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Musicoterapia con Frate Alessandro; «La musica porta la firma di Dio»

07/09/2016  «La musica è ordine in sé e porta la firma di Dio», spiega frate Alessandro. Ecco come l’armonia e la melodia hanno lo straordinario potere di farci stare bene e di prevenire i più comuni malanni.

Canta che ti passa. Non è solo un modo dire: la musica è un toccasana per il fisico e per l’anima. Fa bene ascoltarla, e fa bene anche produrla. Perché è armonia che ci rimette in ordine, rigenerando la mente e l’organismo. «È un punto di contatto con la nostra natura profonda. E ogni volta che ne facciamo esperienza veniamo a nostra volta ricreati; per questo si parla di momenti ricreativi», spiega frate Alessandro Brustenghi, tenore francescano celebre in tutto il mondo.

Primo religioso a firmare un contratto discografico con una major – la Decca – frate Alessandro ha 38 anni, vive ad Assisi nel convento di Santa Maria degli Angeli e ha registrato agli Abbey Road – i celebri studi dei Beatles – tre album pubblicati in 17 Paesi. «La musica è ordine in sé, ed è un ordine prestabilito dalla natura, che non segue una logica strettamente matematica. In qualche modo, quindi, nella musica c’è la firma di Dio. Ecco perché quando suoni o canti ti riordini. D’altra parte anche nell’uomo c’è musica: il battito del cuore, la scansione dei giorni e degli anni, non è che ritmo». Cantare, quindi, può davvero sanare corpo e spirito: «Studiare canto ti aiuta anche a capire la distinzione tra spontaneo e naturale», spiega frate Alessandro. «Per esempio, a molte persone viene spontaneo respirare solo con il torace e non con il diaframma. Eppure è una respirazione innaturale e può avere effetti negativi nell’organismo. Quando impari a sbloccare il diaframma ti cambia la vita: migliora la digestione, l’ossigenazione del sangue, la resistenza, aumenta la capacità di aria e quindi hai più fiato, le corde vocali non si sforzano, hai meno infiammazioni, più irrorazione di sangue e quindi più anticorpi e guarisci prima dalle malattie; per non parlare degli effetti positivi degli armonici che produciamo quando cantiamo, e che risuonano nelle cavità che abbiamo sullo scheletro facciale».

La mattina appena svegli, dunque, una bella cantata rimette al mondo: «Riattiva la circolazione, fa ripartire i reni, quindi anche i liquidi vengono drenati facilmente. Non a caso Beniamino Gigli alle 6 di mattina si affacciava alla finestra e cantava una romanza ai contadini». Ma non c’è bisogno di studiare canto per ottenere benefici dalla musica: anche solo canticchiare la nostra canzone preferita fa bene.
A spiegarlo è Arnaldo Casali, primario emerito del reparto di Otorinoraingoiatria, audiologia e foniatria del policlinico di Ponte San Pietro in provincia di Bergamo, e fondatore dell’Associazione otolologica dell’Isola: «Cantando si ottiene una dilatazione dei vasi sanguigni simile a quella prodotta dall’esercizio fisico, che permette al sangue di circolare nel migliore dei modi e vi sono meno probabilità di formazione di grumi, responsabili di ictus e infarti». E non è finita: «Studi internazionali hanno dimostrato i benefici di questa attività, che è esclusiva degli esseri umani: i movimenti della saliva abbassano i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress), migliora la mimica facciale e la comunicazione anche nei parkinsoniani e negli afasici, che non parlano ma riescono a cantare. Richiedendo una respirazione regolare e controllata», continua Casali (che, a dispetto dell’omonimia, non ha alcuna parentela con l’autore di questo servizio), «cantare regola l’attività del nervo vago, che è coinvolto nella nostra vita emotiva e influisce sul nostro timbro vocale. Canzoni con lunghe frasi melodiche ottengono lo stesso effetto degli esercizi di respirazione yoga». Ascoltare musica, poi, aiuta anche l’udito: «Un recente lavoro canadese ha dimostrato che nell’invecchiare i musicisti vanno incontro a minor degradazione neurale del segnale sonoro», ma anche chi l’ha perso può trovare significativi miglioramenti attraverso la pratica del canto. «Un gruppo di ricercatori dell’Università di Helsinki ha inoltre scoperto che fa bene alla memoria e nuovi studi dimostrano come il canto faciliti nei bambini l’apprendimento mnemonico».

Esiste, invece, una musica che fa male? «Quella brutta», risponde frate Alessandro. «Oggi molti dicono che l’arte si è staccata dalla bellezza. Ma se l’arte non è più legata alla bellezza, semplicemente non è più arte e diventa studio, come nella dodecafonia». E il rock? «A volte si crede che tutto ciò che rappresenta per l’uomo uno sfogo lo faccia sentire meglio; non è detto però che gli faccia bene. Si pensi a certe composizioni con tante specie di gargarismi strani ed eruttazioni: gli autori dicono che esprimono sentimenti come la rabbia, ma di sicuro non fa bene a nessuno ricevere in faccia il malessere di un’altra persona». Tutta la musica fa bene, invece, secondo Casali: «Fa male ascoltarla a volume troppo alto, come per coloro che lavorano in discoteca o per l’ascolto in cuffia, perché l’elevata pressione sonora che raggiunge il nostro organo dell’udito produce un danno irreversibile alle cellule della coclea. Ogni suono incide nella nostra anima e in ciò che siamo», spiega Valentina Piovano, soprano e musicoterapista. E ogni uomo ha un’identità sonora, che si forma sin nel grembo materno: «Se, ad esempio, quando era incinta tua madre ascoltava musica metal, è probabile che per te persino il metal sarà un suono gradevole e familiare. Mentre anche una musica dolce ascoltata nella prima infanzia in momenti di particolare sofferenza, potrà evocare in età adulta stati dolorosi e di ansia. Accedere a questa identità sonora aiuta ad avere un contatto profondo con chi abbiamo davanti e con noi stessi». Ed è proprio quello che fa la musicoterapia: «Può essere preventiva, riabilitativa o terapeutica», spiega Piovano, che è anche fondatrice del Festival internazionale di Body music. 

«Lavoriamo sui malati di Alzheimer, bambini, donne in gravidanza, pazienti affetti da sindrome di Down, demenza, psicosi, ma anche in oncologia e maternità». La musica viene usata per aprire canali di comunicazione: «È un linguaggio universale che si esprime non verbalmente ma attraverso la danza, il canto, il suono. Così possiamo entrare in contatto con pazienti che hanno difficoltà di relazione. Anche i movimenti ripetuti di un soggetto autistico», aggiunge, «possono essere tradotti in musica e rivestiti di senso per entrare in dialogo». La musicoterapia è utile anche per curare ansia, attacchi di panico, aggressività, dislessia, stress, gestione della rabbia e in alcuni casi può essere un valido sostituto alla psicoterapia. «La musica aiuta a far emergere aspetti celati anche a sé stessi, sviluppando le funzioni potenziali e residue dell’individuo. Perché tocca le corde dell’anima». E ha il potere di guarirla.

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