Se vi chiedessero di scegliere sette oggetti personali per rappresentare e raccontare la vita di un vostro amico, anzi no, soltanto la settimana appena trascorsa, quali criteri adottereste e, soprattutto, quali oggetti usereste?
Tenete presente che non potreste fare domande dirette all'interessato ma dovreste basarvi unicamente su ciò che sapete su di lui e che ad ogni oggetto potreste abbinare al massimo un paio di righe di spiegazione.
Quasi dimenticavo, il destinatario non sarebbe la persona che avete scelto di descrivere, che certamente saprebbe cogliere ogni vostra allusione e ironia, ma il più ignaro dei lettori: per esempio il sottoscritto, che non conosce né voi né il vostro amico.
Quest’ultimo punto vi costringerebbe, dopo una prima selezione, a ripensare gli oggetti e la relazione tra di loro, selezionando gli aspetti meno marginali e quelli che, in modo più immediato, permettono di tracciare un quadro il più coerente e ampio possibile della sua settimana.
A prima vista, questo esercizio sembra avere carattere squisitamente narrativo ma in realtà, dato il poco testo a disposizione, a preponderare sarebbero gli oggetti stessi.
Bene: state sperimentando, in piccolo, il modo affascinante in cui funziona il lavoro di un curatore museale impegnato nello studio di un nuovo allestimento, proprio come noi in vista della nuova apertura del Museo Egizio di Torino ad aprile del 2015.
L’accostamento ideale tra narrativa e curatela scientifica di un allestimento non deve sorprendere. La lettura delle fonti scritte, l’indagine prosopografica e archeologica sono solo alcuni degli strumenti che ci permettono di collegare frammenti di esistenze in quadri sempre più estesi.
Quadri che, dialogando tra loro, scandiscono a loro volta il ritmo di un periodo, lo svolgimento di un avvenimento storico o il mutare di tradizioni, insomma “storie” che possono essere così ordinate e raccontate in un museo.
Semplificando potremmo dire che lo studio di un nuovo allestimento nasce dall'interazione di almeno due aspetti fondamentali: da un lato, la paziente tessitura di un’invisibile rete di connessioni scientifiche tra i reperti, ad un tempo testimoni di dati puntuali e tessere di un mosaico più ampio; dall'altro lato, la scelta di un principio organizzatore che armonizzi quelle connessioni – da individuarsi ad esempio, nel caso di un museo, nello spazio architettonico che ospita la collezione e nell’apparato espografico a esso solidale – permettendo al pubblico di ricomporle in nuova conoscenza, nuova "memoria" e, magari, nuove domande.
È un principio che evoca i precetti dell’ars memoriae, usata nella
retorica latina per catalogare, mediante “luoghi” e “immagini”,
argomenti e nessi causali utili alla declamazione di un discorso
oratorio che ci riporta nuovamente alla costruzione di una narrazione e
al desiderio di instaurare un dialogo tra una collezione e i suoi
visitatori.
Se, dunque, vi accingerete a tentare la sfida dei sette oggetti, posso
anticiparvi che condividerete un altro intrigante aspetto di questo
nostro lavoro: potrete inizialmente avvertire una certa difficoltà, se
non frustrazione, nella selezione degli oggetti che vi sembreranno
sempre troppo pochi per le molte cose che vorreste dire sul vostro
amico, tuttavia ben presto comprenderete che non sarà fondamentale dire
tutto di lui ma far sì che sia io, l’ignaro lettore, a voler sapere di
più su quanto mi raccontate.
Dottor Enrico Ferraris