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martedì 16 luglio 2024
 
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Kurdistan, gli italiani salvano la storia

13/03/2015  Una missione archeologica italiana, guidata dal professor Morandi Bonacossi, lotta per salvare il patrimonio archeologico dalla furia dell'Isis.

Gli archeologi italiani al lavoro in Iraq.
Gli archeologi italiani al lavoro in Iraq.

C’è una piccola, pacifica task force di nostri connazionali che, senza divisa, né armi,  combatte in prima linea contro la furia devastatrice dell’Isis, per portare alla luce, studiare e assicurare ai posteri i segni del nostro passato nella culla della civiltà, la Mesopotamia. Sono gli  archeologi della missione dell’università di Udine che, coordinati dal professor Daniele Morandi Bonacossi, dal 2012 operano nel Kurdistan iracheno, a pochi chilometri dai siti di Mosul e Nimrud devastati a colpi di ruspa  coi bulldozer, e poi saccheggiati nelle settimane scorse dai militanti jihadisti.

Proprio qui, grazie alle tre campagne di ricerca finora realizzate che rientrano nel “Progetto archeologico regionale Terra di Ninive” (Parten) gli studiosi della Missione archeologica italiana in Assiria dell’ateneo friulano stanno scrivendo  inediti, importantissimi capitoli che riguardano diecimila anni di storia, riguardanti le vicende dell’impero assiro, l’immagine e l’organizzazione territoriale dell’entroterra  della grande capitale Ninive, evocata più volte dalla Bibbia, la mitica città dalle 15 porte che, sotto il regno di Sennacherib (704-681 a.C.), divenne di dimensioni e splendore mai visti prima d’allora.

“Il progetto prevede anzitutto la ricognizione di superficie  che ci ha permesso finora di individuare già 550 siti archeologici in un’area, mai così estesa per una missione archeologica, di tremila chilometri quadrati. Siamo nella Mesopotamia antica, nel Nord dell’Irak,  e precisamente nelle regioni di Mosul, tristemente nelle cronache per le devastazioni del suo museo, e di Dohuk”, spiega Morandi, rientrato tre settimane fa a Udine, dove insegna Archeologia e Storia dell’arte del Vicino  Oriente antico.      

Un secondo intervento in collaborazione con il Cnr e  finanziato dalla Cooperazione italiana allo sviluppo del Ministero degli Esteri riguarda lo studio, con moderne tecnologie mai applicate prima in territorio iracheno, e la valorizzazione dei principali siti monumentali legati a quello straordinario sistema idraulico voluto da  Sennacherib per permettere l’irrigazione dell’entroterra di Ninive. Si tratta  dei bellissimi e imponenti rilievi  rupestri  di Khinis, Shiru Maliktha e Faieh, e dell’acquedotto di Jerwan, il primo della storia costruito  in pietra, con tratti di canali larghi 80 metri e profondi 20. Siti che dovrebbero entrare nella lista del Patrimonio dell’umanità dell’Unesco.       

“Ma non basta: Parten ci ha affidato anche la formazione scientifica degli archeologi e del personale iracheno che si occupa di conservazione. In questo ambito doteremo il museo di Dohuk di un laboratorio di restauro con addetti preparati  grazie al nostro tirocinio. I corsi li stiamo tenendo proprio in questi giorni e nell’estate prossima”, aggiunge il direttore del progetto.   

Due archeologi italiani sono tutt’ora in missione. Dall’agosto prossimo fino ad ottobre tornerà nel Kurdistan iracheno l’intera equipe dell’università di Udine. “Situazione permettendo”, precisa Morandi.  “Perché Dohuk dista solo 60 km da Mosul. E il sito assiro di Dur Sharrukin, l'odierna Khorsabad (devastato solo pochi giorni fa a colpi di dinamite, ndr) è a soli dieci chilometri a sud dalla confine della nostra licenza archeologica”.  Proprio la zona del Kurdistan, tra l’altro, dove  migliaia di famiglie con neonati e bambini hanno dovuto sfollare per evitare le stragi delle milizie jihadiste.

“Il momento peggiore? La scorsa estate con l’avanzata dell’Isis verso i confini del Kurdistan sia nella regione di Erbil che in quella di Dohur, dove noi appunto  operiamo. In quel periodo siamo stati costretti a rientrare in Italia”, precisa l’archeologo che poi  commenta le distruzioni del patrimonio archeologico assiro: “L’Isis, oltreché distruggere, sta razziando questi siti per alimentare il mercato clandestino delle opere d’arte, il che dimostra anzitutto  come la religione, come spesso accade nelle devastazioni iconoclastiche, sia un pretesto. Si tratta di pulizia etnica, cioè di lucidi atti politico-ideologici”. Il resto è strategia economica per finanziare la guerra: l’Unesco ha stimato in sette miliardi di euro il valore del traffico d’opere archeologiche nell'area irachena.

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