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lunedì 15 aprile 2024
 
immigrazione
 

Morcone: ecco come si può gestire l'emergenza profughi

28/09/2015  "Non c'è nessuna invasione", spiega il prefetto chiamato a gestire l'emergenza, "ma solo disinformazione: basterebbe accogliere due rifugiati ogni mille abitanti e il problema sarebbe risolto". Ma solo poco più di 400 Comuni su 8 mila li vuole.

«Basterebbe collocare due profughi ogni mille abitanti e il problema dell’accoglienza sarebbe risolto anche a fronte di nuovi arrivi: avremmo 120mila posti, rispetto agli attuali 100mila». A dirlo è il prefetto Mario Morcone, capo del Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione, l’uomo che per il ministero dell’Interno distribuisce i profughi, talvolta litigando, tra le Regioni italiane. Il prefetto interviene ad una lezione del master in Competenze Interculturali dell’Università Cattolica di Milano: «Su 8.100 comuni italiani, poco più di 450 accolgono all’interno dello Sprar. Alla faccia dell’equa distribuzione». I numeri sono gestibili: «Se per esempio ciascuna delle 27 mila parrocchie italiane ospitasse 4 profughi, avremmo ulteriori 120mila posti». E infatti il Governo sta discutendo un accordo con la Conferenza episcopale per finanziare questo tipo di accoglienze, ovviamente in cambio di precisi standard: «Speriamo di firmarlo – annuncia il prefetto – già entro fine settembre, dovrebbe essere approvato dal Consiglio generale della Cei della prossima settimana».

Morcone continua: «Non c’è nessuna invasione, né “sostituzione di popoli”, ma un fenomeno che va gestito. Anche i costi non sono eccessivi rispetto ad altre materie: per tutta l’accoglienza abbiamo speso 635 milioni nel 2014 e prevediamo un miliardo per il 2015». Significa per ogni italiano meno di 11 euro l’anno scorso, meno di 17 nell’attuale. Recentemente la Regione Lombardia ha approvato delle misure per punire gli albergatori che, rispondendo ai bandi del Ministero, ospitano i profughi. «La norma – dice il prefetto – è del tutto incostituzionale, vedremo se verrà veramente messa in pratica. Molto è palcoscenico, fatto però sulla pelle delle persone. Ricorda l’allarme lanciato quando dovevamo essere contagiati dall’ebola in arrivo con i barconi. Tutto falso: non c’è un dato che leghi gli arrivi dei profughi con la crescita di reati o di problemi sanitari».

Aggiunge Milena Santerini (Democrazia Solidale), docente della Cattolica e deputata che presiede la No Hate Alliance del Consiglio d’Europa: «Le misure della Lombardia sono strumentali, fatte contro l’interesse del territorio. Abbiamo giustamente chiesto e ottenuto la cooperazione tra gli Stati europei e l’equa ridistribuzione in sede europea, così dobbiamo realizzare un’accoglienza diffusa su tutto il territorio italiano. Molti comuni, associazioni, alberghi stanno dando non solo alloggio, ma anche orientamento e formazione. Dobbiamo continuare su questa strada, potenziando il sistema Sprar (il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati ndr)». È la direzione che conferma Morcone, a nome del Viminale. Basta grandi centri (anche da 3.000 posti), come quelli realizzati dalla Lega Nord quando Maroni guidava il Ministero dell’Interno, e sempre meno “misure d’emergenza”, che hanno reso possibile Mafia Capitale. «Accoglienze più piccole – dice il prefetto – all’interno del Sistema di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), fatte in collaborazione con i Comuni».

Il progetto è ambizioso e guarda sul lungo periodo: «Meno soluzioni emergenziali, meno Protezione civile e più percorsi di integrazione. Nel 2012 i posti dello Sprar erano 3.000, oggi siamo a 21.817. Proprio perché il numero era troppo basso, abbiamo aperto centri di accoglienza temporanea che però garantiscono una minore integrazione. L’obiettivo è quindi di arrivare presto a 40mila posti Sprar: per 10mila la Corte dei conti sta già registrando il decreto. Con questo bando le spese dell’accoglienza sono per il 95% statali e il 5% a carico dell’ente locale, mentre nei precedenti lo Stato copriva solo l’80%». A quel punto bisognerà vedere quali Comuni parteciperanno: «Può essere un’occasione per gli enti locali: i soldi mandati da Roma, se spesi bene, si possono tradurre in nuovi posti di lavoro per il territorio e maggiore welfare. Se un Comune lo assume per seguire i richiedenti asilo, un assistente sociale potrà aiutare anche gli altri abitanti. Penso ad alcuni Comuni svuotati, abitati solo da anziani: è una grande opportunità». «Certo – precisa – i profughi non vanno parcheggiati in posti sperduti, la qualità dell’accoglienza va monitorata».

Lingua italiana e avviamento al lavoro sono la chiave. Morcone fa quindi il punto sull’accordo raggiunto a Bruxelles tra gli Stati europei: «È basato su tre pilastri: gli hotspot, la relocation e il rimpatrio forzato». Gli hotspot indicano una modalità organizzativa: «Non saranno costruiti nuovi centri, né ci saranno costi aggiuntivi. Dopo lo sbarco, lo screening sanitario e l’assistenza legale, i profughi saranno identificati con precisione». Vuol dire il fotosegnalamento e l’inserimento delle impronte digitali nel database Eurodac, che, per l’Accordo di Dublino, renderà poi difficile presentare l’asilo politico in un altro Stato europeo. «Crediamo – dice Morcone – che l’opposizione dei profughi a quest’operazione sarà minore informandoli della possibilità del ricollocamento». Dovrebbero essere 40mila i profughi siriani ed eritrei che dall’Italia saranno trasferiti negli Stati europei che hanno accettato l’accordo di Bruxelles. Poi c’è il capitolo dei rimpatri forzati di chi non ha diritto alla protezione internazionale: «Si possono fare – dice Morcone – con i Paesi che hanno firmato un accordo con l’Italia. Gli Stati accettano di sottoscriverli in cambio di aiuti allo sviluppo, quello con la Tunisia è costato 130 milioni di euro. Per esempio con il Senegal non lo abbiamo e quindi non possiamo rimpatriare i senegalesi. Il Governo sta giustamente chiedendo che questi patti bilaterali con i paesi di origine non vengono discussi dall’Italia da sola, ma a livello di Ue».

Tuttavia, Morcone ci tiene a una precisione: «Siriani ed eritrei possono avere procedure più veloci per le condizioni dei aesi da cui fuggono, ma è una stupidaggine dire che tutti gli altri non abbiano diritto all’asilo. Vanno ascoltate e valutate le singole storie, basta pensare a un cristiano iracheno in fuga dall’Isis o a un nigeriano da Boko Haram». E il prefetto finisce con citare un illustre milanese d’adozione, Carlo Maria Martini: «Nel discorso al Comune del 2002 disse: “La storia insegna che quasi mai è stato il pane ad andare verso i poveri, ma i poveri ad andare dove c’è il pane. Scegliersi l’ospite è un avvilire l’ospitalità”». In quelle stesse parole alla città, Morcone ritrova l’invito a passare dalla perenne emergenza all’equa distribuzione all’interno dello Sprar. Scriveva il cardinale 13 anni fa: «L’accoglienza, come categoria generale, non è per la milanesità solo un affare di buon cuore e di buon sentimento, ma uno stile organizzato di integrazione che rifugge dalla miscela di principi retorici e di accomodamenti furbi, e si alimenta soprattutto ad una testimonianza fattiva».

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