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mercoledì 22 maggio 2024
 
I CONTI CON LA STORIA
 

Morto Toni Negri, uno dei simboli dei "cattivi maestri" degli anni di piombo e della dottrina Mitterand

17/12/2023  Leader di Potere operaio e poi di Autonomia Operaia, scontò una condanna definitiva a 12 anni, non rinnegò mai le sue convinzioni sulla violenza politica

Al suo nome è rimasta legata l’espressione “cattivo maestro”, per alcuni un’etichetta per altri simbolo di un’epoca, ma anche di quell’intricato percorso che non sempre si risolve nelle aule di giustizia sul rapporto tra azioni terroristiche e teorizzazione della violenza politica.

E anche adesso che Toni Negri è morto a 90 anni a Parigi, i ricordi si polarizzano replicando all’infinito l’atavica difficoltà dell’Italia a fare i conti con le stagioni passate e riconsiderarle con il distacco che si deve alla storia. Nato a Padova, studioso di Baruch Spinoza, aveva avuto una formazione cattolica, dopo aveva aderito al partito socialista per poi diventare leader di Potere operaio e poi di Autonomia Operaia, in quel contesto nel 1979 era stato arrestato con l’accusa di soffiare sul fuoco fisicamente acceso dai terroristi.

Davanti alla corte d’Assise di Roma nel 1983 rivendicò in qualche modo quell’etichetta, pronunciando la propria memoria difensiva: «Mi accusate di essere un “cattivo maestro” e certo, dal vostro punto di vista avete ragione: ho insegnato che la rivoluzione non solo è possibile ma è necessaria, quando le coscienze si siano trasformate».

A quell’epoca Negri era un professore carismatico all’università di Padova, un intellettuale competente e potenzialmente seducente. Il movimento degli autonomi era nato nel contesto borghese di una città conservatrice, conformista, legata a grandi famiglie imprenditoriali e commerciali, con Toni Negri e altri docenti che si dicevano «ideologi» del movimento, che si definivano ispiratori, i filosofi di un nuovo corso che portava in piazza anime diverse: studenti dialoganti e altri invece duri e puri che aggredivano docenti, occupavano le università, lanciavano bottiglie molotov.

Erano i primi anni Settanta, e quando la faglia si allargò e finì a coincidere con azioni che colpivano obiettivi sensibili, nacquero le prime inchieste della magistratura, prima fra tutte a Padova quella di Pietro Calogero che il 7 aprile del 1979 portò all’arresto di Toni Negri tra gli altri. Nel ricostruire quell’humus l’Ansa riporta una delle rare dichiarazioni del procuratore Calogero: «Avevano detto che cercai di dimostrare che l'Autonomia Operaia Organizzata e le Brigate Rosse erano la stessa cosa. Io non l'ho mai detto, né pensato. Ho cercato di provare che tra queste due organizzazioni vi era un progetto strategico comune». Ma «L'inchiesta padovana», chiosa l’agenzia, «seguì tuttavia anche l'ipotesi di un coinvolgimento diretto dell'Autonomia nelle azioni terroristiche firmate Br, in particolare il delitto Moro». Quelle accuse caddero, in particolare quella che attribuiva a Negri telefonate che si rivelarono di Mario Moretti.

Alla fine a carico di Toni Negri restò una condanna definitiva a 12 anni di reclusione per partecipazione ad associazione sovversiva, partecipazione a banda armata e concorso morale in una rapina in banca ad Argelato, in cui morì un carabiniere, cadde, invece, l’accusa di insurrezione armata. Nel 1983 Negri fuggì in Francia in attesa dell’autorizzazione al nuovo arresto, approfittando della libertà che gli era stata garantita dall'elezione in Parlamento nelle liste dei Radicali. Proprio quella fuga lo rese uno dei simboli della cosiddetta “dottrina Mitterand”, l’ambigua protezione che la Francia ha concesso negli anni non solo a teorici della violenza politica ma anche a terroristi italiani e fiancheggiatori condannati con sentenze definitive.

Negri restò in Francia 14 anni, rientrò in Italia nel 1997 e, aderendo alla dissociazione scontò la pena fino al termine nel 2003, negando le connessioni con il terrorismo ma non rinnegando mai la propria teorizzazione della violenza politica.

Oggi la memoria si divide, ma quello che inequivocabilmente resta è una stagione che accanto alle idee ha lasciato la drammatica concretezza dei morti per strada, delle ferite che hanno lasciato conseguenze permanenti sui corpi delle persone, degli anni scontati in carcere: una stagione con cui è impossibile fare i conti senza tenerne a mente i nomi, sapendo che anche quello di Toni Negri passerà alla storia per quel magma di pensiero e di violenza teorizzata da alcuni e compiuta da altri, molto più che per il peso accademico dei suoi studi spinoziani.

 
 
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