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sabato 04 dicembre 2021
 
Mons. Zuppi
 

Monsignor Zuppi: "Per una Chiesa del coraggio"

31/10/2015  "Credo che la Chiesa abbia avuto poco coraggio di cercare delle priorità". Così il nuovo arcivescovo di Bologna, in un convegno organizzato dalla rivista Jesus, definiva il nuovo atteggiamento della Chiesa di papa Francesco.

Monsignor Matteo Zuppi.
Monsignor Matteo Zuppi.

Nell'estate dell'anno scorso il mensile Jesus ha organizzato a Roma un convegno sul tema del coraggio: quello di esser giovani oggi in Italia, di essere cristiani impegnati, di comportarsi da cittadini responsabili. In sintesi, un convegno su chi spera contro ogni (almeno apparente) speranza. Al convegno parteciparono suor Jenevieve Jeanningros delle piccole sorelle di Charles de Foucauld, Elena Bonetti (incaricata nazionale branca Rover e Scolte di Agesci), Chiara Canta (docente di Sociologia dei processi culturali) e monsignor Matteo Zuppi, allora  vescovo ausiliare di Roma e adesso, da poche ore addirittura, arcivescovo di Bologna. E' interessante rileggere, alla luce della nuova nomina, le risposte che in quell'occasione monsignor Zuppi diede ad alcune domande cruciali.

- Facendo un esame di coscienza, quali sono gli ambiti in cui di recente la Chiesa non ha avuto abbastanza coraggio? Quali invece i temi su cui ora la Chiesa è chiamata ad averne?

"La Chiesa siamo tutti quanti noi,  occorre quindi fare tutti insieme un'autocritica. Oggi si parla di opportunismo, di adattamento, di modi cangianti per assecondare la mentalità comune: questo sostanzialmente, per molti di noi, è una delle prime grandi mancanze di coraggio. Credo che la Chiesa abbia avuto poco coraggio di schierarsi e soprattutto di cercare delle priorità. La grande tentazione della Chiesa è di dire la sua su tutto, ma di non avere una priorità. Invece, papa Francesco sta dimostrando che esiste una gerarchia di importanza nelle cose. Quando dici tutto ma in fondo non dici niente, quando hai la preoccupazione di non sbagliare: in questi casi, forse, il problema è la paura di sbagliare, quella che Francesco definirebbe la tentazione della "Chiesa perfetta", dove però, a ben vedere, non c'è amore. Il Papa insiste tantissimo su questo aspetto e, per certi versi, è un invito molto liberante.

Eppure, nonostante tale sdoganamento, tale "assicurazione papale", abbiamo comunque paura di sbagliare e tendiamo a rintanarci. I discepoli, dentro il cenacolo, forse si sentivano molto coraggiosi a stare insieme. ma il loro era un coraggio inutile, un coraggio che nessuno chiedeva. Il cambiamento, invece, risiede nell’amore, nella passione, nello spirito che mi fa “uscire” e parlare alle persone “di fuori”, che aspettano. Questo cambiamento, che Francesco con l’Evangelii gaudium ci richiede in maniera molto chiara, non consiste nell’essere coraggiosi, ma nell’essere innamorati, nell’uscire appunto, nell’andare fuori. Eppure, se coraggio è aprire la porta, vuole dire che l’abbiamo chiusa, che siamo talmente pieni di paure per cui l’andare in giro diventa coraggio.

Quando Francesco nell’Evangelii gaudium parla di coraggio, dice che il problema non è fare proselitismo. Molte volte ci si sente coraggiosissimi, quasi dei kamikaze, ad andare contro la mentalità comune e a sfidarla. Invece, spesso tante persone non aspettano altro che qualcuno parli loro in maniera personale, affettiva, che spieghi qualche cosa, che si metta a camminare accanto a loro. Quando Francesco parla di coraggio, chiede innanzitutto quello di parlare, di non trincerarsi dietro il “si è fatto sempre così”, che è poi una sorta di coraggio conservativo. Invece, il Papa invita ad avere generosità e il coraggio di applicare questi orientamenti senza divieti né paure. Questo è il vero coraggio, cioè prendersi delle responsabilità. Ma alla Chiesa, a volte, questo coraggio è mancato. Quanto ai laici, c’è un modo di dire argentino secondo il quale il tango bisogna sempre ballarlo in due: cioè, da un parte c’è il clericalismo dei preti; dall’altra, però, anche tanti laici che sono più clericali del clero. In fondo, il problema è stato quello di non aver avuto il coraggio di vivere una comunione profonda, che è poi la vera alternativa al clericalismo.

Il coraggio di papa Francesco è quello di raggiungere tutte le periferie, quindi di uscire dalle proprie comodità. È indicativo che il Papa parli di coraggio più per i problemi interni della Chiesa che per le grandi sfide dell’umanità. E non perché i “grandi” nemici non ci siano: in tanti sfidano la Chiesa. Però, Francesco ribadisce che è necessario il coraggio di trovare nuovi segni, nuovi simboli, una nuova carne per la trasmissione della Parola. L’altra forma di coraggio che chiede è quella di andare oltre la superficie, il coraggio di non essere banali, di essere “interiori”, di cercare l’unità che è sempre superiore al conflitto. Insomma, la Chiesa deve stare alla porta sempre ma, soprattutto, deve avere delle priorità. Quindi, il vero coraggio che ci viene chiesto è quello di essere noi stessi; di ripartire da ciò che è essenziale; di non aver paura di trovare; del dialogo come metodo per risolvere, per capire, per scoprire la presenza di Dio che c’è già nel mondo; di ravvivare il dialogo interno alla Chiesa, visto che ultimamente ce n’è stato poco, con troppe incomprensioni e troppi ruoli vuoti. Serve il coraggio di mettersi insieme e di essere comunità; il coraggio di pensarsi come una comunione. Sono queste le grandi sfide. La carità ci rende coraggiosi e su questo la storia della Chiesa è ricca di esempi, di tanti testimoni: uomini coraggiosi perché liberi, perché innamorati".

- Papa Francesco ha avviato una rivoluzione anche all’interno della Curia. Quanto costa riformare la struttura della Chiesa?

«Una cosa che è chiara è quanto sia costato non rivoluzionare la Curia: è costato tantissimo. La scottante questione dello Ior, ad esempio, è costata e costa ancora moltissimo dal punto di vista dell’immagine. Non so quante “sette” sono nate e si sono nutrite della polemica sulla gestione della banca vaticana, sulla quale papa Francesco ha operato, con molta insistenza, dei cambiamenti non facili. È costato tantissimo non cambiare, oppure farlo a piccoli passi, con l’idea che una ricostruzione sbagliata per il Vaticano sarebbe stata troppo, perché già in tanti hanno provato a cambiare lo Ior. Benedetto XVI, ad esempio, aveva dato delle serie indicazioni per la sua trasformazione. Ora, è urgente operare delle scelte “costose”. Ad esempio, bisogna attribuire alle cose il proprio nome: già questo tentativo sarebbe un segno del coraggio e, se vogliamo, anche della semplicità, della serenità con cui Francesco affronta le questioni. Come fa? Appunto, le chiama con il proprio nome.

Nell’Evangelii gaudium è presente una critica feroce su certi atteggiamenti dei cristiani. Francesco ha parlato della loro tentazione a vivere in una perenne Quaresima senza Pasqua, ci ha chiamati mummie pietrificate: tutti paragoni che sembrano battute ironiche, mentre il Papa non scherza affatto. Di sicuro è molto forte la tentazione di dire “si è sempre fatto così”, mentre serve il coraggio che parte da dati concreti, dalla necessità di ritrovare a ogni costo una motivazione vera, di richiedere a tutti quanti una motivazione di servizio. Penso per esempio allo spezzare gli automatismi interni. Quante volte Francesco dice di preferire la discussione e il confronto a un finto accordo, tipico modello clericale di piaggeria e di convenienza; gli automatismi sono del resto il meccanismo del carrierismo. Se invece alla base delle scelte c’è il servizio, allora non ci sono gli automatismi. Ma questo sicuramente ha un prezzo. Qual è, dunque, il coraggio di papa Francesco? Quello di volere un bene enorme alla Chiesa e, proprio perché ama la Chiesa, cercare con coraggio: in questo modo, è libero da tutto ciò che profana la Chiesa e la rende un laboratorio.

Il Papa cerca molte volte il coraggio di uscire da questo laboratorio, di non prendersi “i precotti”, che sono bellissimi e convenienti, perché non richiedono responsabilità. In Francesco c’è una grande passione e anche una serena consapevolezza di questa grazia che abbiamo. Per questo è coraggioso: è un uomo che si sente molto amato, sente un grande amore per Dio, per la Chiesa e sente quanto siamo infinitamente amati. È anche gioioso. Molte volte, il coraggio non si concorda con la gioia, per cui lo stesso Francesco si rende conto che questi cristiani saranno certamente coraggiosi, ma sono noiosi, si sentono dei supereroi. Invece, lui invita a essere contenti, a guardarsi intorno, farsi voler bene, cercare di scoprire quanta domanda d’amore ci sta intorno.

Che cosa dobbiamo fare? Ascoltare. Soltanto poi si può cominciare a parlare. Il metodo che ha scelto per rivoluzionare la Curia è quello del lavoro trasparente e collegiale, molto diverso dal pettegolezzo. Con grande senso di fiducia, con grande coraggio ha concesso molta responsabilità ai laici, anche alle donne. Francesco ha la fraternità come metodo di comunione, come nutrimento per le sue scelte. Poi, con grande serenità e con grande gioia, pensa alla rivoluzione. Ma con serenità, perché sia lui sia papa Benedetto ci hanno ricordato in tutti i modi che c’è Dio, che la Chiesa è del Signore. E questo ci permette di essere serenamente seri».


 - Quale coraggio serve oggi per andare incontro ai tanti fedeli che negli ultimi decenni hanno abbandonato la Chiesa?

«Anche in questo, il Papa ci aiuta molto, perché ci libera da una serie di costrutti negativi. Il coraggio di Francesco è la misericordia, è il raccogliere tutto, non temere nessuna “commistione”. Quando siamo sporchi, sporchiamo ogni cosa che tocchiamo. Quando abbiamo il cuore puro, invece, tocchiamo tutto in maniera limpida, perché tutto diventa vicino. Mi sembra che questa sia la ricetta di Francesco per quella generazione e per i tanti fedeli che si sono allontanati dalla Chiesa, a partire dalla fine degli anni Sessanta fino a oggi. Il vero coraggio è credere, e tanto, alla misericordia. Il Papa non fa “sconti di gruppo” ma mette al centro il Vangelo, e in questo si rivela essere molto esigente. Ed è proprio questo il punto da dove si riparte, e che aiuta a riaffrontare e risolvere i problemi veri».

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