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martedì 30 novembre 2021
 
sudest asiatico
 

Myanmar, i cristiani presi a cannonate dai militari

17/06/2021  I vescovi del Paese del Sudest Asiatico chiedono corridoi umanitari per assistere gli sfollati e che non vengano più bombardate le chiese.«Migliaia di persone, specialmente vecchi e bambini, stanno morendo di fame nella giungla».

(In queste foto di fortuna, la chiesa di Kayang, in Myanmar, dopo il bombardamento dall'esercito, che ha fatto quattro vittime tra i fedeli che affollavano il tempio. I superstiti si sono rifugiati sui monti circostanti e sono allo stremo)

 

 

«Migliaia di persone, specialmente vecchi e bambini, stanno morendo di fame nella giungla. Supplichiamo che vengano permessi corridoi umanitari per raggiungere le masse di affamati ovunque esse siano. Essi sono nostri cittadini e hanno diritto al cibo e alla sicurezza». Comincia così l’accorato appello che i vescovi delle 16 diocesi del Myanmar hanno diffuso pochi giorni fa, dopo i recenti bombardamenti dell’esercito nel territorio della diocesi di Loikaw, nello Stato Kayah, nella parte orientale del Paese. Dal primo febbraio scorso - giorno del golpe che ha visto i militari riprendere con la violenza il potere (che avevano tenuto dal lontano 1962 al fino 2015 con una vera e propria dittatura) - la situazione in Myanmar si sta via via deteriorando. Alle proteste pacifiche della maggioranza della popolazione, il Tatmadaw - il temibile esercito birmano, supportato principalmente da Cina e Russia - sta rispondendo con brutalità: nell’arco di pochi mesi i militari hanno ucciso più di 800 manifestanti, alcune decine dei quali molto giovani; le persone arrestate e ora in carcere sono oltre 4.300.

Se per le vie delle città e nei villaggi, sotto la guida del Movimento per la disobbedienza civile, decine di migliaia di persone hanno dato vita, in questi mesi, a variegate forme di protesta non violenta, in alcune aree del Paese l’esercito incontra la reazione armata di formazioni militari locali. È il caso dei tribolati Stati Kachin, Chin e Kayah, abitati da comunità etniche minoritarie, da decenni in lotta con il governo centrale per l’agognata autonomia. In questi Stati la presenza cattolica è decisamente maggiore che nel resto del Paese: la stragrande maggioranza del “personale apostolico” (sacerdoti, suore) in Myanmar non appartiene infatti all’etnia principale, i “bamar”, ma appunto alle minoranze etniche (ben 136 quelle riconosciute) che fanno del Myanmar un mosaico assai composito.

Nelle scorse settimane, durante gli scontri tra soldati regolari e “ribelli”, diversi civili, tra cui alcune donne, sono rimasti uccisi, pur essendosi riparati in chiesa con la speranza di trovare un riparo sicuro. Il clima di forte incertezza ha così convinto migliaia di persone a cercare rifugio nelle foreste, dove però adesso si trovano alle prese con l’emergenza alimentare. L’8 giugno scorso l’Onu ha quantificato in oltre 100mila i civili sfollati dopo questi attacchi e ipotizza che nello Stato Kayah possa verificarsi un’imponente perdita di vite umane. Proprio in quella zona, a fine maggio, si è consumata la tragedia di Alfred Ludo e Patrick Bo Reh: i due giovani cattolici birmani sono stati uccisi a Demoso, mentre portavano cibo e aiuti umanitari agli sfollati interni.  Va ricordato, infine, che a fine marzo una serie di attacchi aerei dell’esercito birmano contro i militanti del Karenni People’ Defense Force avevano provocato la fuga di migliaia di civili di etnia Karen verso il confine con la Thailandia.

 

Di qui la richiesta di corridoi umanitari avanzata dai vescovi birmani, i quali, nel documento citato, sottolineano anche la necessità che siano rispettare le regole internazionali in tempo di conflitto: chiese, templi, monasteri, pagode, scuole, ospedali – in altre parole – devono poter continuare ad essere  luoghi di rifugio per la popolazione. Nei giorni scorsi, invece, durante gli scontri sono state colpite quattro chiese, ma in totale sono almeno 8 gli edifici di culto cattolici colpiti, tra cui la cattedrale di Pekong. L’episodio più grave si è verificato a Kayan Thayar, nei pressi di Loikaw, una città di 50 mila abitanti, capitale dello Stato Kayah. Dopo che colpi di mortaio hanno colpito la chiesetta locale, 300 persone hanno trovato accoglienza nella casa delle Ancelle Missionarie del Santissimo Sacramento; altre congregazioni religiose hanno aperto le porte delle loro case ai civili in fuga. A destare particolare preoccupazione è la notizia secondo la quale, come scrive l’agenzia AsiaNews, i leader della giunta militari si sono incontrati con gruppi buddisti fondamentalisti; il pericolo all’orizzonte, paventato da alcuni, è che i militari vogliano spaccare il fronte della protesta, che sin qui aveva visto insieme cristiani di diverse denominazioni, cattolici inclusi, e buddhisti, che rappresentano oltre l’80% della popolazione: una “guerra religiosa”, insomma, nel segno del “divide et impera” per conservare il potere.

Che per i cattolici siano tempi duri – come continuano a ripetermi fonti locali che chiedono l’anonimato - lo conferma anche un’altra notizia di questi ultimi giorni. Il 13 giugno un gruppo di soldati ha fatto irruzione in un convento nell’arcidiocesi di Mandalay e ha interrogato i sacerdoti per presunti legami con il movimento di resistenza; dopo di che i preti sono stati condotti in una stazione di polizia e interrogati per lunghe ore, prima di essere liberati. Un mese prima, il 14 maggio scorso, la medesima disavventura era capitata a padre Columban Lar Di, 33 anni, prete della diocesi di Bhamo, nello Stato Kachin (estremo nord del Myanmar): arrestato dai militari mentre era in viaggio verso Myitkyina, e sospettato di essere “simpatizzante” dei militanti nel KIA (Kachin Indipendence Army), era poi stato rilasciato. Proprio a poche ore di distanza dalla Messa celebrata da Papa Francesco in San Pietro per i fedeli del Myanmar il 16 maggio.

 
 
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