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giovedì 21 novembre 2019
 
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«Io, giornalista curdo siriano, sogno di tornare un giorno nella mia patria»

12/10/2019  A parlare è Mohammad Ibrahim, reporter ventinovenne originario di al-Hasakah, ora residente in Giordania dove lavora per un sito che si occupa della Siria. «Trump non dice la verità, l'Isis non è mai stato cancellato», osserva, «e la sua ideologia è ancora radicata».

Qui sopra, Mohammad Ibrahim (foto tratta da Facebook).
Qui sopra, Mohammad Ibrahim (foto tratta da Facebook).

(Foto Reuters in alto: curdi siriani in fuga dalla città di Ras al-Ain)

«Tornare in Siria per me è un sogno, una speranza che non ho mai abbandonato. Ogni giorno immagino di tornare a casa mia, nella mia patria». Mohammad Ibrahim ha 29 anni, è un giornalista curdo siriano, originaria di al-Hasakah. Oggi vive ad Amman, in Giordania: la Siria, il suo Paese, da alcuni anni lui la osserva dall'esterno come reporter, per il sito Syria direct, un’organizzazione di giornalismo indipendente fondata nel 2013, che mira a una copertura giornalistica credibile e informata di tutto ciò che accade in territorio siriano, provincia per provincia, con interviste, reportage, analisi. Lui, spiega, è specializzato in affari curdi e segue in particolare ciò che accade nei territori del Paese ancora sotto il controllo dell’Isis.

«Ho lasciato la Siria quindici anni fa», racconta, «e l’ultima volta che ho visitato il mio Paese è stato nel 2010, prima della guerra». La sua famiglia, spiega, vive ancora là, tra al-Qamishli, il Governatore di al-Hasakah, al confine con la Turchia, nella zona colpita dall’operazione militare turca, e Damasco.

«Sono molto preoccupato per la situazione, certo. Lo dico chiaramente, la Turchia sostiene di voler combattere il terrorismo, ma sta solo cercando vendetta contro i curdi. Ebbene, io posso dire che non sono d’accordo con le Forze democratiche siriane - l’alleanza formata in prevalenza dalle milizie curde, considerata organizzazione terroristica dalla Turchia, che ora si sta scontrando nel nord della Siria con l’esercito turco -, perché fin dall’inizio hanno perseguito azioni repressive nei confronti della popolazione civile, hanno compiuto violenze e hanno sempre avuto legami e sostegno da altri Paesi, ma l’operazione militare turca sta causando vittime civili e bombardamenti sui quartieri abitati dalla popolazione. Oggi ci sono più di 130mila sfollati e un gran numero di persone stanno scappando dalla città di al-Hasakah. La situazione è caotica e le risorse idriche si stanno esaurendo. La Turchia vuole vendicarsi contro tutti curdi, non solo contro le forze Sdf è la loro ideologia politica. Ciò che sta accadendo è la messa in pratica di un piano turco per invadere il nostro territorio».

Commenta: «A differenza di quanto sostiene il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, l’Isis non è mai stato cancellato. Daesh è ancora lì, presente. Ha perso il potere sul Paese, ma ci sono ancora delle cellule attive nell’area di Deir el-Zor e nella zona di Raqqa. Lo Stato islamico controlla ancora una piccola area geografica nel deserto siriano a ovest del fiume Eufrate , nella zona che si trova sotto il Governo siriano. Detto tutto questo, l’ideologia dell’Isis resiste ancora. Il pericolo non è affatto scomparso. Trump sta semplicemente mentendo e fuorviando l’opinione pubblica».

Mohammad guarda al prossimo futuro della Siria col profondo, disilluso, pragmatico pessimismo di chi ha visto la situazione scivolare sempre di più lungo la china, in fondo al baratro, in otto anni e mezzo di conflitto senza vie di uscita. «Il 2011 per noi siriani è stato un anno bellissimo, volevamo costruire uno Stato democratico e civile, nel quale a tutti i cittadini fossero garantiti gli stessi diritti. Ma ora la situazione è diventata tragica». Pensa ai suoi familiari che vivono nella città di al-Hasakah, al pericolo, alla condizione di incertezza: «Tutti lì stanno aspettando di capire e vedere cosa accadrà. Ad al-Hasakah non si è al sicuro, ma d’altra parte per tanta gente non ci sono altre strade, altre opzioni».

La speranza di uno Stato curdo indipendente? Mohammad non ci crede più. «Vorrei tanto uno Stato in cui tutti i curdi fossero riuniti, ma purtroppo le condizioni politiche internazionali non lo consentono». Del resto, il passato recente insegna: «Penso che l’esperienza del Kurdistan iracheno del 2017 sia viva nella memoria di tutti: quando è stato proclamato unilaterlamente lo Stato indipendente curdo tutti i Paesi vicini lo hanno "assediato"».    

E conclude: «L’identità curda è sempre stata oppressa, stigmatizzata, ostracizzata da tutti. Il motivo? Non lo so. Ma io sono molto orgoglioso di essere un curdo, abbiamo una civiltà e una cultura straordinarie. E sento che il mio dovere è di difendere la mia identità da chi continua a cercare di soffocarla, proprio come una madre che protegge con amore e dedizione i suoi figli».  

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