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Padre Yako: "Il cuore ferito dei cristiani iracheni"

27/02/2015  Il religioso, sfuggito per poco all'avanzata dell'Isis, ora dirige due campi profughi in cui 1.800 persone vivono da otto mesi nei container. "La situazione è dramamtica", dice, "pesnavano di aver abbandonato le case per poco, ora si parla di anni".

Qaraqosh, Bartallah... Nomi poco familiari, sui quali però un giorno studieremo una delle grandi tragedie di questo secolo: il tentativo, da parte degli islamisti dell’Isis, di cancellare la presenza cristiana in Iraq.  Sono i nomi dei villaggi  della piana di Niniveh, i centri occupati dalle milizie dopo la presa di Mosul, diventata la “capitale” del califfato. Ma sono anche i luoghi in cui si esercitava la missione di padre Jalal Yako, religioso rogazionista nato proprio in quella zona dell’Iraq, formatosi in Italia (è stato anche vice-parroco a Padova) e nel 2012 tornato con altri confratelli in patria per seguire l’appello a non abbandonare i cristiani d’Oriente lanciato da Benedetto XVI dal Libano».      

La missione viene aperta a Qaraqosh, poi nella vicina Bartallah, nei centri dove i cristiani sono presenti da molti secoli. «Infine abbiamo cominciato a lavorare nel quartiere di Shekak», ricorda padre Jala, «dove si erano insediati moltissimi profughi cristiani,  arrivati fin qui da Baghdad e dintorni a causa delle violenze che nel 2006/2007 avevano insanguinato la capitale. Gente povera ma soprattutto bisognosa di assistenza spirituale, di qualcuno che accompagnasse la sua fatica».

Un lavoro difficile in una situazione precaria. Nessuno, però, poteva prevedere che il tracollo sarebbe arrivato con tanta furia e velocità. E’ l’agosto del 2014. Prima cade Mosul. Poi... «Il giorno 6 una bomba è stata lanciata dall’Isis contro il centro di Qaraqosh, e due bambini e una ragazza sono stati dilaniati dall’esplosione.  La gente ha cominciato a fuggire dalla città. Noi abbiamo cercato di dare una mano a tutti coloro che volevano andarsene ed erano costretti a lasciare quasi ogni cosa dietro di sé. Volevamo rimanere, anche perché le autorità e i comandanti dell’esercito curdo continuavano a dire che la situazione era comunque sotto controllo. Poi, all’improvviso e senza avvisare nessuno, i peshmerga si sono ritirati. Nella notte abbiamo ricevuto una telefonata dal segretario dell’arcivescovo di Mosulche ci ha detto: scappate subito, l’Isis sta entrando in città. E così abbiamo fatto. Siamo stati tra gli ultimi ad andarcene, mentre i miliziani occupavano la periferia. Siamo scappati a piedi, con  uno zaino sulle spalle. finché, a un certo punto, siamo riusciti a salire su un camion che andava verso Erbil».

A Erbil padre Jalal ha cercato di continuare la propria missione e, con il sostegno di Focsiv, ha organizzato un gruppo di ragazzi con i quali fare animazione e un po’ di formazione ai bambini costretti a vivere nei campi profughi. Poi è stato incaricato da monsignor Bashar Matti Warda, arcivescovo di Erbil e coordinatore delle attività di tutte le Chiese cristiane, di sovrintendere ai campi profughi chiamati Ashdi 128 e Ashdi 189.

«Ci vivono 1.800 persone», spiega padre Jalal, «tutte cristiane e tutte a carico della Chiesa locale, che riceve aiuti anche dall’estero mentre lo Stato iracheno è quasi assente».

- Com’è la situazione?

«Drammatica, anzi disastrosa. In concreto, la prima emergenza è quella dell’acqua, la seconda quella dell’energia elettrica, che in tutto il Kurdistan è razionata. Ma soprattutto, la gente non ce la fa più. Tutti sono scappati nella convinzione di tornare a casa dopo poco tempo, mentre ora si comincia a fare il conto in anni. Sono disperati. La Chiesa cerca di togliere i profughi dai campi, sistemandoli in casa, alberghi, edifici di vario genere. E’ un sollievo materiale importante, che però fa poco per le sofferenze del cuore».

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