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Moad, il primo della classe

09/07/2012  L'integrazione nelle scuole funziona: sempre più spesso gli studenti migliori sono ragazzi di origini straniere. Ecco la storia di Moad, 16enne marocchino, tra i migliori del suo liceo.

Con gli esami di maturità, che si concludono questa settimana, siamo all’ultimo atto dell’anno scolastico. Un momento propizio per i bilanci. Come quelli che ciascun insegnante è portato inevitabilmente a fare.
Anche a me capita. E quest’anno constato un dato che potrebbe sembrare un po’ curioso (ma in realtà, come vedremo, non lo è così tanto): il migliore dei miei 180 studenti di quest’anno (sei classi di un liceo scientifico dove insegno Lettere) è un ragazzo di origini straniere.

Dal Marocco all’Italia
Si chiama Moad Bouzida e ha frequentato la seconda liceo scientifico presso l’Istituto “Fermi” di Arona (Novara). Impressionante il tabellone dei suoi voti allo scrutinio: tutti 9 e pure qualche 10. Moad ha 16 anni ed è figlio di genitori entrambi marocchini.
Nella sua classe insegno Storia e Geografia. Sa sempre tutto. Quando chiedo un nome o una data, è lui ad alzare la mano. I compagni ci scherzano su: dicono che ha Wikipedia incorporata. Fatto sta che nelle interrogazioni non gli ho mai dato meno di 9. Eppure nulla di più lontano dal prototipo del “secchione”: Moad è un ragazzo aperto, simpatico, ama uscire con gli amici, fa sport a livello semi-agonistico (è cintura marrone di judo).

Suo padre, che oggi ha 44 anni, è in Italia dal 1987 e lavora come operaio edile. La madre, 38 anni, casalinga, l’ha seguito poco dopo. Hanno un altro figlio, Alì, che ha 12 anni. “Anche lui è molto bravo a scuola”, mi confida Moad. Il quale è nato in Italia, ma poi ha trascorso i primi anni in Marocco, nel villaggio di origine dei genitori, vicino a Marrakech, per poi tornare nel nostro Paese a frequentare la scuola elementare, a Castelletto Ticino (in provincia di Novara), dove vive con la famiglia.

Le difficoltà di integrazione
“All’inizio”, ricorda, “è stata molto dura. Le maestre parlavano italiano, una lingua a me sconosciuta. Devo riconoscere che hanno avuto tanta pazienza e mi hanno accompagnato all’apprendimento in modo molto professionale”. Non così, invece, tutti i compagni. “Ce n’erano alcuni piuttosto antipatici, che mi prendevano di mira con piccoli episodi di bullismo, perché per tutta la durata delle elementari ero l’unico ragazzo straniero nella classe”. Insomma, piccoli episodi di razzismo (magari inconsapevole, ma non per questo meno odioso), che per il ragazzo costituivano un problema: “Ero diventato molto aggressivo, spesso facevo a botte con qualche compagno, rispondevo agli insulti e alle battute con l’aggressività”.
Forse anche la decisione di impegnarsi a scuola nasce lì: dal desiderio di dimostrare agli altri di non essere per nulla inferiore. “Ma c’è stata anche un’altra molla”, spiega Moad, “lo stimolo da parte dei miei genitori. Mio padre mi ha fatto capire da subito l’importanza dello studio, se voglio avere un futuro professionale migliore”.

Radici e prospettive

Alle medie le cose cominciano ad andare meglio anche con i compagni: finisce l’isolamento e inizia una piena integrazione. “Oggi nessuno prova a farmi sentire diverso”, mi dice Moad, “probabilmente a 14-16 anni si è già abbastanza adulti per evitare la stupidità di isolare un compagno solo perché ha la pelle più scura”. Del resto Moad si sente italiano: oltre ad avere la nazionalità italiana, sente che questo è ormai il suo Paese.
Ciò tuttavia non significa che misconosca l’importanza delle proprie radici: “Della cultura marocchina apprezzo il senso dell’accoglienza e dell’ospitalità, che in Italia è diffuso soprattutto al Sud, mentre forse al Nord c’è un po’ meno. Poi c’è la religione: sono musulmano come i miei genitori e in questo seguo quello che mi hanno insegnato. Stando in Italia, però, ho imparato l’importanza del dialogo e del rispetto reciproco con il cristianesimo. Anche se questo non significa negare le differenze”.
Come vede Moad il proprio futuro? “Mi piacerebbe, dopo la maturità, studiare Ingegneria o Medicina. Per ora cerco di impegnarmi in tutte le materie, anche se le mie preferite sono Storia, Matematica, Scienze e Disegno”.

Il rapporto scuola-famiglia
A parte le indubbie qualità personali e la passione che Moad mette nello studio, la sua storia non rappresenta un caso isolato. Chi insegna sa che spesso accade che tra gli studenti più bravi ci siano ragazzi stranieri. Questo è positivo, perché vuol dire che l’obiettivo dell’integrazione, almeno a scuola, viene raggiunto.

C’è però qualcosa di più: non solo questi studenti sono al livello dei loro compagni italiani, ma parecchie volte addirittura migliori. Come possiamo spiegarlo? Moad ce l’ha detto bene: alle sue spalle c’è una famiglia che crede nella scuola.
Questo è un elemento determinante: la molla che fa scattare il successo scolastico è proprio l’atteggiamento delle famiglie. Famiglie che spesso partono da condizioni economicamente svantaggiate e che vedono nella scuola ancora una possibilità di innescare il cosiddetto “ascensore sociale” per i loro figli. C’è una fiducia nell’istituzione scolastica e nei docenti che purtroppo da parte degli italiani è venuta meno ormai da un certo numero di anni. Soltanto questa alleanza scuola-famiglia è in grado di produrre risultati d’eccellenza.

 
 
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