessiva negli anni dell’emergenza.
Nell’ambito di questa politica va rammentato come Martinazzoli abbia direttamente e personalmente favorito nel dicembre 1983 l’intenzione del Papa di visitare il carcere di Rebibbia, dove poi chiese e ottenne di incontrare il suo attentatore, quell’Ali Ağcà, che gli aveva sparato in piazza San Pietro. Dopo alcuni mesi il papa Giovanni Paolo II – a ricordo di quella storica visita e anche per riconoscimento dell’impegno del governo italiano – ospitò a pranzo Mino, che ne ha sempre serbato un commosso ricordo».

E quando, nel 1998 Giovanni Paolo II andò a Brescia, Mino Martinazzoli allora sindaco,  si accomiatò da lui con poche semplici parole. Le stesse che il sindaco Paroli ha usato per dargli l'addio: «Così semplicemente, brescianamente, grazie. Brescia ti ringrazia, Brescia ti saluta».

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