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«Liberate Mosul, più si ritarda e peggio è per noi cristiani»

30/01/2017  «La nostra sopravvivenza, qui, dipende dall’appoggio degli altri cristiani nel mondo. Per questo bisogna sollevare l’attenzione, raccontare cosa sta succedendo, far conoscere le storie, far capire in che condizioni siamo», dice monsignor Bashar Warda, vescovo caldeo di Erbil in questi giorni in Italia.

Erbil, Iraq

Dalla nostra inviata

«La sopravvivenza dei cristiani qui dipende dall’appoggio degli altri cristiani nel mondo. Per questo bisogna sollevare l’attenzione, raccontare cosa sta succedendo, far conoscere le storie, far capire in che condizioni siamo». Monsignor Bashar Warda, seduto in uno dei banchi della sua cattedrale a Erbil, racconta dei profughi che lui ha accolto nei giardini e in chiesa e che sta continuando a sostenere dall’agosto 2014 quando l’Isis ha spazzato via la presenza cristiana dalla piana di Ninive. Vescovo caldeo di Erbil, si è fatto carico dei 125mila cristiani fuggiti dalla furia Daesh e di quelli che ancora stanno arrivando fuggendo da Mosul. In questi giorni in Italia ripete il suo grazie all’Aiuto alla Chiesa che soffre, alla Conferenza episcopale italiana, alla Caritas, alla diaspora caldea nel mondo e a tutti coloro che lo hanno aiutato «a costruire scuole e chiese, a sostenere l’educazione e la sanità, ad alimentare la speranza».

Monsignor Warda qual è la speranza dei cristiani?

«La speranza è che si liberi al più presto Mosul. Questo potrà consentire di mettere in sicurezza la piana di Ninive per permettere i cristiani di ricostruire e tornare nelle loro case e nei loro villaggi. Senza la liberazione di Mosul sarà difficilissimo per i cristiani tornare indietro. I villaggi sono distrutti e la presenza di Daesh così vicina non incoraggia un rientro. Per questo la cosa più importante è la liberazione di Mosul. La seconda cosa è trovare il modo di ricostruire i villaggi, le infrastrutture, di riavviare uno sviluppo. I tempi sono contro di noi, purtroppo. Più si ritarda questa operazione e più sarà peggio per i cristiani. Molti stanno perdendo la speranza di tornare a casa e stanno andando via dal Paese. In tanti hanno potuto iniziare qualche attività a Erbil e a Dohuc e stanno ricominciando a vivere e sarà più difficile sradicarsi di nuovo. Noi diciamo: più velocemente si ritorna nei villaggi e meglio sarà. La terza cosa è che finiscano le controversie politiche in Iraq. La disputa politica purtroppo non è ancora conclusa e se non sarà risolta presto la crisi continuerà e, anzi, potrà inasprirsi».

Cosa può fare la comunità internazionale?

«La cosa più importante che può fare e a livello politico è la pressione sul Governo iracheno. Questa pressione serve per risolvere i  problemi interni e i contrasti politici. E poi bisogna convincere il Governo centrale a considerare le minoranze: i cristiani, gli yazidi e le altre minoranze anche più piccole. Tutti sanno che questo può succedere solo se Daesh sarà sconfitto. Speriamo che la comunità internazionale aiuti in questa sconfitta e che poi dia una mano anche per la ricostruzione».

Dopo quello che è successo sarà possibile un dialogo tra cristiani e musulmani?

«Più che un dialogo interreligioso può esserci un dialogo della vita. Noi siamo partecipi delle loro situazioni, nel bene e nel male. Abbiamo mandato pacchi di cibo ai musulmani fuggiti da Daesh, abbiamo organizzato la raccolta di abiti per loro, aiutiamo le famiglie dei peshmerga. Ripeto è un dialogo della vita. Sedersi assieme a discutere della Trinità credo che sia difficile, ma aprire, come stiamo facendo, le scuole a tutti in modo che possano ricevere un’istruzione, vivere insieme parlando di tolleranza questo è possibile e si sta facendo».

Come è stato possibile arrivare a un odio come quello di Daesh?

«L’odio era là, era nascosto, le circostanze hanno aiutato a farlo venire fuori. Questo odio covava da 1.400 anni. E piano piano è venuto fuori, si è cominciato a pensare che era un privilegio per i cristiani vivere lì. I nostri anziani, la nostra storia, invece, ci avevano insegnato che era possibile vivere insieme. Ci siamo resi conto ora che in uno Stato che ha la sharia non è possibile parlare di democrazia, di tolleranza e bisogna capire queste cose e imparare a non ripetere gli errori. Daesh non contempla il dialogo e con loro non abbiamo alcun rapporto. Ma continuiamo a essere aperti come siamo sempre stati e i musulmani che ci conoscono ci capiscono e ci apprezzano. L’antidoto all’odio è il dialogo della vita».

Fa parte di questo dialogo della vita, in senso generale, anche la colletta che avete fatto per i terremotati italiani?

«Sì, questo è il nostro senso della fraternità. Nonostante le difficoltà abbiamo fatto lo stesso anche per le catastrofi nelle Filippine, in Haiti… Noi abbiamo chiesto soldi per chi era in difficoltà, per le varie campagne in difesa delle popolazioni di tutto il mondo e la gente ha risposto generosamente nonostante la crisi economica e la nostra situazione interna. Per quanto riguarda l’Italia poi le persone sono state particolarmente generose perché gli italiani pregano per noi, ci hanno sempre sostenuti. Quello che abbiamo fatto per voi e poco perché voi ci avete sempre aiutati in ogni modo anche facendo conoscere la nostra situazione. Noi anche abbiamo pregato molto per voi e continuiamo a farlo, ma la preghiera deve passare per il cuore, per la testa e anche per il portafoglio. Tutto questo ci fa sentire in una grande famiglia. E non solo come cristiani, ma come fratelli e sorelle senza distinzioni di credo religioso».

C'è un augurio che vuole fare per questo anno?

«Voglio ringraziare e benedire anche i vostri lettori perché so che hanno contribuito anche economicamente. E voglio chiedere di continuare a pregare per la pace dell’Iraq e della Siria e  perché in questo Paese continui la presenza cristiana e la missione di questa comunità di presentare Cristo. Io credo che la risposta a questa violenza e a questa guerra è presentare Gesù Cristo. Noi dobbiamo rimanere qui per continuare a donare Cristo al mondo».

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