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mercoledì 07 giugno 2023
 
La sentenza
 

“Mondo di mezzo” non è “mafia capitale”, ma rimane il “marcio”.

23/10/2019  Non regge in Cassazione l'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso per Buzzi e Carminati, ma sono provate due associazioni a delinquere semplici e altre accuse che non giustificano esultanze

Se il processo penale fosse una partita di calcio, e non lo è, potremmo dire che hanno “vinto” gli avvocati e “perso” i procuratori. Nessun altro però ha carri di vincitori su cui salire.

Se infatti sono gli avvocati difensori dei condannati ad ammettere a caldo che a Roma c’era «un sistema marcio e corrotto» e che a Roma «c’è una cultura mafiosa», nessuno a parte i difensori stessi ha motivo di esultare perché la sentenza ha accolto la loro tesi. Di certo non le istituzioni e non i cittadini che saranno forse sollevati dal fatto che il processo noto come “Mondo di mezzo” non sia “mafia capitale”, perché è stata riconosciuta in Cassazione l’associazione a delinquere “semplice” non quella di “stampo mafioso”, ma devono comunque fare i conti con gli altri reati per cui sono state condannate definitivamente anche persone che avevano responsabilità pubbliche in diversi ambiti dell’amministrazione, dall’Assemblea capitolina, alla gestione del verde pubblico, all’Ama solo per citarne alcuni. In una parola con quello che un avvocato difensore, non la pubblica accusa, ha chiamato «marcio» e che per Roma e per il Paese non può essere una buona notizia neppure a metà.

Le condanne rimangono per la gran parte (non per Cristiano Guarnera e Agostino Gagaglione assolti per non aver commesso il fatto), ma servirà un appello bis per rideterminare (ridimensionandole) le pene, perché nel processo che vede tra gli imputati principali Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, è stata provata l’esistenza di un’associazione a delinquere semplice non quella di stampo mafioso, contestata dalla Procura della Repubblica di Roma guidata da Giuseppe Pignatone e dalla Dda coordinata da Michele Prestipino. Un risultato che conferma la sentenza di primo grado, in cui l’associazione di stampo mafioso non era stata riconosciuta ma che portava a condanne pesanti per associazione a delinquere, e riforma, rinviando in Corte d’appello per la rideterminazione delle pene, la sentenza di appello che invece aveva ritenuto “mafiosa” la dinamica con cui agivano Buzzi e Carminati.

Un’altalena dunque che rimanda all’interpretazione di un reato complesso, una questione giuridcamente sottile anche, che ha fatto dibattere la dottrina e visto in corso di procedimento e processo letture diverse di magistrati diversi.  La stessa Cassazione aveva riconosciuto plausibile l’interpretazione della Procura quando gli imputati si appellarono contro l’ordinanza di custodia cautelare, oggi invece alla luce del dibattimento, dove si forma la prova, legge evidentemente quei fatti in altro modo, come in modo diverso tra loro li avevano letti i giudici di primo e secondo grado. Come vogliono le regole, l’ultima parola, quella definitiva, spetta alla Cassazione e quella vale. Le motivazioni, a tempo debito, chiariranno i criteri che hanno guidato il percorso decisionale dei supremi giudici della VI sezione penale.

Ci sarà un nuovo processo d'appello che si limiterà a ricalcolare le pene per Salvatore Buzzi, Massimo Carminati (per cui cadono anche altre accuse minori ma resta in piedi l’associazione a delinquere) e per molti altri dei 32 imputati. In conseguenza della riqualificazione del reato sono stati annullati alcuni risarcimenti nei confronti delle parti civili, tra cui associazioni antimafia.

Sono stati invece già eseguiti gli ordini di carcerazione per i 9 per cui la sentenza del 21 ottobre, in Cassazione, ha confermato in via definitiva le condanne in appello. Le difese che hanno visto accolta la loro linea comprensibilmente manifestano soddisfazione,ma non si può affermare che la loro analisi - spietata - possa dirsi consolante per altri o per Roma, anzi: «A Roma c'era un sistema marcio e corrotto e la sentenza di primo grado l'ha riconosciuto. La procura ha provato a sostenere la mafia. La Cassazione ha detto quello che avevamo sostenuto fin dall'inizio», ha commentato, all'Ansa, l'avvocato, Alessandro Diddi, difensore di Salvatore Buzzi. «La mafia è una cosa molto seria, molto grave, che paralizza un territorio, l'economia di un territorio, la libertà da un punto di vista politico, sociale, economico. A Roma c'è invece una cultura mafiosa, che è una cosa completamente diversa dall'associazione di stampo mafioso», ha fatto eco l'avvocato Giosuè Naso difensore di Riccardo Brugia e Matteo Calvio nonché ex difensore di Massimo Carminati. Argomenti che, altrettanto comprensibilmente, fanno dire al Procuratore generale di Roma Giovanni Salvi: «Non trovo giustificate le esultanze di qualcuno visto che la Suprema Corte ha riconosciuto due associazioni a delinquere che erano state capaci di infiltrare in profondità la macchina amministrativa e politica di Roma».

 
 
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