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giovedì 11 agosto 2022
 
 

Quando il calcio si ferma...

14/04/2012  Il commento di Gian Paolo Ormezzano allo stop ai campionati di calcio: perché non sono d'accordo.

E’ molto difficile scrivere, in prima persona che a molti parrà sin troppo singolare, di non essere d’accordo con la decisione della Federazione calcistica di sospendere tutti i campionati, con effetto immediato (niente anticipo fra Milan e Genoa già alle 18 del sabato), per la morte in campo di Piermario Morosini, neanche 26 anni, calciatore del Livorno. Però sento di doverlo scrivere, e provo a spiegare, vincendo la commozione, autentica in chi allo sport ha dato una vita di lavoro, e bypassando professionalmente l’emozione, come in tante altre volte il giornalista ha dovuto fare e ha fatto.


Non d’accordo perché si blocca tanta attività che poteva invece essere indirizzata a commemorare degnamente il povero ragazzo (fra l’altro “massacrato” dalla vita: persi presto i due genitori, unico legame quello con una sorella handicappata, dopo il suicidio di un fratello anch’egli disabile). Siamo certi che il minuto di silenzio avrebbe avuto una intensissima partecipazione, non siamo certi che, senza questo appuntamento con lo sport tutti noi, atleti compresi o atleti per primi, saremo capaci di degnamente dedicare ricordi e attenzioni alla tragica vicenda, specie dopo aver pagato il “dazio” della sospensione e intanto trovandoci infognati nel giocaccio delle polemiche (soccorsi in ritardo?) e dei sospetti (eccesso di stress?).

Non è questione di riferirci al detto/diktat del mondo dello spettacolo, per cui “the show must go on”: l’evento sportivo non è (ancora) soltanto uno show, anche se c’è la tendenza, proprio in chi comanda con le leggi o i soldi, di farlo tale. Semplicemente l’evento sportivo contiene in  sé le regole o quanto meno le convenzioni rituali per partecipare al dolore e propiziare la meditazione. Siamo certi che i ragazzi che non giocano a calcio per via della sospensione meditino di più che se fossero stati invece coinvolti nella comunione dell’andare avanti tutti insieme, nel nome di Morosini?

Nel 1972 chi era ai Giochi olimpici di Monaco visse sul posto, in poche ore, l’evoluzione mentale dello sport tutto: dal richiesto stop di ogni attività subito dopo il massacro degli atleti israeliani, all’andare avanti per dare il forte messaggio della vita che continua, che non si arrende alla morte, con ai caduti l’omaggio proprio del superamento del momento terribile.

E ci sono anche altre considerazioni: per esempio, se muore in un campetto di un campionato piccolo un ragazzo, si deve fermare tutto? Quale deve essere, per lo stop, il livello della manifestazione? Serie A e serie B vanno bene, la Semipro può bastare? E il campionato Prinavera? E l’attività nazionale degli Allievi e dei Giovanissimi? C’è un limite di notorietà della vittima e del suo mondo, sotto il quale non si può ordinare una sospensione?

E sempre in tema di interrogativi che qualcuno può definire cinici, specie se non sa dare ad essi una risposta: sicuri che nella decisone federale non siano entrate anche considerazioni sull’opportunità di celebrare un lutto così, coralmente e ufficialmente, sperando di portare aiuto alla sacralità dell’evento sportivo, messa ultimamente in discussione da Scommessopoli sempre più inquinante e sconvolgente? E pensando anche a Vigor Vobolenta, il pallavolista azzurro morto di recente in partita, a 38 anni, a Fabrice Muamba centrocampista inglese “resuscitato” dopo 78 ore di vita vegetale per infarto durante il gioco, si medita forse sull’opportunità di un ripensamento senza assilli di partite potenziali pericolosamente, per valutare il tremendismo delle richieste nello sport di vertice e l’approssimazione dei controlli nello sport “piccolo”, e magari anche il pericolo di aggiramento degli eventuali problemi con sistemi che possono celare dei pericoli?

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