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mercoledì 17 agosto 2022
 
Ragazzi emotivi
 

«Mio figlio, così bravo e amato che... quando sbaglia è colpa degli altri»

09/10/2017  I bambini crescono e da meravigliose, amate e dolci creature diventano difficili adolescenti che devono affronatre sconfitte e ostacoli dentro e fuori dalla famiglia. Per molti di loro delle vere e proprie "catastrofi". Ecco come gestirle.

Nostro figlio Romeo, 13 anni, vuole sempre fare di testa sua e non ascolta. È sicuro di sé al punto da diventare arrogante. È molto bravo sia a scuola che negli sport e questo lo fa sentire invincibile. È competitivo e fatica ad accettare di non essere il primo. Per questo è sempre molto controllato e non si lascia andare. Poi, quando le cose non vanno come vorrebbe, ha dei crolli emotivi. Piange e si dispera e dice che è tutta colpa nostra che non siamo bravi genitori e che sarebbe meglio morire. Peraltro, poi, frequenta l’oratorio e il don e gli educatori ci dicono cose positive di lui. È amato dagli amici.

ROSANNA E ANTONIO

— Che fatica mettere insieme il bambino che si è stati e il ragazzo che si sta diventando! Fra i 13 e i 15/16 anni, gli adolescenti si sentono costantemente su un’asse di equilibrio e cadono spesso da una parte o dall’altra. Nel senso che sono convinti di essere ancora quei bambini meravigliosi e perfetti, osannati e talvolta viziati, che sono stati, soprattutto nei primi anni di vita. Ma si accorgono anche che c’è un mondo da esplorare fuori dalla casa dei genitori: attraente, ma anche difficile. Attraente perché consente di fare esperienze nuove ed eccitanti. Difficile perché lì non è come in famiglia, non si può conservare quella elevata immagine di sé coltivata fin da bambini. È un mondo in cui si viene osservati e giudicati per quel che si è. Stare in equilibrio tra l’illusione di essere perfetti e la difficoltà a mantenere tale illusione non è possibile. Bisogna avere prima di tutto il coraggio di abbandonare l’idea che tutto il mondo si rivolga ancora con ammirazione verso il bambino meraviglioso divenuto adolescente. Il mondo dei coetanei non è così benevolo come mamma e papà. E anche gli altri adulti, insegnanti, allenatori ed educatori, iniziano a essere più esigenti. Occorre allora rivedere le aspettative narcisistiche su di sé. Che significa accettare che una sconfitta non è una catastrofe per cui è meglio morire, ma l’occasione per rifare i conti e capire dove si è sbagliato. Che un litigio non è la fine di una relazione, ma un passaggio inevitabile che serve a migliorarla. E che, se si vuole diventare grandi, bisogna abbandonare l’idea che mamma e papà siano la causa di ogni difficoltà del figlio e la risposta a ogni suo problema. Altrimenti si rimane dipendenti da genitori tanto potenti. Bisogna, alla fine dei conti, rinunciare all’idea di poter essere perfetti, per riconoscere che ciascuno è impegnato in prima persona a realizzare i propri desideri e le proprie aspettative. Questo richiede fatica. Una fatica che non può essere delegata ai genitori, ma che spetta proprio ai figli che crescono.

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