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Montezemolo: perché l'Italia è ai box

02/11/2011  Parla il presidente della Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo: le aziende, l'Italia, la crisi e le ricette per uscirne.

Nel quartier generale Ferrari, a Maranello, la chiacchierata sul futuro dell’Italia con il presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo parte da Mario Draghi. L’amicizia con “Mario”, come chiama familiarmente il neo governatoredella Bce, data dagli anni Sessanta, dai tempi della comune frequentazione del liceo romano dei gesuiti Massimiliano Massimo.

     Montezemolo lo considera una garanzia per il futuro dell’Italia. «Draghi è un esponente di una classe dirigente italiana seria, apprezzata nel mondo e in Europa. È simbolo di impegno, prestigio. Ma, soprattutto, conosce i problemi del Paese».

     La conversazione si sposta poi sul mito di Enzo Ferrari, suo grande maestro: «Da lui ho imparato a guardare avanti e a non arrendermi mai». La mattinata è prodiga di sorprese, perchéa un certo punto si affaccia nell’ufficio del quartier generale di Maranello Niki Lauda, venuto a parlare con il regista Ron Howard del film che vuole girare sul mito vivente dell’automobilismo. Lauda è di buon umore, scherza con le segretarie: «Where’s my office?», dov’è il mio ufficio? Montezemolo e Lauda ricordano la grande vittoria dell’8 settembre 1975. Per il presidente del Cavallino Rampante, allora 24enne direttore della squadra corse, «è stato uno dei più bei giorni della mia vita dopo la nascita dei miei figli». Poi rivolto a Lauda: «Vai a farti un giro inpista con la nuova FF, ci vediamo dopo».

     Tra pochi mesi per Montezemolo saranno 20 anni alla guida della Ferrari. «Sento la responsabilità e l’orgoglio, oltre che di assicurare un futuro a tremila famiglie, di gestire una delle bandiere dell’Italia. Arrivai nel 1991. Era durissima. Nel 1993 ci fu una crisi devastante dell’auto. Dipendevamo dal mercato americano e tedesco. Oggi abbiamo decuplicato il fatturato e siamo presenti in 58 Paesi del mondo. La Cina è il nostro secondo acquirente. Siamo un’impresa globale, ma abbiamo mantenuto i contatti con la nostra storia e ilnostro territorio».

– A proposito. È vero che conobbe Ferrari grazie alla radio o fa parte della leggenda?

     «Certo che è vero. Abbiamo commissionato una statua di cera del Drake per il Museo Ferrari, al suo tavolo con l’inseparabile radio. È stato grazie a quella radio che cominciò tutto. Mi ascoltò mentre, giovane pilota di rally invitato da Boncompagni e Moccagatta, difendevo con fervore il mito del Cavallino al programma Chiamate Roma 3131. Chiamò in diretta. Mi volle conoscere, e andai atrovarlo per le feste di Natale del 1972, mentre ancora studiavo alla Columbia University. Mi propose un posto da assistente, poi di direttore sportivo. Terminata l’università feci un volo non stop New York-Maranello».

– Che direbbe il Drake dell’Italia di oggi?

     «Ferrari era già molto tranchant allora sullasituazione italiana. Credo che oggi farebbe sostanzialmente tre considerazioni. Primo: abbiamo una politica debolissima, ma invasiva. Lo Stato ha permeato tutta la società. Secondo: malgrado questa ipertrofia statale, siamo troppo lontani dai veri problemi».

– La terza considerazione?

     «Ferrari sarebbe molto preoccupato per un Paese che non guarda al futuro. Tra l’altro era un antesignano nel puntare sui giovani. Ma in Italia è tutto bloccato: non c’è mobilità sociale. Il 35% dei figli degli operai muore con un reddito da operaio. Questo non deve accadere, è intollerabile. Quello di costruire un avvenire per i giovani è uno degli scopi dell’associazione Italia futura, di cui sono presidente».

– Tutti si chiedono se scenderà in campo.

     «Ed è sbagliato porre la questione del singolo. Personalmente non ho mai creduto agli one man show. In tutta la mia vita professionale ho privilegiato la squadra. Chi deve scendere in campo è l’Italia. Dobbiamo ridare una casa alle tante e grandi eccellenze del Paese. Sono loro che devono iniziare a dialogare in modo paritetico con la parte sana della politica. Voglio contribuire a far emergere eccellenze piene di giovani destinate a guidare il futuro del Paese. In Italia qualunque movimento deve partire dal basso e non dall’alto».

– Lei dice che siamo sul ciglio del burrone.

     «Dobbiamo chiederci dove saremo neiprossimi cinque anni. Le non scelte degli ultimi vent’anni le pagheremo domani se nonprendiamo la strada giusta e avviamo un piano di riforme urgentissimo e coraggioso. Le aziende italiane non stanno andando male. La crisi ha operato una selezione, le ha rafforzate. Il problema sono le famiglie, il lavoro, i giovani.Sento parlare da grandi demagoghi di precariato. Ma di proposte serie non ne ho viste».

– Cosa pensa dei cosiddetti indignados?

     «Lo dicevo da giorni, ben prima della follia violenta di Roma, che dobbiamo guardarecon attenzione alle istanze di questi ragazzi. Quelli che sono scesi in piazza pacificamente, non certo i teppisti che hanno devastatola capitale. Rischiamo di lasciare alle nuove generazioni un fardello troppo pesante. Questo Paese va ricostruito, non solo economicamente, ma anche eticamente e moralmente. Dobbiamo mettere mano a idee e proposte».

– La sua ricetta?

     «Tagliare il debito pubblico con provvedimentie qui. Parlavo di patrimoniale per ricchi già ad agosto, oggi ne parlano tutti. Lo Stato deve ridurre la spesa pubblica compresi i privilegi e i costi della politica assumendosi l’80% del risanamento, solo dopo chiedere agli italiani di provvedere al restante 20%, cominciando da chi è più ricco. La macchina amministrativa è lenta, costosa. Bisogna attuare un piano di dismissioni: caserme, edifici, palazzi. La politica fiscale penalizza famiglie e imprese. Lo Stato anziché investire in scuola, welfare, giustizia, continua a difendere i monopoli, alla faccia delle liberalizzazioni. Ma c’è un problema di fondo».

– E quale?

     «Il Paese ha una cultura troppo lontana dal bene comune. Lontana come la politica. Sono asserragliati in due chilometri quadrati nel centro di Roma e non ascoltano le urla che vengono da fuori. Si sta chiudendo un’epoca, quella della Seconda Repubblica. Che è stata un vero fallimento: guardiamo al reddito pro capite, al divario tra Nord e Sud. Mio padre mi ha sempre detto che l’esempio deve venire dall’alto. Abbiamo bisogno di leader forti, autorevoli, come è avvenuto nel dopoguerra, che sappiano dire la verità agli italiani sulla situazione e che mettano da parte gli interessi di bottega e diano segnali di credibilità all’estero. Dobbiamo puntare alla crescita ma anche alla solidarietà. Ma ce la possiamo fare».

 
 
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