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venerdì 07 agosto 2020
 
 

Mosè non è Bin Laden

12/08/2011  Discutibile accostamento fra i due personaggi nel "Mosè in Egitto" al Rossini opera festival: la denuncia contro i fondamentalismi forza troppo la realtà storica.

Una scena di "Mosè in Egitto" andato in scena al Rossini opera festival.
Una scena di "Mosè in Egitto" andato in scena al Rossini opera festival.

   Applausi, anzi vere e proprie ovazioni e battimani da far venire giù il teatro, per la parte musicale di Mosè in Egitto, andata in scena ieri sera all'Adriatic Arena di Pesaro. Contestazioni molto vigorose per la regia di Graham Vick, piena di riferimenti al Medio Oriente e alle stragi dei kamikaze, tanto che ad un certo punto è dovuta intervenire anche la polizia in sala, per sedare una vera e propria rivolta da parte di alcuni spettatori. Nella regia di Vick Mosè è un leader carismatico e ambiguo, vestito come Bin Laden con copricapo bianco, barba e mitra in mano e gli ebrei oppressi diventano un concentrato di popoli - dai palestinesi ai ceceni - che non hanno più nulla da perdere, pronti a cedere al fondamentalismo di qualunque tipo. L'attualizzazione dei classici non solo non è vietata, ma può essere anche carica di suggestioni, purché venga fatta in maniera intelligente e rispettando la verità. Un qualsiasi accostamento fra il personaggio biblico e il leader di Al Qaeda è eccessivo e infondato.

    Tutt’altro discorso per la parte artistica-musicale dell'opera, uno dei capolavori scritti da Rossini per Napoli, sia, nel caso specifico, per l’elemento spettacolare. Graham Vick ha cercato di ripetere, senza tuttavia riuscirci, il memorabile successo ottenuto al festival nel 1997 con il Mosè parigino. Musicalmente lo spettacolo non ha risentito delle invenzioni di Vick, trovando in Roberto Abbado e nel Coro del Comunale di Bologna i fedelissimi interpreti delle intenzioni rossiniane. Una particolare lode va ad Alex Esposito, capace di adattarsi con magistrale disinvoltura a una per lui insolita parte seria come il Faraone. La splendida Sonia Ganassi, il bravissimo Osiride di Dmitry Korchak, il più che decoroso Mosè di Riccardo Zanellato, lo svettante Aronne di Yi-Jhe Shy completavano il cast che ha incontrato il plauso calorosamente incondizionato del publico.

   «Sembra che il genio di Rossini si sia per un momento addormentato», scriveva un recensore a proposito di Adelaide di Borgogna, rappresentata per la prima volta a Roma nel 1817. Il 25enne Rossini si trovava in una fase di stanca, accompagnata però (il che non guasta) dai 300 scudi pagati dall’impresario del Teatro Argentina. Ne venne fuori questo “dramma per musica” piuttosto convenzionale, che ha inaugurato il XXXII Rossini opera festival. Le pochissime riprese (l’ultima in Italia a Martina Franca nel 1984) non sono valse a modificare il giudizio iniziale, né le belle pagine che pure vi fanno capolino possono preservare quest’opera da una rinnovata caduta nell’oblio. In ogni caso a Pesaro vanno registrate le eccellenti prove di Jessica Pratt e Daniela Barcellona, la discutibile prestazione del tenore Bogdan Mihai, la corretta direzione di Dmitri Jurowski e lo spettacolo multimediale e stravagante firmato da Pier’Alli.

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