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Forlì sdogana l'arte del Duce

17/06/2013  Con il successo della mostra "Novecento, arte e vita tra le due guerre" Forlì si è liberata dell'eredità di città di Mussolini. La sua urbanistica fascista può diventare una risorsa.

Anche le mostre di primavera quest’anno hanno centrato l’obiettivo. I numeri sono più che positivi,  al di là delle aspettative. 157.000 visitatori per De Nittis, la mostra di Palazzo Zabarella, a Padova,  oltre 95.000 biglietti staccati per  Da Botticelli a Matisse, la mostra di Linea d’Ombra di scena a Verona. Marco Goldin fa sempre centro, ma questa volta il risultato non era scontato, visto che si trattava della continuazione di quella di Vicenza. Ancora meno scontati i 100.000 visitatori per una rassegna preziosa ma non certo popolare come quella dedicata a Pietro Bembo, il papà della lingua italiana, a Padova. E nemmeno il successo di una mostra contestata come quella di Forlì, dedicata all’arte del Duce, che ha chiuso i battenti il 16 giugno mantenendo più o meno il ritmo iniziale di circa 1000 visitatori al giorno. «Una mostra coraggiosa, che prima non si sarebbe potuta fare», commenta John Patrick Leech, assessore alla cultura e alle relazioni internazionali della giunta di Centrosinistra.

Il pubblico diserta i musei ma, nonostante la crisi,  affolla le mostre. Ormai è un dato di fatto. E quello di Forlì è un esempio emblematico. Novecento, arte e vita tra le due guerre, inaugurata a febbraio, è l’ottava della serie. In sette anni le mostre di Forlì hanno registrato oltre 700.000 visitatori, circa sette volte il numero dei suoi abitanti. Una spinta per l’ economia e una sfida per chi ancora teorizza che con la cultura non si mangia. Quella di quest’anno non è stata una scelta facile per la città di Mussolini, che sconta ancora oggi il peso di un’eredità pesante che ha ridisegnato la sua architettura. «Un tempo la gente se ne vergognava e Forlì era considerata una città brutta», continua Leech. Questo inglese con la doppia cittadinanza è tra i pochi che all’inizio avrebbero scommesso sull’avventura. Leech è convinto che proprio l’impronta fascista dell’urbanistica di Forlì sarà uno dei biglietti da visita per consacrarla città d’arte, esattamente come la mitica Ebe di Canova, gioiello delle sue collezioni.

La "Maternità" di Dino Severino, un'altra opera della mostra di Forlì "Novecento, arte e vita tra le due guerre".
La "Maternità" di Dino Severino, un'altra opera della mostra di Forlì "Novecento, arte e vita tra le due guerre".

Sposato con due figlie e professore universitario, da tempo è impegnato nel progetto Atrium, con l’obiettivo di tracciare un itinerario turistico europeo sulle orme dell’architettura di regime.  La rossa Forlì è capofila del progetto e una delle mete più ambite. Il successo della mostra di quest’anno è un ottimo biglietto da visita. «Vittorio Sgarbi non ci ha certo aiutato, definendola una mostra fascistissima», spiega Gianfranco Brunelli, che oltre ad essere il direttore della rivista dei dehoniani Il Regno, è  il coordinatore della macchina delle mostre forlivesi. Una macchina tutta romagnola visto che anche lo storico Antonio Paolucci, il grande patron del progetto, è originario di Rimini. La ricetta apparentemente è semplice. Si parte da un artista o da un’opera legata alla città per poi allargarsi a una dimensione internazionale. Dalla Ebe di Canova, dalla famosa Fiasca caravaggesca o dal dna fascista cittadino, per fare qualche esempio.

Sta di fatto che la mostra dell’anno passato, dedicata a un artista poco noto come Wildt, sarà riproposta l’anno prossimo a Parigi. «L’idea era quella di togliere Forlì dal suo cono d’ombra e farne il faro della Romagna», ci confida Brunelli. Siamo in un angolo appartato e molto speciale della città, all’interno del complesso dei chiostri di San Domenico. Il restauro è costato al comune oltre 25 milioni di euro e non è concluso. L’impegno economico delle mostre è stato reso possibile dalla copertura totale assicurata dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Forlì e dall’entusiasmo del suo presidente, l’avvocato Piergiuseppe Dolcini. «Le Fondazioni devono servire a questo», spiega, «Forlì non vive solo di mostre, abbiamo l’università, che sta crescendo, contiamo  eccellenze nel campo sanitario, ma la cultura serve a rendere migliore una città».  

 
 
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