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sabato 04 dicembre 2021
 
Ordinanze anti-ebola?
 

«Misure urgenti per il contrasto al diffondersi dei negri»

04/11/2014  Dopo quello di Padova, diversi altri comuni a guida leghista stanno emanando le cosiddette “ordinanze anti-ebola”. Testi fotocopia, che prendono a modello quello del sindaco Massimo Bitonci. Ma leggendole sembra che la “malattia” che vogliono combattere sia un’altra: l’essere africano o mediorientale.

L’apripista è stato il sindaco di Padova, Massimo Bitonci. Ma alcuni suoi colleghi leghisti hanno preso la palla al balzo: tutti a emanare ordinanze anti-ebola. È successo a Musile di Piave (nel Veneto), a Beura (nell’Ossola) e a Borgosesia (Piemonte). Si stanno attrezzando anche a Cittadella e ad Abano Terme (ancora Veneto). Copia-incolla, prendono il testo elaborato a Padova e, magari con qualche variante, lo portano in Consiglio. Salvo, com’è successo a Beura, dover fare precipitosa marcia indietro perché il Prefetto ha spiegato al sindaco che non era proprio il caso. E l’ordinanza è stata revocata.

È probabile che presto la stessa cosa accada negli altri Comuni che l’hanno adottata, a partire proprio da Padova: la Prefettura ha inviato al sindaco un documento dove vengono fatti «alcuni rilievi» al testo emanato, mentre è pronto un ricorso, da parte di alcune associazioni (Melting Pot, Asgi, Razzismo Stop e Giuristi democratici), contro l’ordinanza per farla dichiarare illegittima, in quando inapplicabile, discriminatoria e «che produce un ingiustificato allarme sanitario».

Che si dice in queste ordinanze? Prendiamo quella di Padova, il “modello”. L’oggetto: “Misure urgenti per il contrasto al diffondersi di malattie infettive”. Ci si aspetta che il testo parli, quindi, di malattie infettive. Invece no, parla di Mare nostrum e dei suoi costi, del fatto che nel territorio di Padova transitano molti «extracomunitari» provenienti da diversi Paesi africani.

Finalmente, il testo prosegue parlando di ebola, come emergenza sanitaria mondiale (cosa che in effetti è, ma non a Padova, dove non c’è stato alcun caso, com’è noto) e di casi di scabbia (due), di tbc (quanti?), di epatite C (l’ordinanza parla di «alcuni individui che ne sono affetti», non che hanno contagiato qualcuno, anche perché non è facile trasmettere la malattia). Bitonci aggiunge che tocca al primo cittadino intervenire con urgenza «in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale» per «eliminare gravi pericoli che minaccino l’incolumità pubblica». Quali gravi pericoli? Non si capisce.

Poche righe dopo, però, vengono chiarite le modalità e l’efficacia dell’ordinanza, vero scudo a difesa della salute dei padovani: è vietata la dimora nel territorio comunale alle persone «prive di regolare documento di identità e di regolare certificato medico rilasciato dalla competente Unità Locale Socio Sanitaria attestante le condizioni sanitarie e l’idoneità a soggiornare»; e si obbligano «i soggetti privi di regolare permesso di soggiorno ovvero di tessera sanitaria» a sottoporsi «entro 3 giorni a visite mediche presso la competente Unità Locale Socio Sanitaria».

Quindi, attenzione. Chi, da oggi in avanti, si dovesse recare a Padova ‒ per lavoro, per turismo, o anche solo di passaggio ‒ si segni sull’agenda di passare all'azienda sanitaria patavina per farsi una visitina, e non dimentichi la carta d’identità: potrebbe essere gentilmente scortato ai confini della città. Non scordate nemmeno la tessera sanitaria, perché chi ne è privo rischia di dover andare entro tre giorni a fare le visite mediche. A Padova, naturalmente, che per uno che sta a Napoli è piuttosto scomodo.

Vien difficile immaginare, poi, l’applicazione della norma. Guardie a ogni ingresso della città? Recinzione col filo spinato intorno al perimetro cittadino, così che i trasgressori non eludano la vigilanza?

Dimenticavamo di scrivere che, naturalmente, il primo cittadino ha spiegato che lui non ha alcun intento discriminatorio né razzista, lui pensa solo alla salute dei cittadini. Non c’era nemmeno bisogno di specificarlo, tanto era chiaro.

Nel corso del lungo testo dell’ordinanza (piena ovviamente di “premesso che”, “atteso che”, “considerato che”) l’epidemia di ebola – l’unica delle patologie elencate che potrebbe giustificare un’eventuale “emergenza sanitaria” qualora vi fosse una ragione vera di pericolo di contagio ‒ si è persa per strada.

Qualche mese fa si conosceva poco o nulla di ebola. Oggi però si sa che il periodo d’incubazione del virus è al massimo di 21 giorni. Com’è possibile che ne siano portatori gli africani salvati dall’operazione Mare Nostrum, che già vengono sottoposti a tutti i controlli medici al loro arrivo? Come possono diffondere il contagio gli altri stranieri che sono in Italia da mesi o da anni? Tutto questo i sindaci delle ordinanze anti-ebola non lo dicono, o non lo sanno. Forse pensano che la pelle nera sia un sintomo della malattia.

 
 
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