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lunedì 22 luglio 2024
 
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Mons. Warda: "Una casa per i profughi"

21/03/2015  In Kurdistan l'arcivescovo coordina le attività delle Chiese per i profughi. Il progetto per salvare le famiglie.

Monsignor Bashar Matti Warda, arcivescovo di Erbil.
Monsignor Bashar Matti Warda, arcivescovo di Erbil.

Erbil (Kurdistan) – “Le prime settimane”, dice monsignor Bashar Matti Warda, “sono state drammatiche”. Siamo in una sala accanto alla cattedrale di Erbil ma la mente dell’arcivescovo viaggia nel tempo: rivede l’agosto del 2014, le 13 mila famiglie cristiane inseguite dall’Isis e approdate a Erbil in cerca di rifugio, mentre altre 7 mila arrivavano a Dohuk, un centro più a Nord. Rivede le tende montate negli oratori e nei parchi pubblici, i giacigli di fortuna approntati nelle chiese, cattedrale compresa. Le cucine improvvisate, il pianto dei bambini, la disperazione degli adulti.  “Poi, per fortuna, siamo riusciti a organizzarci: abbiamo registrato le famiglie e piano piano siamo riusciti ad avviare una transizione difficile ma indispensabile: dall’emergenza alla stabilità”.

Monsignor Warda, nato a Baghdad nel 1969, è un redentorista e si è laureato all’Università di Lovanio, in Belgio, subito prima di tornare in Iraq, nel 1999. Appartiene a quella leva di vescovi caldei che hanno dovuto gestire il periodo della storia forse più difficile per i cristiani iracheni. Prima con le violenze successive all’invasione anglo-americana del 2003, poi con l’irrompere dell’Isis a Mosul e nella piana di Niniveh, cioè nell’area a maggior densità cristiana. A Erbil monsignor Warda è anche il coordinatore di tutti gli interventi per i profughi delle Chiese cristiane. Nessuno meglio di lui conosce la situazione.

“Quando uno vede i profughi”, dice l’arcivescovo, “può anche non afferrare che si tratta di persone che avevano una vita normale e strutturata come quella di chiunque altro. Insegnanti, negozianti, impiegati… Il loro trauma sta nell’aver perso non solo ogni bene materiale ma pure la “normalità”. Non vogliamo che diventino mendicanti né che smarriscano la loro identità. Il nostro motto è: aiutiamoli ad aiutarsi”.

Monsignor Warda e le Chiese cristiane, di fronte al popolo delle tende, quando non dei cantieri dei palazzi in costruzione o delle baracche tirate sù con plastica e lamiera, hanno lanciato un imponente programma. Per chi era in tenda  sono stati preparati villaggi di container, dove l’inverno è stato affrontato con meno sofferenza e la gente almeno dispone di acqua calda e assistenza. A chi era nei container è stata cercata una casa. “Oggi abbiamo circa 1.500 famiglie che vivono in edifici di cui paghiamo noi l’affitto”, dice l’arcivescovo: “Cerchiamo, nei limiti della situazione, di farli sentire un po’ più “a casa”, in modo che, recuperato un minimo di fiducia, possano fare un altro passo, per esempio cercare lavoro”.

Il programma ha funzionato e i centri di emergenza per profughi a Erbil sono scesi dai 26 dell’estate scorsa ai 12 attuali. E’ uno sforzo enorme, le spese si contano in milioni di dollari, ma non basta. “Purtroppo prevediamo che il 25-30% dei profughi non tornerà ai propri villaggi, anche quando l’Isis sarà eliminato”, dice monsignor Warda: “Allora ci è venuta questa idea: far costruire agli stessi profughi, sfruttando le loro competenze professionali, un villaggio di case popolari”.

Le case sono tanto ma non sono tutto. “Cerchiamo di non disperdere le famiglie, che spesso hanno alle spalle molti anni di amicizia o vicinato. Così affittiamo le case in zone ben precise, per concentrare gruppi di almeno 200 famiglie. In questo modo possiamo creare nuove parrocchie e assistere i fedeli anche dal punto di vista spirituale. Andiamo molto anche nelle singole famiglie”, conclude  monsignor Bashar Matti Warda, “da quasi un anno sottoposte a tensioni e minacce che non sono abituate ad affrontare. Forniamo assistenza psicologica e teniamo corsi per la gestione dello stress. Lo scopo è sempre quello: aiutare le persone a non perdersi nell’emergenza”. 

 

 

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