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martedì 24 novembre 2020
 
La testimonianza
 

Monsignor Marino scampato al Covid: «Mi ha sostenuto la preghiera di tanti che mi vogliono bene»

15/04/2020  Il sacerdote milanese, assistente dell'arcivescovo e vicario parrocchiale è stato uno dei primi ad ammalarsi di Coronavirus, ed è stato intubato per quindici giorni. «E' stato terribile a livello fisico, ma anche sotto sedazione vivevo in una clima di serenità grazie alla fede». Le dimissioni il giorno di giovedì santo

C’erano stati solo pochissimi casi o a Milano quando Monsignor Marino Mosconi, 55 anni, membro del consiglio episcopale della curia di Milano, vicario parrocchiale al Buon pastore, e assistente ecclesiastico di un gruppo scout, ha avvertito i primi sintomi. Febbre che calava con la tachipirina e poi tornava. Poi ha cominciato a perdere la sensazione del gusto e ha capito che non era una semplice influenza. Ha contattato i numeri preposti chiedendo di fare un tampone ma gli hanno detto che non c’erano le condizioni. Quando ha avvertito difficoltà nella respirazione ha telefonato al medico di base che dopo averlo auscultato ha subito chiamato il 118. Il tampone è stato immediato ed è arrivata la conferma della diagnosi: Covid. «All’inizio al Policlinico mi hanno messo il casco, ma vedevo intorno a me i medici che scuotevano la testa. Non andava per niente bene e hanno deciso di sedarmi e intubarmi. Sono stato incosciente per due settimane durante le quali io ho vissuto come una sorta di sogno in cui però vedevo quello che accadeva, e le persone che intorno a me morivano. Dentro di me però mi sentivo sereno, mi affidavo a Dio e sentivo il sostegno della preghiera». Don Marino, come da tutti è conosciuto, è una figura molto amata dai tanti ragazzi scout che segue dal 1990, dagli studenti della facoltà teologica di Milano e la facoltà di diritto canonico di Venezia in cui insegna, e dai parrocchiani. Ed è partita una catena di preghiere, mentre tutti si informavano sulla sua salute, sconcertati che quel prete così gioviale e umano, giovane e senza nessuna malattia, fosse sul crinale tra la vita e la morte. Quando è uscito dalla sedazione ha trascorso altre due settimane in ospedale prima in terapia intensiva e poi in terapia semintensiva. Giudicato clinicamente guarito (oltre alla polmonite ha avuto anche un’embolia polmonare) è stato dimesso e ora trascorre da solo la sua quarantena a casa. «È una fortuna che io viva solo. In questi giorni vedo da distanza solo mio fratello che mi porta qualche volta la spesa o saluto qualcuno dal balcone. Sono ancora molto debole, salire una rampa di scale mi fa venire il fiatone, ho difficoltà a dormire e devo farmi due punture di eparina al giorno per prevenire il formarsi di trombi.  Tamponi di controllo ancora non ne ho fatti, ma dovrò recarmi io all’ospedale quando arriverà il momento perché a casa non vengono e la cosa mi sembra assurda».  Di come abbia contratto il virus non ne ha proprio idea: «In quei gironi non c’erano restrizioni, andavo quotidianamente in curia, celebravo Messa in parrocchia, prendevo la metro. Mi limitavo, come avevano suggerito, a usare un gel antisettico per le mani. Una volta dimesso mi hanno chiesto con chi avessi avuto dei contatti, alcuni miei conoscenti si erano già autodenunciati. La curia invece ha agito subito con criterio, chiudendo gli uffici, e riuscendo a far sottoporre a tampone i miei collaboratori. Ora ho ripreso a lavorare via skype e mi auguro che ci possa essere presto una riapertura parziale degli uffici., c’è tanto da fare. Perché ha colpito proprio me non lo so: all’inizio dicevano che era poco più di un’influenza, che colpiva soprattutto le persone molto anziane e malate. Ma io non rientravo in nessuna delle categorie a rischio, avevo fatto esami medici da poco e avevo un fisico perfetto».
Durante la degenza in ospedale una volta tornato cosciente ha potuto seguire le messe in tv, e il cappellano dell’ospedale gli faceva arrivare messaggi di conforto spirituale via whatsapp. «A un certo punto sono approdato in una camera dove c’era una paziente  che mi ha avvisato di essere una suora. Al che, dopo avergli confidato che io ero un prete, ci siamo fatti una risata per la straordinaria coincidenza. È stato molto di conforto per me, abbiamo pregato tanto insieme». Le dimissioni sono arrivate in un giorno molto significativo: il Giovedì santo. E ieri è arrivato un bel tributo da parte dei ragazzi del reparto scout: un video con i messaggi affettuosi di pronta guarigione che ognuno ha registrato a casa propria»
 

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