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Mons. Zaki: noi, cattolici in Egitto

25/01/2013  La Primavera araba, il ruolo dei cattolici, i giovani di piazza Tahrir, i Fratelli Musulmani: parla monsignor Adel Zaki.

Monsignor Adel Zaki (foto G. Musso).
Monsignor Adel Zaki (foto G. Musso).

Cairo - Quando suono al campanello della residenza episcopale nel quartiere, monsignor Adel Zaki mi viene incontro personalmente. Inizialmente penso ad un segno di particolare riguardo nei confronti di un ospite straniero, poi noto che non ha un segretario. La tonaca lisa e ingrigita di chi non passa molto tempo sulla poltrona, questo francescano di 65 anni è figlio – e dal 2009 guida – di una Chiesa che ha profonde radici in questo Paese, ma che oggi è “una minoranza nella minoranza”. Pacato, risoluto e orgogliosamente egiziano, mons. Zaki guarda agli sconvolgimenti in atto nel suo Paese con apprensione, ma anche con lo sguardo lungo di chi scorge nel presente i segni di un tempo nuovo.  

- Per iniziare, Le chiederei di farmi un breve quadro della comunità cattolica e più in generale della presenza cristiana in Egitto.  

"La comunità cattolica qui in Egitto è composta da sette riti, quella copta cattolica è la più numerosa, poi vengono quelle melchita, latina, siriaca, caldea, armena e infine quella greco cattolica. I cattolici a livello di statistiche sono una minoranza nella minoranza, un piccolo gregge, un quarto di milione, ma la loro importanza non sta nel numero quanto nell’efficacia della loro presenza in questa terra d'Egitto. Tramite le scuole, la promozione umana, dispensari, orfanotrofi, vi è una presenza efficace e forte, che incide sulla vita della popolazione. Queste attività sono aperte a tutti, senza distinzioni, a cristiani e musulmani. Questa presenza è numericamente esigua ma è come il lievito nella pasta, come dice il Vangelo, è il granellino di senape".  

- La presenza cattolica in Egitto è strettamente legata a Francesco d’Assisi, che nel 1219 si recò a Damietta per il suo celebre incontro con il sultano Malek el-Kamel. Era il tempo delle crociate, e in un certo senso Francesco fu un pioniere del dialogo. Oggi si parla molto di dialogo. Ma cosa significa dialogo qui in Egitto, nel tempo dello “scontro di civiltà”?  

"Davvero Francesco è stato, se così possiamo dire, un profeta del dialogo. Il dialogo è nato sul rispetto dell'altro, delle sue credenze, abitudini, sul rispetto dell'uomo. Oggi in Egitto è molto difficile il dialogo a livello intellettuale, si coltiva piuttosto il dialogo della vita. Noi viviamo gomito a gomito ogni giorno con i musulmani, è un dialogo fatto di esempio, di condivisione, di piena solidarietà in tutte le circostanze, sia quelle gioiose che quelle sofferte. In questo sta la preziosità della nostra presenza. La presenza di per sé, anche senza parlare, senza proclamare, diffondere il Vangelo è di per sé un apostolato prezioso. Si cerca sempre, come ci ha detto Francesco, di rendere ragione della nostra fede quando ci viene domandato. Si proclama il Vangelo nel silenzio perché non c’è la possibilità di proclamarlo apertamente, ma questa nostra presenza, pur essendo silenziosa, ha i suoi effetti e la sua importanza".  

- All’indomani della settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, come si sente la mancanza di unità in un contesto in cui si è minoranza?  

"Nell'unità c'è la forza, e noi sperimentiamo davvero che in questa situazione noi non diamo la testimonianza dovuta dal cristianesimo. Però ci sono delle buone speranze con il nuovo papa copto, Tawadros II. In varie circostanze ha già manifestato un atteggiamento aperto, nel linguaggio e con gesti concreti, ad esempio inviando una delegazione copta in ogni chiesa cattolica in occasione del Natale. E noi abbiamo partecipato alla sua intronizzazione e alle loro festività natalizie. Ma ciò che è più importante è che il 18 febbraio proclamerà la fondazione di un consiglio che riunirà permanentemente le cinque famiglie cristiane – cattolici, ortodossi, protestanti, anglicani e melchiti ortodossi – per arrivare ad avere una sola voce a nome di tutte le chiese. Abbiamo grandi speranze su questo Papa".  

- Quest'anno ricordiamo i 50 anni dall'apertura del concilio Vaticano II, che portò ad una riscoperta da delle chiese orientali. Che cosa rimane e che cosa resta da attuare di questa eredità?  

"Si è data una riscoperta dei documenti del Concilio, non solo per quanto concerne la dottrina del Concilio sui riti orientali, ma riguardo all'ecumenismo e al dialogo con le altre religioni. Questo tempo ha risvegliato e messo in risalto la volontà ferma di camminare insieme e di fare passi concreti di unità tra le chiese. Facilmente qui in Egitto si tende al ripiegamento, questo è stato per noi un motivo per riaprirci. Non ripiegarsi ma aprirsi di più".  

- Una realtà di cui si sente parlare molto spesso è quella dell'emigrazione dei cristiani dalle terre a maggioranza musulmana. Qual è l'entità del fenomeno qui in Egitto, quali fasce della popolazione tocca?  

"Questo tema è fonte di grande sofferenza, perché il posto lasciato dai nostri fedeli lascia un vuoto incolmabile. Paradossalmente quelli che ogni giorno soffrono e si affaticano continuano a rimanere, mentre quelli più agiati, quelli che dispongono di un livello culturale più elevato, emigrano perché vedono che la situazione sta peggiorando. E siccome vogliono garantire il benessere per il futuro dei loro figli, lasciano il Paese. Dalla rivoluzione del 25 gennaio 2011, più di 150.000 famiglie sono emigrate. Questa è una perdita continua di forze, persone, testimoni".  

- Inizialmente la rivoluzione fu un momento di grande ottimismo, di grandi aspettative. Adesso è arrivata la disillusione, o in fondo ci si poteva aspettare che ci fossero molte difficoltà? In fondo, la transizione alla democrazia non mai è un processo facile, e sono trascorsi solo due anni dalla rivoluzione di Piazza Tahrir.  

- Certo questo è vero, ma posso dire che la rivoluzione è stata rubata dalle mani dei giovani, da cui era partita. Gli islamisti hanno saputo cogliere l’occasione, e sono arrivati al governo. Non potevano nemmeno sognarlo, dopo essere stati perseguitati per ottant'anni, aver sofferto discriminazioni, violenze, sofferenze... e all'improvviso dalla prigione sono passati al palazzo! Oggi molta gente è disillusa nei loro confronti, molti si sono accorti che c’è una bella differenza tra gli slogan e la realtà. Io penso che bisogna separare la religione dalla politica, perché in nome di Dio e della difesa dei diritti di Dio, c’è sempre il rischio di colpire l'uomo e i suoi diritti".  

- Quali sono le cose che la spaventano di più della Costituzione che è stata appena approvata? 

"Mi spaventa la mancanza di un’affermazione chiara dei diritti dei cristiani, delle minoranze, dei diritti del bambino, della donna, della famiglia, degli operai... Poi vi sono poi molti articoli vaghi, che possono diventare pericolosi se interpretati secondo una filosofia estremista. Noi ci sentiamo egiziani prima di tutto, non ci si può discriminare in base alla religione, mentre così la Costituzione sembra tagliata su misura per un islamista, escludendo gli altri cittadini".  

- Come giudica le divisioni all'interno del fronte liberale dell'opposizione?  

"I liberali, se arrivassero ad unire le forze, potrebbero fare tante belle cose, ma per protagonismo i candidati hanno rifiutato di unirsi e abbiamo visto il risultato. Questa lezione non è stata ancora recepita, rimangono ancora molte divisioni, ma se un giorno arriveranno mettersi d'accordo sarà una corrente che potrà dire molto. E tenga presente che il fronte islamista non è compatto. I Fratelli Musulmani lo sono al loro interno, ma c’è una grande rivalità con i salafiti".  

- Come giudica l’atteggiamento dell'Europa e degli Stati Uniti?  

"Gli Stati Uniti fanno sempre il proprio interesse, non hanno mai fatto l'interesse del Paese. L'importante per gli Stati Uniti è la pace con Israele, interessa poco chi è al governo è come vanno le cose. Interessa chi garantisce la pace con Israele. Per questo hanno incoraggiato molto i Fratelli Musulmani. L'Europa poteva giocare un ruolo più efficace, ma ha fatto poco, e ormai noi qui non ci aspettiamo molto. I problemi, se non vengono risolti all'interno non saranno mai risolti. Noi però viviamo di fede e di speranza, e sappiamo che la fede non è quando le cose vanno bene, ma è nell'impossibile che Dio opera. E abbiamo questa fiducia in lui, che ci ha detto: “Non temete piccolo gregge”. Noi abbiamo questa speranza. Questa terra è stata benedetta dal Signore, e sappiamo ciò che dice il profeta Isaia, "dall'Egitto ho chiamato il mio figlio". L'Egitto ospitò Abramo, Geremia e tanti altri uomini della Bibbia. Io so che il popolo egiziano è stato benedetto da Dio, la Sacra Famiglia è stata qui in Egitto, e penso che il Signore rifugiandosi qui in Egitto si sia riconciliato con il popolo egiziano dopo quello che aveva fatto al tempo del Faraone, quando lo annegò con le sue truppe nel mar Rosso. E poi, se fino ad ora questo cristianesimo continua a vivere, è merito del monachesimo, che ha saputo difendere la fede. Lei vede che in Marocco, in Tunisia, in Algeria non ci sono più cristiani autoctoni, nonostante questi Paesi abbiano dato dei Padri alla Chiesa. Qui, il cristianesimo resiste e domanda al Signore di dargli forza e coraggio, per questa testimonianza di fede e di speranza".  

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