Il Messaggio che papa Francesco ha inviato per la Giornata mondiale del malato contiene dei richiami molto forti per tutte le componenti ecclesiali che operano nel mondo della salute, ma anche per i cristiani che vivono o sono vicini alla sofferenza. Il tema che mediteremo l’11 febbraio è «Mater Ecclesiae: “Ecco tuo figlio...Ecco tua madre”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé». Maria stava presso la croce e riceve queste parole, insieme a Giovanni. È l’origine della vocazione materna di Maria nei confronti di tutta l’umanità. Il dolore straziante della croce trafigge la sua anima, ma non le impedisce di rinnovare il suo cammino di donazione per l’umanità intera. E Giovanni, come Maria,sa che i discepoli sono chiamati a prendersi cura gli uni degli altri, con un cuore aperto a tutti, senza esclusioni.
La storia bimillenaria della Chiesa testimonia una grande ricchezza di iniziative a favore dei malati, segno di una sua vocazione materna. Dice Francesco che la Chiesa cerca di curare ovunque, anche quando non è in grado di guarire. E sottolinea tre elementi che caratterizzan oquesta missione:«La generosità fino al sacrificio totale di molti fondatori di istituti a servizio degli infermi; la creatività, suggerita dalla carità, di molte iniziative intraprese nel corso dei secoli; l’impegno nella ricerca scientifica, per offrire ai malati cure innovative e affidabili».
Da questa storia dobbiamo imparare a progettare il futuro, in particolare per gli ospedali cattolici che corrono il rischio “dell’aziendalismo”, cioè il tentativo di inserire la cura della salute nell’ambito del mercato. È un rischio serio, perché potrebbe portare a scartare i poveri, creando nuove disuguaglianze. Questo non significa che non si debbano gestire in maniera ottimale le risorse disponibili, anzi una gestione sempre più attenta e trasparente è necessaria. Ma il discrimine lo farà la finalità. Il nostro obiettivo è la cura integrale della persona, non il profitto economico. Il Papa ci suggerisce di tenere in equilibrio «l’intelligenza organizzativa e la carità», così da mantenere il malato al centro del processo di cura, nel rispetto della sua dignità.
In Italia, oggi, ci troviamo a vivere uno scenario preoccupante a seguito dell’approvazione della legge sulle cosiddette Dat (Disposizioni anticipate di trattamento), presentata come una grande conquista di libertà. La libertà deve essere orientata alla costruzione del bene della persona e del bene comune. Non troviamo questi tratti nella legge approvata. Anzi, viene detto che dare da mangiare e da bere a una persona è “terapia”, solo perché viene somministrata con un presidio clinico. Mangiare e bere è un diritto naturale, a meno che non vi siano controindicazioni cliniche. È noto che per oltre l’80% il nostro corpo è composto di acqua, e sospendere l’idratazione significa inserire un grave squilibrio nella persona già malata e avviare un processo che porterà alla fine della vita.
Non sarà un’eutanasia attiva, nel senso che qualcuno farà qualcosa per terminare la vita di una persona, ma può essere definita una «eutanasia giuridicamente tollerata». Se il paziente rifiuterà la terapia,rifiuterà alimentazione e idratazione (con questa legge può farlo), la sua patologia progredirà; dovremo sollevarlo dal dolore con la palliazione fino a quando non diverrà sedazione e poi sedazione profonda, di fatto accompagnandolo alla morte. La valutazione della legge non può essere positiva. E come cattolici non possiamo riconoscerci in questa legge. Sarebbe stato opportuno riflettere con serenità su alcune correzioni e miglioramenti possibili. Si potevano ascoltare molti medici che hanno espresso parere contrario. Una legge sul fine vita poteva essere utile, ma non questa.
Ma c’è un altro aspetto molto critico: la legge non prevede l’obiezione di coscienza del medico e della struttura sanitaria, perché rende obbligatorio porre in atto le Disposizioni di trattamento espresse dal paziente. Quindi, se un paziente chiede di porre fine alla propria vita in una struttura sanitaria cattolica, noi dovremmo assisterlo nella sua volontà di suicidio. Questo è in aperto contrasto con il Vangelo e il Magistero, che difendono, sempre e comunque, la vita. Ma è anche in contrasto con la legislazione italiana, che tutela il diritto all’obiezione di coscienza. Molti responsabili di strutture cattoliche si sono espressi inquesto senso. In pratica, nel momento in cui un paziente venisse ricoverato in un ospedale cattolico e presentasse delle Dat volte a porre termine alla propria vita o lesive dell’integrità della persona non verranno eseguite.
«La pastorale della salute», ci ricorda papa Francesco, «resta e resterà sempre un compito necessario ed essenziale,da vivere con rinnovato slancio a partire dalle comunità parrocchiali fino ai più eccellenti centri di cura. Non possiamo qui dimenticare la tenerezza e la perseveranza con cui molte famiglie seguono i propri figli, genitori e parenti, malati cronici o gravemente disabili. Le cure che sono prestate in famiglia sono cosiddette Dat una testimonianza straordinaria di amore».
Nella foto in alto: Il presidio dei Radicali in piazza Montecitorio per il voto sul biotestamento, con Marco Cappato, Marco Gentili, Riccardo Magi e Mattia Mainardo, il 14 dicembre 2017 (ANSA/Vincenzo Tersigni)